GUSTAV MEYRINK.
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IL GOLEM.
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Titolo originale: Der Golem.
Traduzione e cura di: Enrico Rocca.
1926. F. Campitelli Stampa, FOLIGNO (PERUGIA).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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L'AUTORE.
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Gustav Meyrink, pseudonimo di Gustav Meyer (Vienna, 19 gennaio 1868  Starnberg, 4 dicembre 1932),  stato uno scrittore, traduttore, banchiere ed esoterista austriaco. Ha legato il suo nome all'opera esoterica Il Golem, che riprende una vecchia leggenda ebraica di Praga. Contrariamente alle voci dell'epoca, Meyrink non era di origine ebraica. Tutti i suoi romanzi sono intrisi di quella magia e di quel mistero che, sola fra tutte, riesce ad esprimere la citt di Praga, oltre che dalle tematiche occultiste e spiritiste oggetto dello studio di Meyrink per molti anni della sua vita. 
Vita caratterizzata, per larghi tratti, dalla passione, oltre che per i libri e la conoscenza, raccolta in maniera abbastanza caotica e poco sistematica, soprattutto per le donne, gli scacchi e il canottaggio. Non solo: i suoi studi e le sue opere miravano ad una conoscenza profonda di se stessi, perch solo tale conoscenza porta all'immortalit. Dopo essersi convertito al buddhismo, Meyrink si spegne a Starnberg, nei pressi di Monaco, il 4 dicembre 1932.
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Biografia cronologica.
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1868 Il 19 gennaio Gustav Meyrink nasce nell'albergo Blauerbock di Vienna. E' figlio illeggittimo del barone Karl von Vambler, ministro di stato del Wrtemberg e di Maria Wilhelmine Adelaide Meyer, attrice. La madre ha 25 anni, e presto diventer una delle attrici tragiche favorite di Ludwig Secondo di Baviera. Il padre ha quasi 60 anni, fu uomo assai fortunato, e morir nel 1889 a Berlino, al vertice di una importante carriera politica. Malgrado l'astio che egli prover sempre per sua madre  la quale manifester una completa indifferenza nei suoi confronti   ad uno dei suoi avi che Meyer prender in prestito il suo nome da scrittore allorch viene a pubblicare i suoi primi racconti. Meyrink era infatti un ufficiale sassone del 18esimo secolo. Ilm Barone Karl von Vambler, sebbene sposato e padre di famiglia, manterr comunque e finanzier gli studi del figlio illegittimo.
1868 Battesimo in una chiesa evangelica.
1868-1880 Trascorre l'infanzia e frequenta le scuole a Monaco, in particolare il Wilhelmgymnasium.
1881-1883 Frequenta la scuola Johanneum, a Amburgo.
1883-1889 Termina gli studi secondari a Praga, all'Accademia per il Commercio.
1889-1902 A Praga, assieme al nipote dello scrittore Morgenstern, dirige la banca Meyer und Morgenstern. Pratica il canottaggio, gioca a scacchi, e ha diverse avventure amorose.
1891 Ha problemi sentimentali; tenta un suicidio. Poi gli sorge un vivo interesse per l'occultismo, la parapsicologia, i misteri, la gnosi. Sperimenta alcune droghe.  molto attirato dall'orientalistica e studia le dottrine della Societ teosofica. Partecipa alla costituzione della Loggia della stella blu.
1892 Primo marzo: Meyrink contrae matrimonio con Hedwig Aloysia Certl.
1893-1896 Per diversi anni si orienta nel labirinto delle scienze occulte. Aderisce a diversi ordini massonici, alla Societas Rosicruciana in Anglia, ecc. Autentico veggente, smaschera falsi medium e ciarlatani. Inizia a praticare lo yoga. Studia la Kabbala e pratica l'alchimia.
1896 21 agosto: primo incontro con Philomena Bernt, figlia di un banchiere (nata nel 1873), cugina di Rainer Maria Rilke, che diventer, nove anni pi tardi, la sua seconda moglie. (Il suo matrimonio con Hedwig  un fallimento, ma la moglie acconsentir al divorzio solamente nel 1905).
1897 Diventa membro dell'Ordine degli illuminati.
1901 Nel febbraio-aprile sorgono i primi fastidi seri con funzionari di Praga e il Consigliere di Stato. In estate, soggiorna al sanatorio Lehmann di Dresda: soffre di diabete e tubercolosi al midollo spinale. Si incontra con Oskar A.H. Schmitz che lo incoraggia a scrivere.
1901 29 ottobre: la celebre rivista Simplicissimus pubblica Der heisse Soldat (tradotto in questa raccolta), il suo primo racconto.
1902 Vittima di una insidiosa campagna delatoria, sottoposto a tanto feroci quanto ingiuste critiche, Meyrink si difende coraggiosamente. Osa sfidare a duello l'intero corpo degli ufficiali di un reggimento praghese. Poi affronta il consigliere di polizia Olic. Questi lo fa imprigionare. La carcerazione gli causa la completa rovina finanziaria. Il complotto dei suoi nemici sembra aver raggiunto lo scopo, ma Meyrink viene liberato dopo due mesi e mezzo di detenzione.
1902 3 aprile: la riabilitazione  brillante, ma Meyrink ha perso tutte le sue fortune. Le sue condizioni di salute divengono nuovamente critiche: rinascer grazie alla pratica assidua dello yoga.
1903 L'editore Albert Langen pubblica Der heisse Soldat and andere Geschichten, una raccolta di 11 racconti, dallo humor corrosivo.
1904 In maggio trasloca a Vienna. Dal 20 di quel mese fino al 20 novembre  caporedattore della rivista Der liebe Augustin, che cessa le pubblicazioni per crollo finanziario. L'editore Langen pubblica Orchideen. Sonderbare Geschichten, una raccolta nella quale la verve satirica dello scrittore sfolgora.
1905 1 febbraio: ottiene il divorzio dalla prima moglie.
1905 8 maggio: per evitare di provocare uno scandalo nell'alta societ viennese, Meyrink ripara in Inghilterra, dove sposa Mena Bernt (Douvres). (Anche lei soffriva di tubercolosi. Verr curata e guarita da Meyrink stesso, con una terapia a base di bagni gelati e digiuni: vivr fino all'et di 93 anni.) Diversamente dalla precedente, questa unione avr una perfetta riuscita.
1905-1906 I coniugi soggiornano a Montreaux, dove il 16 luglio 1906 nasce la figlia Sybille. Per ragioni di sicurezza, lo scrittore ha dovuto scegliere l'esilio in Svizzera. A Vienna, la sua posizione antimilitarista gli sarebbe costata tre anni di prigione.
1906 Si installa in Baviera.
1907 L'editore Langen pubblica Das Wachsfigurenkabinett. Sonderbare Geschichten. Meyrink inizia la stesura del Golem e progetta la creazione di un teatro di marionette ambulante.
1908 Il 17 gennaio nasce il figlio Harro. Intanto traduce Camille Flammarion.
1909-1910  un periodo di difficolt economiche. Traduce alcune opere di Charles Dickens e, in collaborazione con Roda-Roda, lavora a quattro pice teatrali.
1911 Si trasferisce in una grande abitazione sulle rive del lago di Starnberg, a sud di Monaco.
1913 Progetta una rivista bibliografica. Pubblica, sempre da Langen, Des deutschen Spiessers Wunderhorn. L'acerba critica della societ svolta dallo scrittore gli crea numerose inimicizie.
1913-1914 La rivista Weisse Bltter pubblica i primi capitoli del Golem.
1916 Des deutschen Spiessers Wunderhorn viene proibito in Austria. Pubblica Das grne Gesicht e Fledermuse.
1917 In febbraio si incontra con B Yin R; l'influenza esercitata da quest'ultimo sullo scrittore sar capitale.
1917 8 luglio: con l'autorizzazione del Re di Baviera, Gustav Meyrink adotta il suo nome letterario anche per lo stato civile. Viene pubblicato Walpurgisnacht.
1915-1918 Nel corso di questi anni la stampa attacca violentemente le opere dello scrittore. Lui stesso e la sua casa saranno vittime di lanci di pietre.
1919 Rifiuta di ritornare nella famiglia Vambler.
1921 Dopo aver studiato le opere di Pfitzmaer sul taoismo, Meyrink d alle stampe Der weisse Dominikaner.
1921-1925 Le sue attivit sono prevalentemente esoteriche. Dirige una collana di libri (Romane und Bcher der Magie) nella quale presenta opere che ama (come Il libro egiziano dei morti o Il trattato della pietra filosofale di San Tommaso d'Aquino) e di maestri, come Ramakrisna.
1923 Pubblica An der Grenze des Jenseits.
1925 Pubblica Goldmachergeschichten. Meyrink si ritira sempre pi dal mondo.
1926 Traduce Rudyard Kipling.
1927 Pubblica Der Engel vom westlichen Fenster. Quest'opera viene stesa in gran parte da Alfred Schmid Noerr, vicino di Meyrink a Starnberg. Meyrink aveva soltanto redatto il piano del libro e poi rivisto il testo finale.  l'unica volta che lo scrittore utilizza questo procedimento, dovuto alle cattive condizioni di salute.
1928 Senza risorse economiche, Meyrink  costretto a vendere la sua dimora, la casa dell'ultima lanterna. Si trasferisce in una villa, sempre a Stamberg, ma lontano dal lago.
1931 Processo contro l'autore di un articolo che lo calunnia e l'accusa di essere ebreo.
1932 In luglio, il figlio, Harro, si suicida. Ha 24 anni, ed  paralizzato in seguito ad un incidente in montagna. Meyrink smette di lottare contro la morte. Il 4 dicembre, dopo aver serenamente salutato i congiunti, si ritira nella sua camera, si siede sulla poltrona, il torso nudo nonostante il freddo, dinanzi alla finestra spalancata. Aveva annunciato che sarebbe morto all'alba, fissando il sole al suo levarsi. Lascia un romanzo incompiuto, Das Haus des Alchemisten (di cui rimangono tre capitoli e un riassunto dei mancanti), che viene pubblicato soltanto nel 1973.
Il 7 dicembre viene sepolto nel cimitero di Starnberg. Meyrink da tempo era divenuto buddista; uno dei suoi nipoti, Harro Knote (figlio del tenore wagneriano Heinrich Knote), attualmente  monaco in un monastero asiatico, sotto il nome di Venerabile Saddhaloka.
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Prefazione: GUSTAVO MEYRINK E L'OPERA SUA.
Studio introduttivo del curatore e traduttore: Enrico Rocca.
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A FEDERICO DE PISTORIS E A MASSIMO BONTEMPELLI, AL PRIMO E ALL'ULTIMO AMICO DEL GOLEM.
IL TRADUTTORE.
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PRIMO.
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Immaginate d'esser stato preda, nel giro di poche ore di sonno affannoso, d'un succedersi irrefrenabile, aggrovigliatissimo, strangolante di incubi chiusi senza possibilit d'urlo liberatore. Siete l passiva, indifesa vittima, disperata fino ai confini della folla: non potete arrestare in nessun modo il correre il sovrapporsi l'acutissimo intensificarsi di imagini senza confronto terrificanti.  un dannato darsi convegno di tutti i sogni che, una volta sofferti, voi credevate sommersi per sempre nell'insondabile nulla da cui ebbero origine, ed eccoli invece tutti - associati, complicati - succedersi, darsi il cambio, sposarsi, fondersi, ritornare. Ecco il sogno periodico che ossession la vostra infanzia: salite correndo rampe di scale senza fine e ad ogni pianerottolo uguale, un uguale insistente squillo, come per avvertire chi sa chi che arrivate; e voi allora a correr pi su per sottrarvi; e all'altro pianerottolo lo squillo riprendere, e cos via, e voi all'ultimo precipitarvi dentro all'ultima porta di quella casa straniera e trovarvi invece nel salottino vostro ( o non ?) e intorno al desco familiare tre ceffi ghignanti per togliervi ai quali abbassate lo sguardo al pavimento ed essi vi ricompaiono l, e l, e ovunque vi volgiate, sicch per liberarvi vi buttate folle di terrore dalla finestra. Ma stavolta non vi svegliate come allora. Si incupisce l'incubo: i mascheroni sulle cornici dei mobili, innocenti motivi di decorazione il giorno, acquistano, in un'aria crepuscolare, improvvise vitalit sornione e trescano contro di voi oscuri tiri che non sapete; oppure l'oscurit, da ente impalpabile che era, entra dalle porte com'un'opaca colata ed urla senza voce; larve acefale vi guardano senz'occhi, vi mormorano (e voi non udite con gli orecchi) incomprensibili imperativi; oggetti si sollevan dal suolo e salgono in alto da soli con terrorizzante lentezza; un volto familiare vi guarda e si trasforma a un tratto in un ceffo mostruoso - o in voi stesso. Gli saltate al collo e stringete - e due mani invisibili stringono come in una morsa.... la vostra gola. Crescendi e rilasci improvvisi: slarghi di scene imponenti: solennissime chiese dove l'officiante sull'altare, e i pochi fedeli, vi volgon la schiena. Ma un tale, solo, si volger lento e vi mormorer una frase imbecille. Rovina: tutto  scomparso. Un amico morto vi sar a lato. Gli parlerete come se fosse vivo. Poi una frase imprudente, un involontario accenno vostro gli ricorder d'esser morto - e voi l'avrete ucciso un'altra volta. Laceranti rimorsi per delitti non commessi. Ma poi vi pare di non aver fatto voi quello di cui vi rimproverate: assistete alle disperazioni di un altro "voi", con completa assoluta indifferenza: vi vedete fuori di voi un altro; e non vedete affatto voi stesso.
Poi un pi acuto insistente subdolo incubo, maldestramente giocando a palla con la vostra coscienza, le far indovinare che sognate, e vi far ragionare cos: Se so di sognare sono sul punto di destarmi. E infatti vi vedete nella vostra camera, disteso sul letto, ed  gi l'alba. - Ma chi  seduto su quella seggiola? Inorridite: l'incubo vi riprende. Ma io so che  incubo e voglio svegliarmi. Di nuovo la vostra camera. Voglio svegliarmi! Ma una opaca coltre si stende non solo sui vostri occhi, ma su tutto voi. Non potete pi muovervi.  come se foste colpito da catalessi. Volete urlare e non potete. Vi dite: ecco io cercher di portarmi la mano alla bocca, mi morder un dito, il male mi far urlare, mi sveglier. Ed ecco che vi riesce con sovrumani sforzi. Affondate i denti nella carne: un gran male, un urlo, siete desto.
E siete proprio in camera vostra, sul vostro letto, ma non  l'alba come prima vi  parso.  ancora notte fonda. E il vostro braccio non si  mai mosso dal vostro lato, come credevate; e non vi siete morso il dito. C' stato in voi come un volere che concep l'azione e credette averla fatta: volere, senza che lo sapeste, autonomo, brancolante nel vuoto, stranamente slegato dal, di solito complementare, agire. Non eravate desto, quando volevate destarvi, e vi credevate desto; e vi siete poi destato, perch ci doveva avvenire, e non in virt del gesto che volevate fare - e non avete fatto - per destarvi.
Tutto ci, se volete, corrisponder pi o meno alla vostra esperienza. Ora per immaginate d'uscir di casa, dopo una notte di questo genere, e di trovare in quel giorno e nei seguenti, nei casi che vi cpitano, nelle persone in cui vi imbattete, strane rispondenze, talora vaghe, e a volta sbalorditive, con le creature e le immagini del vostro sogno. Di non capire pi, a un certo punto, se eravate desto quando sognavate, o se sognate ora che vi par d'esser desto. Di vivere, per giunta, in un ambiente ricco di suggestioni strane, saturo di leggende paurose, come poteva essere la vecchia Praga - sfondo alle vicende narrate nel Golem - o tra i grigiori della Venezia del Nord, d'Amsterdam, insomma, dove han luogo gli apocalitici eventi descritti in Das Grne Gesicht (Il volto verde), romanzo del Meyrink comparso nel 1917, a un anno di distanza dall'altro. Imaginate tutto ci, e avrete appena una sommaria idea dell'inquietante mondo evocato dalla fantasia di questo tanto ammirato e discusso scrittore tedesco.
Perch il Meyrink dei romanzi non  tutto qui: nel notomizzare, cio, le pi sfumate o acute sensazioni del sogno, nel rendere con terrorizzante immediatezza stati di catalessi, di sonno ipnotico, di dormiveglia, di telepatia, nel descrivere allucinazioni da sconvolgere il cervello. Qualcosa accomuna una categoria di personaggi dei suoi romanzi e qualche altro dei suoi racconti: la figura di Mastro Leonardo nei Fledermuse (Pipistrelli, 1916), per esempio. Eventi d'orribile intensit hanno distrutto fin dalle premesse, la loro vita: Atanasio Pernath non ricorda met della propria esistenza; Hauberisser ne Il volto verde  intimamente uno spostato; un destino familiare fatto d'un succedersi di drammi e di incesti mostruosi grava su Mastro Leonardo. - Tutti quanti passano poi, d'un tratto, traverso una serie di casi straordinari e soprannaturali che li conducon quasi alle soglie della pazzia, finch poi, o da se stessi, o per la spiegazione d'iniziati in cui si imbattono, riescono a comprendere che quelle loro allucinazioni non sono che simboli di un mondo superiore, cui, traverso tali terrori, solo pochi eletti arrivano. Essi che il mondo crede pazzi, sono i savi veri, i loro sogni sono certezza, e la vita del giorno  sogno. Quelli che credono d'esser desti (gli uomini normali) sognano, perch le loro esperienze di vita non sono in verit che sogno. E i sogni di questi eletti sono invece stadi successivi d'un'interiore crescenza che culmina in uno stato che i normali ritengono di sconvolgimento dei sensi, e che, in effetti, non  che un nuovo e perfetto equilibrio dei medesimi. Avvenuto il quale sconvolgimento - o nuovo equilibrio - che, per esempio, nel Grnes Gesicht  operato simbolicamente dallo spettro Chidder Grn con la "trasposizione dei lumi", i cos beatificati perdono ogni sensibilit per le proprie sciagure, sia pure le pi atroci, commettono delitti in uno stato d'ipnosi e di incoscienza, sotto la spinta d'una forza misteriosa e incoercibile che, come tale, annulla la colpa, o all'incontro s'attribuiscono delitti commessi da altri, e delitti veri o supposti scontano con celestiale serenit andando incontro perfino alla morte come a un qualunque caso che neppur menomamente li tocchi. La giustizia umana, gli umani dolori non han pi potenza sull'animo loro.
Ora, per quanto le parole "interiore crescenza" e "seconda nascita" e gli accenni continui a un capovolgimento di valori possano far supporre nei personaggi del Meyrink un progressivo sviluppo spirituale, la lettura, anche distratta, dei due romanzi, rivela invece che il fondamento di questi processi psichici  semplicemente esteriore, magico. Lo strano clan occultista di Amsterdam in cui ci imbattiamo nel Grnes Gesicht, ha sempre in bocca la Bibbia, ma non come i credenti nelle varie fedi che riconoscono per loro base il Libro della Legge, o come un moralista che di l dalle imagini cerchi il substrato morale, sibbene per interpretarla al modo oscuro e peregrino in uso tra i cabalisti ebrei dei secoli duodecimo e decimoterzo. Cabalistico  infatti il simbolismo del Golem, dove, tra l'altro, si accenna esplicitamente al Zohar, uno scritto apparso nella seconda met del secolo decimoterzo e "cui fu data da molti Ebrei grandissima importanza, tanto che fu tenuto in venerazione poco meno che la Bibbia".(1) Il Zohar, parola che significa splendore, libro di poco posteriore all'analogo Bahir (splendido),  in verit un oscurissimo commento al Pentateuco e pretenderebbe essere opera dell'antico dottore Simeone, figlio di Johai al quale le segrete dottrine cabalistiche sarebbero state tramandate per insegnamento tradizionale - Cabala significa infatti tradizione - fin dal tempo dei Patriarchi. Ora, non solo  dimostrato che "prima del secolo duodecimo le dottrine cabalistiche non erano nell'Ebraismo insegnate", ma che lo stesso Zohar  dovuto alle elucubrazioni di "Mos di Leon, vissuto in Ispagna tra il 1250 e il 1305". Il Meyrink, invece, a questa secolare tradizione mostra di credere.
Vediamo adesso in che cosa la teosofia cabalista si distacchi dalla sana morale della Bibbia. I punti principali in cui le dottrine summenzionate "differiscono dall'Ebraismo talmudico,  di aver sostituito nella natura dell'Ente supremo, la pluralit delle ipostasi alla assoluta unit; nell'origine dell'Universo, l'emanazione di questa dalla stessa sostanza divina invece della creazione; e nei destini dell'anima umana, la trasmigrazione successiva in esseri diversi, invece della semplice immortalit o resurrezione". Si confronti quanto sopra con le disquisizioni di Laponder nel capitolo 18 del Golem, e se ne vedr la perfetta corrispondenza. - Confrontando poi la cabala con altre dottrine, si vedr che, "come nei var sistemi dello gnosticismo si poneva un certo numero di Eoni, ovvero di esseri divini emanati dal Pleroma, cos i cabalisti pongono dieci Sefiroth, o numeri o sfere, o esseri splendenti come zaffiri che sono in sostanza persone divine, emanate dalla luce infinita detta in ebraico Or ha-En sof". Le dieci Sefiroth (Corona, Sapienza, Intelligenza, Clemenza, Bellezza, Eternit, Gloria, Fondamento, Regno) "costituiscono il mondo divino, intelligibile, delle idee, da cui degradando si giunge fino alla materia". Allontanamento come si vede, deciso dal puro monoteismo, fantasticherie, che in forme alquanto modificate ritroviamo anche nel Golem (Cap. XII). Il danno prodotto dalla Cabala  "di aver voluto penetrare tutta la religione, di aver voluto dare significato cabalistico a tutti i passi della Scrittura; di aver preteso anzi che questa, da principio a fine, non ha vero valore, se non come adombramento di dottrine cabalistiche". - Analogamente, a pag. 115 del Grnes Gesicht, Swammerdam, uno dei capi del Circolo occultistico d'Amsterdam, i cui componenti si sono dati tutti dei nomi biblici, pretendendo che determinassero in qualche modo la loro vita, dice: "Noi non vediamo nella Bibbia unicamente la esposizione di cose accadute in tempi andati, ma una via da Adamo a Cristo, che noi dobbiamo percorrere dentro di noi, sotto la specie magica di una crescenza interiore da nome in nome, cio da sviluppo di forza a sviluppo di forza, dalla cacciata dall'Eden alla Resurrezione. Per pi d'uno questa via pu esser seminata di terrore". Il danno della Cabala  anche "di aver dato a tutti i riti, a tutti i precetti, significato mistico; di essersi introdotta nelle preghiere con formule ai pi dei credenti inintelligibili; di aver popolato l'universo d'angeli e di demoni, che con invocazioni e scongiuri si crede di poter costringere a operare portenti e talvolta ancora di aver eccitato alcuni uomini di cervello ammalato ad atti inconsulti e pericolosi per loro stessi e per gli altri".
Anormali creature popolano infatti le pagine del Golem e del Grnes Gesicht; ogni superstizione vi  accolta. Lo spettro di Chidder Grn, che in quest'ultimo libro  ritenuto da taluni il profeta Elia, e l'Ebreo errante Ahasfero da altri, ci ricorda i tempi della tarda cabala (secoli XVII e XVIII) quando i computi cabalistici annunzianti l'imminente venuta del Messia inducevano illusi ed impostori a spacciarsi per l'atteso redentore di Israele. Ma, come se gli elementi teosofici di origine ebraica non bastassero, il Meyrink vi aggiunge, forse al fine di mostrare il valore universale di tali bubbole, elementi tratti con indifferenza sia dalla pi astrusa mitologia greca, sia dalle teoriche dei Rosacroce, ed esperienze di fachiri indiani e di dervisci arabi, e formule taumaturgiche e miti egiziani, e perfino le stregonerie feticistiche degli Zul.
Non credo necessario spender molte parole per dimostrare esser la maga un comodo rifugio di deboli che amano sottrarsi al pi faticoso e lento processo di sviluppo e di elevazione dello spirito; quel che qui importa stabilire  invece se possa formare materia d'arte ci che ripugna al sano intelletto, o, per meglio dire,  distante e avulso da ogni umana esperienza. - Notisi ch'io ritengo come facenti parte dell'esperienza nostra anche i pi arditi voli di fantasia e il mondo caotico dei sogni. - La lettura del Grnes Gesicht, dove gli elementi teosofici appesantiscono e impacciano singolarmente il procedere del racconto, risolve la questione posta in senso decisamente negativo. Il Golem si salva dallo stesso pericolo per il prevalere d'altri elementi che, se anche adombrano un contenuto analogamente simbolico, hanno un valore artistico di per se stessi.
Restano ora da risolversi due altri questioni: l'enorme successo del Golem (200 000 copie di tiratura), e quello del Grnes Gesicht (170 000), sono da attribuirsi all'intrinseco valore artistico dei due libri od al fascino esercitato sul pubblico dalle teorie teosofiche ivi esposte? E ancora: l'autore si vale di queste teorie, come di un qualunque pretesto artistico o crede alla loro verit oggettiva? E, se ci crede, d pi valore ad esse o all'arte di cui le riveste?


SECONDO.
Domande non senza interesse, cui risposero esaurientemente le esperienze dirette acquisite da me in un viaggio in Austria e in Germania nell'autunno del 1922.
Anche qui la crisi del dopo guerra si traduceva per le classi ricche o arricchite in una corsa sfrenata ai facili piaceri. Il crollo economico invece, abbassando altri ceti e rovinando del tutto la piccola borghesia, determinava convulsi movimenti d'impazienza a destra e a sinistra. In altri strati sociali l'umiliazione della sconfitta, i patimenti durante il blocco, le perduranti privazioni, la nessuna speranza di sollievo avevano determinato una volont di liberarsi, idealmente almeno, dalla morsa quotidiana della realt, un approfondirsi della, gi innata nei tedeschi, tendenza religiosa. Senonch questa petizione di deboli o di disperati non poteva condurre ad una vera e propria fioritura spirituale - che  forza - ma alla accettazione di una fede purchessia, tanto pi gradita, quanto pi ricca di sensazionali e portentose e rapide promesse. Ci non spiega forse la genesi e il valore intrinseco delle teorie filosofiche di Rudolf Steiner e del conte Kayserling, ma  un prezioso elemento per capire il perch delle festose accoglienze cui furono fatte segno. N ci pare una offesa ai due illustri filosofi, ma semplice constatazione di fatto, far risalire alle stesse cause la fortuna di certi Redentori ambulanti che ancor oggi imperversano in Germania trascinandosi dietro una coorte convinta e fanatica di adepti.
Ora, se bisogna credere alla testimonianza di uno scrittore tedesco di parte destra(2), gi nel '16 la tendenza a liberarsi a qualunque costo dalla realt della guerra, e la ricerca, a questo scopo, di sensazioni anche pi forti in un mondo di irrealt, di mistero e di portenti, sarebbero stati in Germania, cos forti, da far del Golem, che in quella epoca usc, un pasto quanto mai gradito a migliaia di fantasie sitibonde.
Non concluda il lettore, dal successo del Golem e degli altri romanzi del Meyrink, sul nessun valore intrinseco di essi, ma veda piuttosto in ci una conferma del fatto che i contemporanei apprezzano di solito nella produzione degli scrittori proprio la parte pi caduca.
N d'altra parte, noi, intendiamo comunque anticipare il giudizio definitivo che il tempo dar sull'opera del Meyrink pi spontaneamente artistica, meno soffocata, cio, sotto discutibili filosofemi teosofici e repellenti interpretazioni bibliche. Nella nostra qualit di contemporanei un po' spregiudicati, ci limiteremo ad affermare che questa parte ci par buona e originalissima, e che stimiamo il pubblico italiano, su cui non che stravaganze religiose, le stesse fedi autentiche, mai fecero seriamente presa, capace di indifferenza di fronte alla teosofia meyrinkiana e d'interessamento per quello che nell'opera di questo scrittore  arte, sia pure animata da uno spirito cos diverso dal nostro.
E adesso parliamo proprio di lui, del Meyrink che conobbi per un caso che ha del romanzesco e che, in ogni modo, non imaginavo mai vivesse in una di quelle villette ridenti, che, ammantate di freschissimo verde, si specchiano nelle acque del lago di Starnberg, il "mar di Baviera", ed aprono gli occhi stupti su di una superba corona alpestre e su colline dilettose sparse d'eremi lieti e di castella. Era cos bello il lago quel giorno che stentai molto a figurarmelo umida tomba del re bavarese Ludovico secondo, del mecenate di Wagner che trascin seco nel suicidio folle il dottor Gudden nel tredicesimo giorno di giugno dell'86. La villa di Meyrink "all'ultima lanterna" ricorda col suo nome una delle pi strane allucinazioni del Golem ma induce anch'essa a pensieri tutt'altro che macabri. Cos l'aspetto dell'ospite: un ometto asciutto, che non mostra davvero i suoi 55 anni, e vi conquista subito con la sua faccia aperta, tutta illuminata dalla luce azzurra di due occhietti irrequieti a volte, e a volte fermi ed intenti; un po' sordo, pronto a ridere e ad accendere per voi un fuoco crepitante d'arguzie. Mi meravigliai non poco di ci e del suo discuter d'affari e di valuta con un tale che era venuto a trovarlo. Ma chi  che non speculava due anni fa in Germania? I suoi frizzi poi dovevano richiamarmi alla memoria le novelle satiriche, le parodie, le buffonate d'una sua opera precedente ai romanzi: Des deutschen Spiessers Wunderhorn dove, con romantica ferocia, son caricaturati ufficiali, professori, poliziotti, pastori evangelici e filistei, le colonne insomma, della Germania imperiale.
Rimasti che fummo soli m'affrettai a domandargli se fosse vero - come si diceva - ch'egli d'ora in poi non avrebbe pi scritto romanzi, ma avrebbe dato mano unicamente ad opere di carattere occultistico. Poteva darsi, mi rispose, ma del resto i suoi romanzi non erano, ben considerando, che una veste, un simbolo; il contenuto  rivelazione. Il Golem  un romanzo cabalistico. In essi non parlava che delle sue stesse esperienze. - Insistetti per saper qualcosa intorno alla sua vita. Egli si scherm dapprima dicendo che non aveva nulla d'interessante.
- Se dovessi imitare il sistema di certe storie della letteratura - soggiunse infine - dovrei dirle che il nominato Gustavo Meyrink nacque a Vienna nel 1868, frequent il Wilhelms-Gymnasium a Monaco, pass poi al Johanneum di Amburgo e fin i suoi studi ginnasiali a Praga dove si licenzi nel contempo dall'Accademia Commerciale. Entr quindi in un'azienda d'esportazione e fond nel 1889 una banca che dovette chiudere nel 1902 in seguito ad un duello con un ufficiale che gli frutt alcuni mesi di carcere.
Cose banalissime, come lei vede. Imagino che le interesser di pi sapere che da banchiere che ero, diventai, si pu dire di punto in bianco, scrittore. Cominciai nel 1902 a collaborare al "Simplicissimus" di Monaco e nel 1905 vi fui per breve tempo assunto redattore. Per dimenticare un amore infelice che m'aveva portato quasi al suicidio, mi buttai allo spiritismo, ma me ne distolsi ben presto disilluso. Datomi allo studio delle scienze occulte me ne avrebbe definitivamente allontanato la consuetudine ch'ebbi con dei ciurmadori, se il caso non mi avesse messo a contatto con degli indiani cui devo la mia iniziazione nelle pratiche dello Yoga. Compresi allora di aver trovato la mia via, e in carcere n'ebbi conferma potendo miracolosamente comunicare con una donna che divenne poi mia moglie.
Credo d'esser l'unico scrittore in Europa che scriva sotto dettatura d'intime voci. Senta un po' questo caso che m' capitato, e poi giudichi: il Golem, che m'apr la via al successo, fu per me altres fonte di molte amarezze. Lei sa che parecchi personaggi del mio libro sono ebrei. Non ho voluto n diffamarli, n esaltarli: ho scritto un romanzo e basta. Del resto alla figura del rigattiere Wassertrum ho opposto quella luminosissima di Hillel. Cionondimeno mi vidi attaccato da tutta la stampa ebraica. Il capo d'una comunit israelitica afferm che io cristiano, avevo voluto metter in cattiva luce gli ebrei e intanto mostravo di conoscerne cos poco i riti religiosi da far destinare il Golem, dal rabbino che l'aveva creato, a suonar le campane di una sinagoga. Io gli dimostrai di rimando che la sinagoga Altneu era infatti l'unica che possedesse a quel tempo campane, e lo confusi. Gli antisemiti a loro volta sostennero che in Hillel avevo voluto esaltare gli ebrei e divinizzarli. I militaristi alimentarono a loro potere la feroce campagna contro di me. Ludendorff proib che i miei libri entrassero in zona di guerra perch vi si mettevano in ridicolo gli ufficiali e i professori tedeschi. Fui dipinto da taluni come un ebreo sudicio, nero e gobbo. Invano cercai di dimostrare che sono cristiano e ben dritto, e che ho gli occhi azzurri. Gli attacchi non diminuirono di intensit: si arriv perfino a minacciare i miei editori.
Seccatissimo, m'ero proposto di non scriver mai pi sugli ebrei. Senonch una notte m'apparvero in sogno dieci misteriose figure che attorniarono mute il mio letto: dieci ebrei polacchi incappottati nei loro lunghi caftani. Uno si distacc dal cerchio, mi fiss a lungo, e poi mi disse che una campagna generale contro gli ebrei essendo imminente, essi avevano bisogno d'esser da me difesi. Mi ribellai. Raccontai le mie pene. Egli garant che m'avrebbe protetto e m'impose di scrivere. Non tenni quel sogno in nessun conto finch un giorno, spinto da una forza misteriosa, mi vidi costretto a scrivere il Grnes Gesicht. E devo dire che, almeno dal punto di vista finanziario, quel libro  stato il mio miglior successo.
Del resto io vivo sempre in un sogno che  realt e nel sogno continuo la vita della veglia. Mi ricordo i sogni. Agisco solo per ispirazioni. Cos una volta diedi tutto quel che avevo - ed era ben poco - a uno sconosciuto. Cos di recente un'ispirazione mi indusse a cambiare delle corone cecoslovacche in un momento del tutto impropizio, e solo qualche giorno dopo m'accorsi, per l'improvviso mutamento dei cambi, d'aver fatto un ottimo affare.
Quanto ella suppone  vero: io soffro terribilmente scrivendo. Vivo i terrori che descrivo. Dopo il lavoro di creazione mi sento spossato. Talvolta m'ammalo. Le assicuro per che non faccio uso di nessun eccitante. E poich Lei me l'ha domandato, le rispondo senz'altro che tengo assai pi alle mie teorie, che sono pratica e vita, che non alle mie creazioni artistiche che ne sono simbolo o veste.
Questo mi disse Gustavo Meyrink, mentre gi le ombre della sera s'addensavono cupe nella stanzetta della villa e davano alla magrezza del suo volto un risalto e un'espressione che prima non avevo avvertiti. Qualcosa di basaltico e di grave, illuminato dalla suggestione fosforica degli occhi.
Da allora non posso pi dubitare della sua sincerit. I suoi saranno teosofemi assurdi. Ma egli li crede tanto, da esser grato a un diligente Herr Professor Albert Langer di Graz che, malgrado il crollo della corona (1923) e la conseguente miseria degli insegnanti, persiste a lavorare a un suo libro intorno al "Simbolismo nel Golem" in cui, tra l'altro, scopre che lo stesso nome del protagonista Athanasius Pernath - atanatos (immortale), pernicies (distruzione) -  una chiara allusione alla doppia natura dell'uomo: imperitura e transeunte.
Ma lasciamo il Meyrink credersi iniziato e iniziatore, e teniamoci a quel che c' d'artistico in lui. Tanto anche il Machiavelli, ch'era chi era, faceva pompa, malgrado fiaschi solennissimi, della sua sapienza in ordinar schiere e falangi, n lasciava, pur perdendo invariabilmente al giuoco, di proclamare infallibile certa sua teoria per vincere a colpo sicuro non so bene se a cricca o a tric-trac. Newton stesso teneva assai pi al suo commento dell'Apocalisse che alla legge, da lui scoperta, della gravitazione. E chi non rammenta Pascoli, e il gran conto che faceva di quella sua "Minerva oscura", oscura, ahim, veramente?
Che c'importa che artisti e scienziati siano spesso giudici cos cattivi dell'opera loro?  a quello ch'hanno prodotto che spetta l'ultima parola;  l'opera che canta le lodi dell'autore o ne oscura le ingenue e talora deliziose pretese.

TERZO.
Il grande successo del Golem consigli il Meyrink alla ristampa, sotto il titolo Des deutschen Spiessers Wunderhorn (La Cornucopia del borghese tedesco), di una quantit di bozzetti e di novelle che videro la luce separatamente, o in antecedenti, pi esili raccolte. Ora noi crediamo che la nostra vita, e la produzione degli artisti siano una sinfonia in cui da principio si vadan timidamente accennando temi e motivi, che diresti scomparsi senza traccia se non ricomparissero poi, inaspettatamente sposati ad altri temi e motivi, per sparire di nuovo, lasciar posto a nuovi ritmi prepotenti - e infine fondersi con essi in trionfale apoteosi nell'ultimo tempo. - Nulla conforta meglio questo nostro asserto che un rapido confronto tra il Wunderhorn e il Golem.
Certi racconti del Wunderhorn ricordano le pi raccapriccianti pagine di questo romanzo. Ne Le piante del dottor Cinderella, un tale, entrato, non si sa bene perch, in una cantina, sente, procedendo tastoni lungo le pareti, qualcosa di viscido e caldo, e, abituato a poco a poco all'oscurit, scorge lungo i muri tutta una vegetazione di piante rampicanti i cui fusti sono vene rosse che pulsano e dn vita, in cima, a una miriade d'occhi senza orbita che fissan l'intruso con feroce malevolenza. Orride storie di persiani vendicativi che uccidono i loro nemici per farne vivere separate le parti del corpo riducendone il funzionamento a qualcosa di mostruosamente vegetativo e meccanico, s'alternano con avventure d'ossessionati e di catalettici e con descrizioni di morti crudelissime in cui il morituro, incapace di esprimersi, non eccita, coi suoi gesti grotteschi e disperati, che l'incosciente riso del prossimo. - La brevit di questi racconti va a tutto favore della loro efficacia, n credo vi sia in tutta la moderna letteratura niente di cos atroce, folle, raccapricciante, nulla che ti mozzi cos il respiro e ti faccia scendere lungo la spina dorsale come un'implacabile lama gelata, il terrore. Dopo una di queste letture i racconti di un Tieck o di un E.T. A. Hoffmann - che facevano venir la pelle d'oca ai buoni tedeschi del romanticismo - ti sembrano la pi innocua cosa del mondo. Ludovico Tieck tocca del resto con mano molto incerta le corde del terrore e, per suo temperamento, finisce poi quasi sempre per sconfinare nel fantastico; magistrale talvolta, spesso prolisso ed uggioso. Quel simpaticone di Hoffmann  troppo bonario: par quasi che si penta, a tratti, d'averci lavorato soverchiamente i nervi, e allora ha delle uscite comiche o buffonesche, ti sbalordisce con una serie di capriole acrobatico-virtuose o disegna, tra un delitto e una magia, un intermezzo settecentesco tutto scambietti e cipria profumata; spesso, addirittura, per non lasciarti scombussolato o colla bocca amara, ti riduce l'inesplicabile a un trucco ingegnoso e porta il racconto a lieto fine.
Col Tieck e col Hoffmann il Meyrink ha, almeno formalmente, qualcosa di comune: il temperamento satirico che lo fa amare le bestie e lo porta a umanizzarle, e il gusto matto di pater les bourgeois, di metterli alla berlina, di caricaturarli senza piet. Le sue bestie per ricordano un po' pi quelle di Kipling che il Gatto Murr o il Gatto con gli stivali, e la sua satira  pi implacabile di quella dei due romantici. La figura del pedante anacronistico che, ne L'automobile, vuol dimostrare al suo ex-allievo che la macchina non correr, e che a forza di citar formule matematiche, fa scoppiare tre cilindri,  un vero capo d'opera. L'untuosit, la Gemtlichkeit, la microcefalia e.... la prolificit del clero protestante  resa insuperabilmente ne "Il libro di Giobbe, ovvero come sarebbe ridotto il libro di Giobbe se l'avesse tradotto il Pastore Frenssen e non Lutero". Altri bozzetti del Wunderhorn sono burle atrocissime giocate agli ufficiali tedeschi ed austriaci. Nell'irresistibile Conquista di Serajevo uno di essi racconta in gergo militare e con accenti commossi, la conquista, avvenuta tra il panico della popolazione.... di una citt ungherese. Nella Palla nera un fachiro presenta al pubblico un suo sistema per proiettare i pensieri. Legata una catenella d'oro intorno a un lambico ed avvolti i capi di essa intorno alle tempie, egli riesce a far comparire nella ritorta un meraviglioso paesaggio indiano. Un ufficiale  invitato a prestarsi all'esperimento: sulle prime non succede nulla; poi, una gran palla nera comparendo nella ritorta, ne spezza le pareti e minaccia di ingoiare quanto si trova nella sala. Si  prodotto infatti il niente matematico ed ogni cosa sente l'horror vacui. Eppure lo sciagurato non aveva pensato che.... i suoi soliti pensieri.
Qualche critico afferma che nel Golem il cacciatore d'emozioni senzazionali ha ucciso il magistrale umorista. A noi non sembra. Anche l'elemento comico-satirico si fonde nel romanzo del Meyrink con gli altri. In una composizione chimica ritrovi bens i singoli elementi, ma, per un processo di influenze reciproche, profondamente modificati. Cos nel Golem anche il comico acquista qualcosa di insidioso e di sinistro, mentre la raggiunta armonia artistica gli toglie l'aculeo polemico che rende rivoltanti, per la loro esagerazione, taluni racconti del Wunderhorn. Meyrink novellista si rivela ancora in certi intermezzi del romanzo dove, in un'aria incerta e scura, van barcollando figure che han del comico, dell'assurdo e del pietoso insieme, come i generali loquaci, ubriaconi, pentiti e impenitenti che ci descrive Dostojewski.
Ma chi ha superato Meyrink nel comunicarci un terrore insistente, lentissimo, sciroccale? Tutto s'adatta a quel ritmo, tutto vi si fonde nelle pi imprevedibili variazioni. Nel Golem lo stesso simbolismo non guasta, fuso com' perfettamente con tutto il resto. Il richiamo a Poe sarebbe accademico e formale. Il tempo lento e cupo, proprio del Meyrink, non ha niente di comune coi crescendo spasmodici dello scrittore americano, in cui, d'altra parte, il simbolico non fa capolino che in Morella e in qualche racconto ancora, ma, quasi essenzialmente, come elemento estetico.
Parlavamo in principio di sinfonie che nell'ultimo tempo presentano, in contrappuntata apoteosi, tutti i temi annunziati in precedenza. Ad una di esse - quale che sia il valore del Meyrink - pu essere paragonato il Golem dove in un tutto organico s'armonizzano le sue multiformi qualit di scrittore. Preso a s poi, il Golem  una nota senza dubbio originale e inimitabile tra le disarmonie dell'inquieta letteratura mondiale moderna. Ed  questo che ci ha indotti a schiudere allo strano romanzo - rivestendolo di parole nostre - le porte d'Italia.
ENRICO ROCCA.
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IL GOLEM.
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1. SONNO.
La luce lunare si spande ai piedi del mio letto e vi giace simile a una gran pietra chiara e piana.
Quando la luna piena comincia a rattrappirsi e il suo lato destro a farsi vizzo - come un viso che, avanzando la vecchiaia, mostra le prime grinze su di una sola guancia e dimagra - mi sento oppresso, di nottetempo, da un'inquietudine cupa e tormentosa.
Non dormo e non son desto: nel semisogno si confondono nella mia coscienza cose vissute con cose lette o udite dire, come corsi d'acqua confluenti di diverso colore e chiarezza.
Avevo letto, prima di coricarmi, dei cenni sulla vita di Gotamo Budda ed ora una frase, variata in mille modi e pur sempre disnodantesi da capo, mi ricorreva alla mente:
"Una cornacchia vol verso una pietra che pareva un pezzo di grasso, e pens: ecco qui, forse, alcunch di gustoso. Ma perch la cornacchia non vi trov nulla di gustoso, se ne vol via. Come la cornacchia, che si fece presso alla pietra, cos noi - i tentatori - abbandoniamo l'asceta Gotamo, perch abbiamo perduta la facolt di compiacerci in lui".
E l'imagine della pietra, che pareva un pezzo di grasso, va prendendo nel mio cervello proporzioni mostruose.
Io cammino nel letto d'un fiume in secca e raccolgo ciottoli levigati.
Sono grigio-azzurri, dapprima, striati di pulviscoli sfavillanti; ed io li pondero e li ripondero e non so che me ne fare - neri a chiazze gialle-zolfo poi, quasi pietrificati tentativi d'un bimbo di modellare tozze salamandre screziate.
Ed io voglio buttarli lontano, questi ciottoli, ma ogni volta mi cadon di mano e mai posso levarmeli di sotto gli occhi.
Tutte le pietre che, comunque, ebbero parte nella mia vita, affiorano a me d'intorno.
Alcune si divincolano penosamente, pesantemente per sollevarsi dalla sabbia alla luce - a guisa di grossi panguri, subentrando l'alta marea - e come se a tutti i costi volessero cattivarsi i miei sguardi per dirmi cose d'incommensurabile importanza.
Altre - esauste - ripiombano inerti nei loro buchi e rinunziano per sempre a dir verbo.
Talvolta sobbalzo dall'indefinito di questi mezzi sogni ed intravvedo un istante ancora la luce lunare posata, ai piedi della mia coperta rigonfia, come una gran pietra chiara e piana - per ribrancolar poi, cieco, dietro alla coscienza che mi sfugge, cercando senza posa quella pietra che m'ossessiona - che deve pur trovarsi in qualche posto, nascosta sotto le macerie della mia memoria. La pietra che assomiglia a un pezzo di grasso.
S, una grondaia doveva una volta sfociare su di essa e verso terra - mi d ad intendere - piegata ad angolo ottuso, gli orli corrosi dalla ruggine. Ed ostinatamente mi sforzo di fermarne l'immagine dinanzi allo spirito per ingannare e ninnare, finch s'addormentino, i miei pensieri spauriti.
Non mi riesce.
Una voce nel mio interno sostiene incessantemente, con insulsa insistenza, - instancabile come un'imposta sbattuta dal vento, a intervalli uguali, contro il muro - che non  affatto cos, che quella non  la pietra che somiglia al grasso.
E posso cento volte obiettare che la cosa  del tutto secondaria: essa tace in effetti per un poco, ma per ridestarsi poi insensibilmente, e con caparbiet ricominciare: bene, bene, come vuoi, eppure non  la pietra che pare un pezzo di grasso.
Lentamente comincia a impossessarsi di me un intollerabile senso d'impotenza.
Poi.... Cosa sia avvenuto poi, non so. Ho rinunziato volontariamente ad ogni resistenza, o m'hanno sopraffatto e imbavagliato essi, - i miei pensieri? So soltanto che il mio corpo dorme disteso sul letto e che i miei sensi ne son disgiunti e nulla ve li vincola pi.
"Chi  io, ora?" voglio domandare d'un tratto, ma ecco sovvenirmi che - invero - non posseggo pi un organo con cui formulare domande. Poi temo che si ridesti la stupida voce per ricominciar da capo l'interrogatorio interminabile sulla pietra e sul grasso.
E perci lascio andare.

2. GIORNO.
E mi trovai d'improvviso in un tetro cortile e vidi, traverso l'arcata rossigna d'un portone prospiciente - di l dalla strada stretta e sudicia - un rigattiere ebreo appoggiato contro una vlta, coperta, agli angoli dei muri, di ferravecchi, d'utensili fuori uso, di staffe e pattini arrugginiti e di svariati altri arnesi senza vita.
Promanava da questo quadro l'incresciosa monotonia propria di tutte le impressioni che varcano, quotidiane e frequenti come l'andirivieni dei rivenduglioli, la soglia della nostra percezione. Esso non suscitava in me n curiosit, n sorpresa.
Avevo il senso d'abitar gi da molto tempo in quei paraggi.
Ma neppur codesta sensazione - malgrado il contrasto con tutto quello che avevo percepito poco prima e il modo stesso del mio giungere cost - ebbe virt di impressionarmi pi che tanto.
"Devo aver inteso una volta, o letto, un paragone singolare tra una pietra e un pezzo di grasso" fui come forzato a pensare d'improvviso salendo i gradini che conducono in camera mia e avvertendo di sfuggita l'aspetto untuoso delle lastre di pietra.
Ma ecco de' passi frettolosi precedermi su per l'altre branche della scala. Salgo, arrivo alla mia porta e m'accorgo che  stata Rosina, la quattordicenne dai capelli rossi, quella del rigattiere Aronne Wassertrum.
Mi fu forza passarle rasente stando ella cos, con la schiena contro la ringhiera e lascivamente abbandonata all'indietro.
Con le sudicie mani si reggeva alla cimasa. Vedevo nella penombra cupa le sue braccia nude pallidamente biancheggiare.
Evitai il suo sguardo. Quel suo sorriso insinuante, quella faccia ebrea da cavallo a dondolo mi ripugnavano.
Deve aver una carne floscia e bianca come quella del batraco che ho visto or ora, nella gabbia delle salamandre, dal venditore d'uccelli, pensai.
Le ciglia dei rossi di pelo mi fan schifo come quelle dei conigli.
Aprii la porta e subito entrato la richiusi.
Ora dalla mia finestra potevo vedere Aronne Wassertrum, il rigattiere, presso il suo fondaco.
Appoggiato contro uno stipite dell'oscura arcata pareva intento a lavorar di pinzetta intorno all'unghie.
Era sua figlia o sua nipote la Rosina dai capelli rossi? - Egli non le somigliava per niente.
Nei visi d'ebrei che vedo ogni giorno passare per la Hahnpassgasse so distinguere nettamente le diverse stirpi i cui tratti, per stretta che sia la parentela tra gli individui singoli, son cos poco suscettibili di mutamento quanto l'olio di dissolversi nell'acqua. Cosicch non  il caso di dire: quelli l son fratelli, o quello  figlio del tal padre.
Che Tizio appartenga all'una e Caio all'altra stirpe, ecco tutto ci che dai loro tratti si pu indurre.
Cosa proverebbe dunque la stessa eventuale somiglianza di Rosina col rigattiere?
Nutrono queste stirpi l'una contro l'altra una nausea e un ribrezzo arcani e tali da penetrare perfino nella stretta cerchia delle parentele - ma esse san l'arte di celarli al mondo come si fa pei segreti pericolosi.
Non uno v' che li lasci intravvedere, sicch in questa concordanza somigliano a dei ciechi, che, abbeverati d'odio, s'aggrappino a una corda stillante sudiciume - chi stringendola con ambo le mani, chi attaccandovisi pieno di ribrezzo con un solo dito - ma tutti dominati dalla superstiziosa paura di miserabilmente perire non appena staccati dal sostegno comune e divisi gli uni dagli altri.
Rosina appartiene alla stirpe, il cui tipo, rosso di pelo,  anche pi repellente degli altri. Hanno, quelli che ne fan parte, torace angusto e lunghi colli di pollo col pomo d'Adamo sporgente.
Ogni cosa in essi sembra lentigginosa. Per tutta la vita son tormentati costoro da ansie roventi - dalla lotta segreta, ininterrotta, senza successo, contro i loro sensuali appetiti, martoriati dalle preoccupazione, assillante e lurida, della propria salute.
Non sapevo proprio perch volessi metter Rosina in rapporto di parentela col rigattiere Wassertrum.
Non l'ho veduta mai vicino al vecchio, n mai mi venne fatto di vederli parlare insieme.
Per nel nostro cortile ella ci bazzica di continuo e non fa che andarsi a cacciare in tutti gli angoli bui e in tutti gli anditi della casa.
I miei coinquilini tutti la credono senza dubbio parente stretta o almeno pupilla del rigattiere. Se per si chiedesse loro il perch di queste supposizioni, son ben persuaso che nessuno saprebbe in effetti darne la ragione.
Volevo sviare il corso dei miei pensieri da Rosina. M'affacciai alla finestra di camera mia e mi misi a guardare gi nella Hahnpassgasse.
E, come se avesse avvertito il mio sguardo, Aronne Wassertrum volse d'improvviso la faccia verso di me.
La sua faccia impassibile e mostruosa dai tondi occhi di pesce e dal labbro superiore sporgente, solcato da una voglia leporina.
Un ragno umano egli mi parve che avverta il minimo tocco alla sua tela pur ostentando la pi assoluta indifferenza.
Di che mezzi campa? Come la pensa, quali sono i suoi divisamenti?
Non lo sapevo.
Agli orli dei muri del suo fondaco pendono invariabilmente, ogni santo giorno dell'anno, le stesse cose morte e senza valore.
Le saprei abbozzare ad occhi chiusi: ecco la contorta trombetta di stagno senza chiave, il quadro ingiallito, dipinto sulla carta, con quei soldati cos singolarmente disposti. Poi un festone di sproni arrugginiti infilati in una cinghia di cuoio ammuffita, e dell'altro ciarpame mezzo tarlato.
E davanti, per terra, accatastati l'uno presso all'altro, s che nessuno pu varcare la soglia del fondaco, dei cumuli di tonde lastre di ferro da focolare.
Tutti questi oggetti non crescono n diminuiscono mai e se capita per caso, di quando in quando, che un passante si fermi e chieda il prezzo dell'uno o dell'altro, il rigattiere vien preso da eccitazione violenta.
Storce allora in spaventosa maniera il suo labbro leporino e borbotta irritato parole incomprensibili in un tono basso, gutturale ed incerto, s da far passare al compratore la voglia d'interrogar pi oltre e da indurlo a proseguire sbigottito il suo cammino.
Lo sguardo di Aronne Wassertrum era sfuggito rapidamente al mio e s'appuntava ora con intenso interesse sui muri nudi che, dalla casa adiacente, vanno a far angolo presso la mia finestra.
Che poteva egli scorgervi mai?
La casa volge infatti il dorso alla Hahnpassgasse e le sue finestre dnno sul cortile. Una sola guarda verso la strada.
Per combinazione mi parve che, proprio in quel momento, qualcuno entrasse negli appartamenti della casa vicina situati allo stesso piano della mia abitazione - e adibiti, suppongo, a studio - perch, traverso i muri, mi pervenne il suono di due voci, una maschile e l'altra femminile, conversanti insieme.
Era per impossibile che il rigattiere le avesse avvertite da l sotto!
Qualcuno si moveva davanti alla mia porta.  pur sempre Rosina, indovinai, che aspetta ancora l fuori, all'oscuro, desiosamente, ch'io mi decida a chiamarla presso di me.
E sotto, un mezzo piano appena pi in gi, sta in agguato sulle scale Loisa - un ragazzo di gramo aspetto, tutto butterato dal vaiolo - e trattiene il respiro per sentire se aprir la porta. Mi sentivo quasi materialmente investito dalla ventata del suo odio e dai bollori della sua gelosia.
Egli teme d'avanzar pi oltre e di farsi scorgere da Rosina. - Egli sa di dipender da lei come un lupo affamato dal suo guardiano, ma, se potesse, preferirebbe senz'altro precipitarsi quass abbandonandosi pazzamente alle proprie smanie furibonde.
Mi sedetti al mio tavolo di lavoro e diedi mano alle pinzette e ai bulini.
Ma non mi riusc di combinare nulla: la mia mano non era ferma abbastanza per ricalcare le fini incisioni giapponesi.
La torbida e fosca vita insita in questa casa non lascia pace al mio spirito. Le antiche sensazioni riaffiorano in me senza posa.
Loisa e il suo fratello gemello Jaromir hanno un anno appena pi di Rosina.
Del padre loro, che faceva il cialdinaio, mi ricordavo a mala pena. Ora li ha in cura, credo, una vecchia donna.
Ignoravo soltanto quale fosse, tra le tante che qui alloggiano rintanate come rospi nei loro nascondigli.
Ella ha in cura i due ragazzi o, per meglio dire, d loro ricetto ed essi devono compensarla con quel che eventualmente riescono a rubare o ad accattare.
Che provveda anche al loro vitto? Non sapevo imaginarmelo, perch la vecchia rientra sempre ad ora tarda.
Deve fare la mortoriante.
Quando Loisa, Jaromir e Rosina erano ancora bambini li vedevo spesso tutti e tre giocare tranquillamente nel cortile.
Ma quei tempi son gi molto lontani.
Ora Loisa sta tutto il giorno alle calcagna della giudea dai capelli rossi.
Talvolta la cerca lungamente invano e, quando non riesce a trovarla in nessun posto, si trascina gatton gattoni fino alla mia porta ed aspetta quivi col viso stravolto ch'ella vi venga di nascosto.
E allora, mentre sto lavorando, lo vedo in ispirito stare in agguato di fuori, nel corridoio tortuoso, la testa con la nuca estenuata sporta in avanti in atto d'ascoltare.
Talvolta uno schiamazzo selvaggio rompe bruscamente il silenzio.
Jaromir, ch' sordomuto, e le cui facolt mentali non sono occupate che dalla incessante e pazza foia per Rosina, erra per la casa come una bestia e l'inarticolato abbaiare ch'egli emette, quasi fuori di s dalla gelosia e dal sospetto,  raccapricciante al punto da far gelare il sangue nelle vene.
Egli cerca i due, che imagina sempre insieme - nascosti in uno dei mille sudici bugigattoli - invasato di cieco furore, assillato continuamente dal pensiero di dover stare alle calcagna di suo fratello perch nulla avvenga con Rosina ch'egli non sappia.
Ed  proprio l'incessante tormento di quest'infelice, intuivo, l'eccitante che spinge Rosina a riprender di continuo le relazioni con l'altro.
Quando l'inclinazione o la volonterosit di costei si vanno affievolendo, Loisa inventa di volta in volta singolari atrocit per suscitar di nuovo le brame di Rosina.
I due si fan sorprendere allora, ad arte o realmente, dal sordomuto e attirano l'invasato, dietro di s, lungo corridoi oscuri dov'hanno approntate - con cerchi di botte rugginosi, che scattano su chi li pesta, e con rastrelli di ferro dalle punte rivolte all'in su - delle trappole insidiose in cui dovr cadere contundendosi sanguinosamente.
Di quando in quando, per esasperare il supplizio fino all'estremo, Rosina escogita di propria iniziativa qualche tiro diabolico.
Muta allora d'un tratto il suo contegno verso Jaromir e si finge improvvisamente invaghita di lui.
Col suo stereotipato sorriso comunica all'infelice in fretta e in furia delle cose che lo mettono in uno stato di quasi folle eccitazione ed ha per giunta inventato un linguaggio di cenni, apparentemente misterioso e appena semicomprensibile, che deve avviluppare senza salvezza il sordomuto in una rete inestricabile d'incertezze e di struggenti speranze.
Una volta lo vidi nel cortile, accanto a lei che gli sussurrava qualcosa con movimenti di labbra e gesti cos veementi, - ch'io m'aspettavo ad ogni istante di vederlo abbattuto al suolo dall'orgasmo violento.
Il sudore gli inondava il viso per lo sforzo sovrumano d'afferrare il senso di quella comunicazione volutamente oscura ed affrettata.
E per tutto il d seguente aspett febbrilmente in agguato sulle scale oscure di una vicina casa mezzo diroccata in collegamento con la stretta e sudicia Hahnpassgasse - finch pass l'ora in cui avrebbe potuto accattare qualche soldo agli angoli delle vie.
E quando a sera tarda si decise a rientrare, mezzo morto di fame e d'orgasmo, trov che la tutrice l'aveva gi da tempo chiuso fuori.
...
Una gaia risata femminile mi pervenne, traverso ai muri, dallo studio attiguo.
Una risata! - Una gaia risata in questi quartieri? Non v' in tutto il ghetto chi sappia ridere gaiamente.
Mi ricordai allora che, pochi giorni fa, il vecchio burattinaio Zwakh m'aveva confidato che un giovane e distinto signore gli aveva preso a pigione lo studio pagandoglielo profumatamente - per potervisi intrattenere, a quanto pareva, lungi dagli sguardi indiscreti, con l'eletta del cuore.
Era stato necessario, affinch nessuno tra quei di casa se n'accorgesse, portar su a poco a poco, ogni notte e di nascosto, pezzo per pezzo, i preziosi mobili del nuovo inquilino.
Il buon vecchio, raccontandomi il caso, si fregava le mani dal piacere e se la godeva come un bimbo pensando all'abilit con cui la cosa era stata condotta: nessuno tra i casigliani poteva avere il pi vago sentore che esistesse la romantica coppia amorosa.
Mi disse anche che dalle tre case sarebbe stato possibile arrivare, senz'esser scorti, nello studio. - Vi si potrebbe accedere perfino traverso una botola!
Sicuro! - abbassando il saliscendi della porta di ferro della soffitta, cosa per chi venga di l molto facile, si potrebbe, traverso la mia camera, guadagnare le scale della nostra casa utilizzandole per sortire....
Sento squillare di nuovo la gaia risata che risveglia in me l'indistinto ricordo di una casa lussuosa e d'una famiglia aristocratica, che spesso mi faceva chiamare perch dessi mano a qualche piccolo restauro d'antichit preziose.
Improvvisamente odo, vicinissimo, un grido lacerante. Ascolto atterrito.
La porta ferrea della soffitta cigola impetuosamente e un istante dopo una signora si precipita nella mia stanza.
Coi capelli sciolti, bianca come la parete, una coperta di broccato d'oro buttata sulle spalle nude.
"Maestro Pernath, mi nasconda - per l'amore di Cristo! - non mi domandi nulla, mi nasconda qui!".
Prima ancora ch'io potessi rispondere qualcuno rispalanc la porta per richiuderla immediatamente.
Per la durata di un secondo il viso ghignante del rigattiere Aronne Wassertrum v'era comparso come una maschera terrificante.
...
Una macchia rotonda e splendente affiora al mio sguardo, ed al lume della luna riconosco di nuovo i piedi del mio letto.
Il sonno grava ancora su di me come un peso mantello lanugginoso e il nome Pernath brilla in lettere d'oro davanti alla mia memoria.
Dove ho letto mai questo nome? - Atanasio Pernath?
Credo, credo, molto, molto tempo fa, d'aver scambiato in qualche posto il mio cappello e d'essermi meravigliato allora che m'andasse cos bene, per quanto io abbia una forma di testa sommamente caratteristica.
Ed io guardai in quel cappello non mio - allora, e... s, s, proprio l dentro stava scritto in lettere di carta dorata sulla fodera bianca:
ATANASIO PERNATH.
Quel cappello m'intimoriva, mi metteva paura, non sapevo perch.
Ed ecco improvvisamente la voce che avevo dimenticata e che insisteva nel voler sapere da me dove fosse la pietra che assomiglia al grasso, avventarmisi contro, simile a una freccia.
In fretta rievoco in me il profilo acuto e il ghigno dolciastro della rossa Rosina, e mi riesce in questo modo di schivare la freccia che tosto si perde nell'oscurit.
S, il viso di Rosina. Ecco qualcosa di ben pi forte dell'ebete voce pettegola, tant' vero che, quando, tra pochi istanti appena, mi sar messo in salvo nella mia stanza alla Hahnpassgasse, potr stare perfettamente tranquillo.

3. LIBRO.
Se non m'inganna la sensazione che qualcuno salga le scale dietro di me, a una certa distanza sempre eguale, con l'intenzione di venirmi a trovare, egli dev'esser arrivato ora all'ultimo pianerottolo press'a poco.
Adesso svolta all'angolo dove abita l'archivista Scemaj Hillel, e, dai gradini consunti, mette piede sull'ammattonato rosso dell'andito al piano di sopra.
Eccolo che avanza tastoni lungo la parete e adesso, proprio adesso, deve leggere, sillabando a stento nell'oscurit, il mio nome sulla placca della porta.
Ed io mi misi ritto in mezzo alla stanza e guardai verso l'ingresso.
Allora l'uscio s'apr ed egli entr.
Fece solo pochi passi verso di me n si lev il cappello o disse una qualche parola di saluto.
Cos egli si comporta quand' a casa sua, sentivo, e trovai naturalissimo che agisse cos e non altrimenti.
Mise la mano in tasca e tir fuori un libro.
Poi lo and lungamente scartabellando.
La custodia del libro era di metallo, e gli incavi, a forma di suggelli e rosoni, erano niellati o colmi di spesse pietruzze.
Aveva trovato finalmente il punto che cercava, e l'addit.
Il capitolo era intitolato "Ibbur", "la spirituale gravidanza" - decifrai.
La grande iniziale "I", miniata in oro e in rosso, occupava quasi met dell'intera pagina, ch'io involontariamente scorsi, ed era consunta all'orlo.
La dovevo restaurare.
L'iniziale non era appiccicata alla pergamena, come gi avevo osservato ne' vecchi libri, ma pareva consistere piuttosto di due lamine d'oro sottile saldate insieme al centro o aggraffate con le estremit agli orli della pergamena.
Un buco non doveva quindi essere intagliato nella pergamena al posto preso dalla lettera?
E se cos fosse, l'"I" non dovrebbe apparire, a tergo, rovesciata?
Voltai e vidi confermata la mia ipotesi.
Involontariamente lessi anche questa pagina e l'altra di fronte.
Continuai a leggere e a leggere.
Il libro mi parlava, come il sogno parla, pi chiaramente per, e pi distintamente. E m'inquietava il cuore con un'indefinita interrogazione.
Parole fluivano da un'invisibile bocca, diventavan cose vive e si dirigevano verso di me. Giravano e volteggiavano a me dinanzi come schiave variopintamente abbigliate, sprofondavan poi nel suolo o si dileguavano come iridescenti vapori nell'aria per lasciar posto alle successive. Ognuna sperava per un momento ch'io la scegliessi rinunziando a veder le venienti.
Ve n'erano alcune che avanzavano pomposamente, simili a pavoni, in vesti sfavillanti, a passi lenti e misurati.
Altre, pari a regine, ma invecchiate e disfatte, tinte le palpebre - con un tratto cortigianesco intorno alla bocca e le grinze coperte di sconcio belletto.
Io le sorvolavo, fiso alle venienti, e il mio sguardo scivolava lungo intere teorie di figure grige, dai visi comuni e inespressivi al punto da ritener impossibile imprimersele in mente.
Una femmina fu poi trascinata innanzi. Ed era nuda nata e gigantesca come un colosso di bronzo.
Le sue ciglia erano lunghe quanto il mio corpo intero e muta ell'additava il polso della sua mano sinistra.
Pulsava questo come un terremoto, ed io sentii racchiusa in lei la vita d'un cosmo intero.
Dalle lontananze s'avanzava strepitando una schiera di coribanti. Un uomo e una donna s'avvitichiavano insieme. Li vidi avanzare gi da lungi, e sempre pi da presso rumoreggiava la schiera.
Ora udivo vicinissimo il canto risonante degli estasiati: cercai con gli occhi la coppia intrecciata.
Essa s'era per trasfigurata in un essere unico, mezzo maschile, mezzo femminile - in un ermafrodito - seduto sopra un trono di madreperla.
E la corona dell'ermafrodito terminava in una tavola di legno rosso, sulla quale il verme della distruzione aveva inciso, corrodendola, misteriosi geroglifici.
Subito dopo veniva trotterellando frettolosamente, in una nube di polvere, una gregge di piccole pecore cieche: bestie da pascolo, che il gigantesco androgino si portava dietro per mantenere in vita la sua masnada di coribanti.
V'erano, di quando in quando, tra le figure fluenti dalla invisibile bocca, alcune venute su dai sepolcri - i volti coperti dal sudario.
E se sostavano a me dinanzi, lasciavan cader di repente i loro involucri e s'affissavano con occhi di rapaci belve affamate sul mio cuore, sicch un brivido d'orrore mi saliva al cervello e il sangue mi s'ingorgava come un fiume nel cui letto precipitino d'improvviso macigni dal cielo.
Una donna trasvol al mio cospetto. - Non le vidi il viso, ch'ella teneva altrove rivolto. - Indossava un manto di fluenti lacrime.
Brigate di maschere passavano danzando, ridevano e non si curavano di me.
Solo un Pierrot si volge meditabondo a guardarmi, e torna indietro. Mi si pianta davanti e ficca lo sguardo nel mio viso come si fa in uno specchio.
Egli fa degli sberleffi cos strani, alza e muove le braccia - ora con esitazione, ora fulmineamente - in tal maniera che un impulso spettrale mi spinge ad imitarlo, a strizzare gli occhi come lui, a spallucciare e a storcer gli angoli della bocca.
Ma lo discosta a spintoni, impaziente, la calca delle figure che urgono dietro, desiderose tutte di sfilarmi dinanzi per farsi guardare.
Nessuno di questi esseri ha consistenza.
Scivolanti perle essi sono, allineate sopra un fil di seta, singole note soltanto di una melodia che sgorgano dall'invisibile bocca.
Non era pi un libro quello che mi parlava. Era una voce. Una voce che voleva qualcosa da me, qualcosa che non capivo per quanto me ne dessi pena. Che mi tormentava con ardenti, incomprensibili domande.
Ma la voce, che pronunciava queste parole visibili, era senza eco spenta.
Ogni accento, che risuoni nel mondo del presente, ha molti echi, come ciascuna cosa ha un'ombra grande e molte piccole ombre, ma questa voce non ha pi echi - gi da tempo, da lungo tempo sono spenti e vaniti.
E avevo letto il libro fino in fondo e ancora lo tenevo tra mano, allorch mi parve d'aver frugato scartabellando nel mio cervello, non in un libro!
Tutto quel che la voce m'era andata dicendo, lo portavo in me da quando vivevo, ma velatamente ed obliosamente, e s'era occultato al mio pensiero fino al momento presente.
...
Alzai gli occhi.
Dov'era l'uomo che m'aveva portato il libro?
Era andato via!?
Lo verr a prendere, una volta finito?
O avrei dovuto portaglielo io?
Ma non potevo ricordarmi che m'avesse detto dove abitava.
Volli mentalmente rievocarne l'aspetto, ma non mi riusc.
Com'era mai vestito? Era vecchio, era giovane? - E che colore avevano i suoi capelli e la sua barba?
Nulla, non potevo pi rammentarmi nulla. - Tutte le immagini che di lui mi foggiavo, svanivano senza riparo prima ancora ch'io potessi compormele in mente.
Chiusi gli occhi e mi premetti con una mano le palpebre onde poter cogliere a volo almeno un tratto, il pi fuggevole, della sua figura.
Nulla, nulla.
Mi misi l, in mezzo alla stanza, a guardare verso la porta, come avevo fatto prima quand'era venuto, e cercai di imaginarmi: ora svolta all'angolo, ora cammina sull'ammattonato, ora legge sulla porta la targhetta "Atanasio Pernath" e adesso entra.
Inutilmente.
Non riusciva ad affiorare in me neppure il pi vago ricordo delle sue esteriori parvenze.
Vidi il libro sul tavolo e desiderai evocarvi accanto mentalmente la mano che l'aveva tolto di tasca e me l'aveva prto.
Non riuscivo nemmeno a ricordare se fosse stata inguantata o nuda, giovane o rugosa, inanellata o no.
A questo punto ebbi un'idea singolare.
Fu come un'ispirazione alla quale non si pu resistere.
Indossai il mantello, mi misi il cappello, uscii nel corridoio e scesi le scale. Poi ritornai lentamente in camera mia.
Lentamente, molto lentamente, come lui quand'era venuto. E nell'aprir la porta vidi la mia stanza pervasa di crepuscolo. Ma non era ancora giorno chiaro dianzi, quando ne sono uscito?
Quanto mai tempo dovevo esser rimasto a meditare per non accorgermi che s'era fatto cos tardi?
E tentai d'imitare lo sconosciuto nell'andatura e nei gesti pur non ricordandomeli affatto.
E come avrei potuto mai riuscire ad imitarlo, se mi mancava ogni base per ricostruirne l'aspetto?
Ma la cosa and diversamente. Affatto diversamente da quel che non pensassi.
La mia pelle, i miei muscoli, il mio corpo si ricordarono improvvisamente, senza rivelar nulla al cervello. Fecero movimenti ch'io non desideravo n intendevo fare.
Come se le mie membra non m'appartenessero pi!
Mossi due passi nella stanza, la mia andatura s'era fatta tutt'a un tratto barcollante e strana.
- Quest' l'andatura d'un uomo continuamente in procinto di cader bocconi, - mi dissi.
S, s, s, quest'era la sua andatura!
E sentii in modo chiaro e preciso: lui  cos.
Avevo una faccia estranea e sbarbata dagli zigomi sporgenti, e guardavo con occhi obliqui.
Io lo sentivo, eppure non potevo vedermi.
Questo non  il mio viso, volevo urlare inorridito, e avrei voluto toccarlo, ma la mia mano non obbediva alla volont e s'affondava in tasca e ne traeva un libro.
Precisamente come aveva fatto lui, prima.
Ed ecco che, a un tratto, siedo di nuovo a tavolino e sono io. Io, io.
Atanasio Pernath.
Tremavo tutto d'orrore e di raccapriccio e il cuore sembrava volermisi schiantare galoppando pazzamente. Dita spettrali, sentivo, che pur dianzi m'erano andate palpeggiando nel cervello, mi si son levate di torno.
Avvertivo ancora, impresse nella nuca, le gelide orme del loro contatto.
Ora sapevo com'era fatto lo straniero e potevo risentirlo in me - ad ogni istante - purch l'avessi voluto; ma rappresentarmi l'imagine sua, s da vedermela innanzi, faccia a faccia - ecco quel che tuttora non mi riusciva e che non mi riuscir mai.
Egli  come una negativa, come un'invisibile forma cava - compresi - i cui contorni mi sono inafferrabili e dentro ai quali devo costringermi, se voglio aver coscienza, nel mio stesso Io, della loro forma ed espressione.
Nel cassettino del mio tavolo c'era un astuccio di ferro; - vi avrei chiuso dentro il libro per non estrarnelo e procedere al restauro della rovinata iniziale "I", se non quando fosse cessato del tutto lo stato morboso del mio spirito.
E presi il libro di sul tavolo.
E allora mi parve di non averlo nemmeno toccato; afferrai l'astuccio: identica sensazione. Quasi che la mia percezione tattile dovesse percorrere una lunga, lunga via, tutta tenebre profonde, prima di sfociare nella mia coscienza; quasi che le cose fossero lontane da me, divise da un'annosissima stratificazione di tempo, e appartenessero a un passato per me perdutamente remoto!
...
La voce che s'aggira, cercandomi, nell'oscurit per tormentarmi a proposito della pietragrasso, m' passata accanto e non m'ha visto. - Ed io so ch'essa pure proviene dal regno del sonno. - Mai quel che ho vissuto era vita vera - e perci non ha potuto vedermi ed  invano ch'essa mi cerca. Ecco quel che sento.

4. PRAGA.
Mi stava accanto lo studente Charousek, affondato nel bavero di quel suo soprabito leggero e tutto sfilaccicato. Lo sentivo battere i denti dal freddo.
Restare nel giro d'aria diaccio di questo portone potrebbe costargli la vita, mi dissi, e lo invitai a passare dall'altra parte e ad accompagnarmi in casa.
Ma egli se ne scherm.
"Grazie, maestro Pernath" mormor abbrividendo "ma purtroppo me ne manca il tempo - devo correre in citt. - Del resto c'inzupperemmo fino alle ossa arrischiandoci adesso in istrada. - E fin dai primi passi! - Quest'acquazzone non d segno di voler smettere!".
Cateratte d'acqua spazzavano i tetti scorrendo lungo il viso delle case come un gran fiume di lacrime.
Sporgendo un po' la testa vedevo dirimpetto, al quarto piano, la mia finestra che, grondante di pioggia, mostrava le lastre quasi stemperate - fatte opache e gibbose come colla di pesce.
Un giallo rigagnolo di sudiciume scorreva gi per la strada e l'atrio si popolava di passanti, tutti in attesa che il tempaccio si rimettesse un poco.
"Guardi l un mazzo nuziale che galleggia!" - disse a un tratto Charousek additando una ciocca di mirti appassiti trascinata dalla torbida corrente.
Alle nostre spalle qualcuno sghignazz.
Volgendomi, vidi ch'era stato un vecchio signore, distintamente vestito, dai capelli bianchi e dal viso grasso bolso come quello dei rospi.
Anche Charousek si volt un momento a guardare e borbott qualcosa a mezza voce.
Un non so ch d'increscioso emanava dal vecchio. - Ne distolsi lo sguardo. E mi diedi a squadrare le maltinte case dirimpetto, accosciate, l'una accanto all'altra, sotto la pioggia, come vecchie bestie indolenti.
Che aria sinistra e diruta avevano!
Si presentavano cos, costruite a casaccio, come a caso cresce la zizzania nei campi.
Le avevano addossate - due o tre secoli fa - a una bassa muraglia gialla, unico avanzo di un antico e vasto edificio, cos, alla bell'e meglio, senza un qualsiasi piano d'insieme. - L una mezza casa storta dalla fronte rientrante, - un'altra a ridosso: sporgente come un dente canino.
Sotto il cielo piovorno sembravano immerse nel sonno, e nulla s'avvertiva della vita insidiosa ed ostile che da esse talvolta s'irradia quando la nebbia delle sere d'autunno s'addensa nelle strade e giova a dissimulare la loro mimica cauta e quasi impercettibile.
Dal tempo immemorabile in cui ho fissato qui la mia dimora, s' andata approfondendo in me l'impressione, incancellabile ormai, che vi sieno per esse determinate ore, nel corso della notte o ai primissimi albori mattutini, durante le quali han luogo, concitati, i loro conciliaboli silenziosi ed arcani. E allora un tremito indistinto pervade i loro muri, inesplicabilmente; rumori corrono su pei tetti e gi per le grondaie - e noi li avvertiamo, incuranti, a sensi ottusi, senza indagarne le cause.
Spesso sognai d'aver scoperto origliando le mene spettrali di queste case e d'aver appreso, con trepido stupore, ch'erano segretamente le padrone vere e proprie della strada, ch'era in loro potere di spogliarsi d'ogni vita e sensibilit e di richiamarle in s - di prestarle durante il giorno agli abitanti che vi dimorano per riprendersele poi ad usura al sopravvenir della notte.
E se mi metto mentalmente a passare in rassegna la strana gente che vi abita, simile piuttosto a fantasmi che a nati di donna, il cui pensiero e la cui azione sembran composti, a caso, di pezzi e bocconi, sono pi che mai incline a credere che in questi sogni s'ascondano oscure verit, che allo stato di veglia continuano a manifestarmisi subcoscientemente, ma solo come il ricordo di favole smaglianti.
E allora si ridesta in me segretamente la leggenda del Golem, il fantasma, l'uomo artificiale che un rabbino versato nell'arte cabalistica, trasse un giorno qui, nel ghetto, dalla materia inerte e destin a una vita d'automa senza pensiero insinuandogli dietro i denti una magica cifra.
E come il Golem ridiventava inerte statua d'argilla non appena gli venisse tolta di bocca la sillaba vitale, cos, supponevo, questi individui tutti dovrebbero cader d'un tratto esanimi al suolo, quando un qualunque concettuzzo, una secondaria tendenza, nell'uno forse un'abitudine senza scopo, nell'altro invece la sola oscura aspettazione di qualcosa d'assolutamente vago e inconsistente venisse spenta - nel loro cervello.
E, tuttavia, che aria hanno mai d'incessante spaventoso agguato codesti esseri!
Non li vedi mai lavorare, questi uomini, eppure son desti fin dal primo baluginar del giorno e aspettano rattenendo il respiro - non si sa quale vittima, che per mai non giunge.
E pare talvolta che, in effetti, qualcuno s'addentri nella loro sfera, un qualche inerme, ai cui danni potrebbero arricchirsi. Ma allora son presi, d'un tratto, da un'ansia paralizzante che li ricaccia nei loro bugigattoli e li fa desistere, tremanti, da ogni proposito.
Nessuno sembra debole abbastanza perch loro non manchi quel tanto di coraggio che occorre per impossessarsene.
"Degeneri belve sdentate, cui forza ed armi sono tolte!" - disse Charousek esitando, e mi guard.
Come poteva sapere quel che stavo pensando?
 tanta la fiamma che talvolta comunichiamo ai nostri pensieri da metterli in grado di sprizzare sul cervello del vicino come scintillanti faville - intuii.
"....ma di che mezzi camperanno?" - dissi dopo un po'.
"Campare. - Di che mezzi! - Ma se qualcuno di loro  milionario!"
Guardai Charousek. Che voleva dire con queste parole?
Ma lo studente taceva contemplando le nuvole.
Il chiacchiericcio nell'atrio del portone s'era per un istante chetato e s'udiva soltanto lo scrosciar della pioggia.
Cosa avr mai voluto dire con quel: "Ma se qualcuno di loro  milionario!?".
Di nuovo parve che Charousek avesse indovinato i miei pensieri.
Indic il vicino negozio del rigattiere, dove la pioggia risciacquava la ruggine dei ferravecchi e andava formando rigagnoli e pozze rossastre.
"Aronne Wassertrum! Lui, per esempio,  milionario, - quasi un terzo del ghetto gli appartiene. Ma come, non lo sa, signor Pernath?!"
Rimasi letteralmente senza fiato. "Aronne Wassertrum! Il rigattiere Wassertrum milionario?!".
"Oh: io lo conosco molto bene" continu Charousek con irritazione, e come se altro non avesse aspettato che una mia domanda. "Conoscevo anche suo figlio, il dottor Wassory. Non ha mai sentito parlare di lui? Del dottor Wassory, del - celebre - oculista? Un anno solo fa tutta la citt parlava entusiasticamente di lui - del grande - scienziato. Nessuno sapeva allora ch'egli avesse cambiato nome e che prima si chiamasse Wassertrum. - Egli posava volentieri a uomo di scienza appartato dal mondo e, caso mai si venisse a parlare d'origini, buttava l, con aria modesta e profondamente commosso, delle mezze frasi per dire che suo padre proveniva ancora dal ghetto - e che, per quel che lo riguarda, aveva dovuto, sortito com'era da umilissimi natali, farsi strada traverso ogni sorta di stenti e di inenarrabili ansiet.
Sicuro! Traverso stenti ed ansiet!
Ma traverso gli stenti e le inenarrabili ansiet di chi, ecco una cosa ch'egli non ha mai detta.
Io per so - in che rapporti sta questa faccenda col ghetto. - Charousek m'aveva afferrato per un braccio e mi scuoteva violentemente.
"Maestro Pernath, io sono povero, povero a un punto che io stesso arrivo appena a capire. Mi tocca andar in giro mezzo nudo come un vagabondo. Ma guardi qua, eppure sono studente in medicina - sono una persona colta, io!"
Si sbotton impetuosamente il soprabito ed io vidi con orrore che non aveva indosso n camicia, n giubba e che il mantello gli copriva la pelle nuda.
"Ed ero gi cos povero, quando mandai in rovina quel mostro, l'onnipossente e celebrato dottor Wassory - n, tuttora, anima viva sospetta che sono stato io - proprio io a provocare la catastrofe.
"In citt si crede che sia stato un certo dottor Savioli a svelarne le pratiche alla luce del sole e a spingerlo poi al suicidio.
"Il dottor Savioli - glielo dico io - non  stato altro che il mio strumento! Io solo ho ideato il piano e raccolto il materiale, sono stato io a fornire le prove e a smuovere, adagio, adagio, insensibilmente, pietra dopo pietra nell'edificio del dottor Wassory finch le cose giunsero al punto che tutto l'oro del mondo e tutta la malizia del ghetto non sarebber valsi ad impedire il crollo, per cui bastava ormai un'impercettibile scossa.
"Cos, capisce, cos - come si gioca a scacchi.
"Proprio come si gioca a scacchi.
"E nessuno sa che sono stato io!
"Sta di fatto per che talvolta il rigattiere Aronne Wassertrum non pu dormire, assillato dal dubbio atroce che qualcuno, a lui sconosciuto e che, per quanto gli sia sempre vicino, non riesce ad afferrare - qualcuno che non  il dottor Savioli - abbia dovuto aver mano nel gioco.
"Ma per quanto Wassertrum sia nel novero di quelli i cui occhi son capaci di vedere oltre i muri, pur tuttavia non riesce a concepire che esistan cervelli in grado di calcolare come si possan trapassar codesti muri con lunghi, invisibili aghi avvelenati, oltre i quadrelli e accanto ad ori e pietre preziose, per andar a colpire l'ascosa vena della vita".
Charousek si batt la fronte e rise selvaggiamente.
"Aronne Wassertrum l'imparer presto: il giorno preciso in cui vorr far la festa al dottor Savioli. Esattamente in quello stesso giorno.
"Ho studiato anche questa partita a scacchi fino alla ultima mossa. - Vedremo stavolta un magnifico scacco matto. Non esiste una sola mossa, fino all'atroce fine, ch'io non sia preparato a parare provocando il disastro.
"Chi s'impegna con me in una simile partita, penzola nel vuoto - glielo dico io - attaccato, come una povera marionetta, ai sottili fili - fili ch'io tiro - m'ascolti bene, che io tiro mettendo fine ad ogni libero moto della sua volont".
Lo studente parlava come nel delirio della febbre ed io lo guardavo in faccia, inorridito.
"Ma cosa le hanno fatto dunque Wassertrum e suo figlio perch lei li odii cos?"
Charousek si scherm con impeto:
"Lasciamo stare - mi domandi piuttosto cos' che il dottor Wassory ha pagato con la pelle! O desidera invece che se ne parli un'altra volta? - La pioggia non  pi tanto forte. - Vuol forse andare a casa?"
Abbass la voce come chi d'improvviso e del tutto si calmi. Feci di no con la testa.
"Ha mai sentito parlare di come oggigiorno si curi il glaucoma? - No? - E allora bisogna che glielo spieghi perch lei possa capire esattamente ogni cosa, maestro Pernath!
Mi ascolti: il glaucoma, dunque,  un'insidiosa malattia interna degli occhi che finisce con la cecit, e non v' che un mezzo solo per ostacolare i progressi del male e, precisamente, la cosidetta iridettomia che consiste nell'estrarre, a mezzo di pinzette, una particella cuneiforme dall'iride dell'occhio.
Le conseguenze inevitabili di quest'operazione sono,  vero, dei terribili fenomeni d'offuscamento che durano per tutta la vita, ma si riesce quasi sempre ad arrestare il processo che porterebbe alla cecit.
Ma la diagnosi del glaucoma  una faccenda tutt'affatto speciale.
Vi sono infatti dei periodi, specialmente all'inizio della malattia, in cui i sintomi pi evidenti scompaiono, in apparenza, del tutto. E un medico che, in questi casi, non riesca a riscontrare la menoma traccia del morbo, non ha ragione alcuna per affermare senz'altro che il suo predecessore si sia ingannato manifestando un'opinione diversa.
Ma dal momento che la detta iridettomia - eseguibile, s'intende, nello stesso e preciso modo tanto su di un occhio sano quanto su di uno ammalato - abbia avuto luogo, non  assolutamente pi possibile fare induzioni sulla preesistenza, o meno, del glaucoma.
E in base a queste e a diverse altre circostanze il dottor Wassory aveva concepito e messo in azione un suo mostruoso disegno.
Spessissimo - e di preferenza su soggetti femminili - egli diagnosticava il glaucoma laddove trattavasi soltanto di trascurabili disturbi visivi; e ci unicamente per poter arrivare a un'operazione che non gli costava fatica e gli rendeva molto.
Ed eccolo finalmente ad aver tra le mani gente inerme nel modo pi assoluto; e senza che dovesse occorrere, per saccheggiarla, neppure un'ombra di coraggio!
Caso classico, maestro Pernath: lei vede qui la belva degenere messa nelle condizioni di vita ideali per poter sbranare, senza impiego d'armi o di forza, la propria vittima.
Senza mettere in gioco nulla! - Capisce?! Senza dover correre il menomo rischio!
Con una quantit di bolse pubblicazioni su riviste professionali il dottor Wassory aveva saputo crearsi una fama di specialista eminente ed era riuscito a buttar polvere negli occhi perfino ai suoi colleghi, troppo ingenui e dabbene per imaginarlo qual'era.
Ne segu, com' naturale, che un numero stragrande di pazienti ricorresse a lui per aiuto.
Se gli si presentava dunque qualcuno con dei leggeri disturbi visivi e si faceva visitare, il dottor Wassory si metteva all'opera immediatamente e con metodica perfidia.
Procedeva prima di tutto al consueto interrogatorio, ma prendendo abilmente nota, per poter trovarsi a posto in ogni eventualit futura, di quelle sole risposte che permettessero di concludere sulla presenza del glaucoma.
E scandagliava con circospezione per sapere se in precedenza fosse stata formulata un'altra diagnosi.
Discorrendo accennava fugacemente a una chiamata di premura che, sollecitando dall'estero la sua presenza per certi importanti rilievi scientifici, lo costringeva a partire l'indomani stesso.
Durante l'oftalmoscopia a raggi elettrici, cui procedeva tosto, egli, di proposito, faceva spasimar l'ammalato quanto pi fosse possibile.
Tutto con premeditazione! Tutto con premeditazione!
E quando, finito l'interrogatorio, il paziente gli rivolgeva la consueta ansiosa domanda per sapere se vi fossero ragioni d'allarmarsi, ecco che Wassory moveva la prima pedina.
Egli si metteva di fronte all'ammalato, lasciava passare un minuto e pronunziava poi a voce alta e misurata queste parole:
"La cecit di entrambi gli occhi  inevitabilmente da attendersi in brevissimo tempo!"
...
La scena, che naturalmente seguiva, era spaventevole.
Spesso la gente cadeva in deliquio, piangeva, urlava e si gettava a terra in preda a selvaggia disperazione.
Perdere la vista significa perdere tutto.
E quando veniva il momento, consueto anche questo, in cui la povera vittima, avvinghiandosi alle ginocchia del dottor Wassory, domandava gemendo se proprio non vi fosse alcun rimedio in tutta la terra d'Iddio, ecco che la belva moveva la seconda pedina tramutandosi egli stesso nel Dio che pu aiutare!
Tutto, tutto in questo mondo  come un gioco di scacchi, maestro Pernath!
Un'operazione immediata, diceva poi, come sopra pensiero, il dottor Wassory,  l'unica cosa che potrebbe forse salvare, e preso d'improvviso da un impeto di smodata, bramosa vanit si lasciava trasportare da un flusso di parole diffondendosi nella descrizione di questo e di quel caso, tutti molto analoghi al presente - e parlava degli infiniti ammalati che dovevano a lui la conservazione della vista; e di molte altre cose simili.
Si gonfiava tutto sentendosi considerato dagli altri come una specie d'essere superiore nelle cui mani sia posto il bene e il male dell'umanit.
La derelitta vittima, invece, gli sedeva di fronte, affranta, col cuore pieno d'ardenti domande, la fronte imperlata di sudore freddo, e non s'arrischiava neppure d'interromperlo per tema di - irritare - lui - l'unico da cui potesse ancora aspettarsi soccorso.
E con le parole che purtroppo egli non avrebbe potuto procedere all'operazione che tra qualche mese, quando fosse di ritorno dal suo viaggio - il dottor Wassory chiudeva il suo discorso.
 da sperarsi - in casi simili bisogna sempre sperare il meglio - che in allora non sia troppo tardi: diceva.
Manco a dirlo, gli ammalati sobbalzavano interroriti, dichiaravano di non volere in nessun caso aspettare un solo giorno di pi e domandavano supplicando un consiglio, l'indicazione di altri oculisti della citt che fossero ritenuti buoni operatori.
Allora era giunto per il dottor Wassory il momento di vibrare il colpo decisivo.
Si metteva a passeggiare su e gi, corrugava penosamente la fronte e mormorava infine, addolorato, che l'intervento d'un altro medico avrebbe richiesto purtroppo un nuovo esame dell'occhio per mezzo dell'oftalmoscopio a luce elettrica, cosa che - oltre ad esser dolorosa come il paziente stesso sapeva ormai - avrebbe potuto portare, per l'azione dei raggi abbacinanti, a conseguenze addirittura fatali.
Un altro medico dunque, a prescindere totalmente dal fatto che proprio la pratica nell'iridettomia fa difetto a pi d'uno - non avrebbe potuto, per la necessit stessa di una nuova visita da non imprendersi prima del lungo periodo richiesto dai nervi visivi per riposarsi, procedere ad un'operazione chirurgica".
Charousek strinse i pugni.
"In gergo scacchistico questo si chiama mossa obbligata" caro maestro Pernath! - Quel che succedeva poi era un'altra mossa obbligata - mosse ottenute coattamente, una dopo l'altra.
Mezzo pazzo dalla disperazione, il paziente supplicava allora il dottor Wassory d'aver piet, di differire d'un giorno solo la sua partenza e di procedere personalmente all'operazione. - Si trattava infine di qualcosa di pi d'una morte lenta; l'ansia orrenda, assillante di restar ciechi da un momento all'altro era bene la cosa pi terribile che si potesse imaginare.
E quanto pi il mostro resisteva, piagnucolando che il protrarre quella partenza gli avrebbe cagionato incalcolabili danni, tanto pi salivan le somme che gli ammalati spontaneamente gli offrivano.
Quando infine la somma gli sembrava abbastanza alta, il dottor Wassory cedeva e gi in giornata, prima che un caso potesse far scoprire il suo piano, provocava in entrambi gli occhi sani dell'infelice quell'insanabile guasto, quella sensazione incessante d'abbacinamento che doveva far della vita una perpetua tortura - ma che cancellava, una volta per sempre, le tracce del tiro furfantesco.
Con operazioni simili su occhi sani il dottor Wassory non solo vedeva aumentare la sua celebrit e la sua fama di medico impareggiabile, cui era riuscito in ogni caso di pr freno all'avanzante cecit, - ma trovava modo di soddisfare altres la sua smodata avidit di lucro e di sacrificare alla sua vanit che si sentiva lusingata, quando le vittime inconscie, danneggiate nel corpo e negli averi, guardavano a lui come a chi li aveva salvati, salutandolo liberatore.
Solo ad uomo, radicato con tutte le fibre nel ghetto - e tutt'una cosa con le innumeri, poco appariscenti, ma inesauribili risorse di esso - abituato fin dall'infanzia a star in agguato come un ragno, al corrente dei fatti di tutti in citt, e d'ognuno indovinando o intuendo, fin nei minimi particolari, rapporti sociali e condizione - solo ad un simile "semi-veggente" - come quasi verrebbe voglia di chiamarlo - poteva riuscire di perpetrar per anni ed anni atrocit di questo genere.
E se non ci fossi stato io, egli eserciterebbe tuttora il suo mestiere, avrebbe continuato ad esercitarlo fino a tarda et per godersi poi - venerando patriarca nella cerchia dei suoi cari, fatto segno ai pi alti onori, fulgido esempio alle generazioni venture - gli ultimi anni di vita. Cos; finch non fosse venuto anche per lui il gran momento di tirar le cuoia.
Ma io pure son cresciuto nel ghetto. Anche il mio sangue  saturo di quell'atmosfera d'infernale malizia; ed ecco perch ho potuto mandarlo in rovina - proprio come le invisibili potenze san cagionare la rovina di un uomo - come un fulmine quando colpisce a ciel sereno.
Al dottor Savioli, giovane medico tedesco, va il merito d'averlo smascherato. - Io spinsi avanti lui, accumulai prove su prove, finch venne il giorno in cui il procuratore del re si decise a far arrestare il dottor Wassory.
E allora la carogna si suicid! - Sia benedetta quell'ora!
Come se il mio sosia gli fosse stato accanto e gli avesse guidata la mano, egli si tolse la vita con la stessa fiala d'amilnitrite ch'io a bella posta avevo lasciato nel suo studio in occasione della visita che personalmente gli feci un giorno per indurlo a far anche a me la falsa diagnosi del glaucoma. - A bella posta e coll'ardente augurio che fosse proprio quell'amilnitrite a vibrargli l'ultimo colpo.
In citt si parl di morte per apoplessia cerebrale. - L'amilnitrite provoca infatti, se respirata, qualcosa di simile a un colpo d'apoplessia cerebrale - ma la versione corsa in principio non riusc ad aver vita lunga".
...
Charousek s'era d'improvviso messo a fissare davanti a s con uno sguardo cos assente, da far supporre che si fosse perduto nella meditazione di qualche grave problema. Poi accenn con la spalla il punto dove sta la bottega da rigattiere di Aronne Wassertrum.
"Egli  solo, ora" mormor "solo solo con la sua avidit e - e - e - con la pupattola di cera!"
...
Il cuore mi saltava in gola.
Guardai, pieno d'orrore, Charousek.
Che fosse pazzo? Era il delirio febbrile che gli faceva inventare tutte quelle cose.
Certo, certo! Ha inventato, ha sognato tutto quanto.
Non possono esser veri tutti gli orrori che m' andato narrando sul conto dell'oculista.  tisico e le febbri della morte gli circolano nel cervello.
E volevo calmarlo con qualche motto lepido - far deviare i suoi pensieri verso qualche argomento meno increscioso.
Ma prima ancora d'aver trovato le parole adatte, mi guizz per la mente come un lampo il viso di Wassertrum dal labbro superiore fesso, tal quale allora s'era affacciato alla porta spalancata della mia stanza guardando dentro coi suoi tondi occhi di pesce.
Dottor Savioli! Dottor Savioli! S, s, era proprio questo il nome del giovane signore che il burattinaio Zwakh m'aveva confidato a bassa voce come quello del distinto inquilino che gli aveva preso in affitto lo studio.
Dottor Savioli! - Come un grido esso affiorava nel mio interno.
Una serie di nebulose imagini mi balenava nello spirito alternandosi con supposizioni spaventose che m'assalivano impetuosamente.
Volevo interrogare Charousek, raccontargli, pieno d'ansia e in tutta fretta, quel che allora m'era successo, quando m'accorsi che un violento attacco di tosse l'aveva preso e stava quasi per buttarlo a terra. Mi fu dato appena distinguere come, sorreggendosi a fatica con le mani contro i muri, egli se ne andasse barcollando sotto la pioggia, facendomi con la testa un fugace cenno di saluto.
S, s, ha ragione, non era la febbre che lo faceva parlare, - intuivo. - Giorno e notte, effettivamente, va strisciando per queste strade l'inafferrabile fantasma del delitto e cerca di incarnarsi.
 nell'aria e noi non lo vediamo. S'abbatte d'un tratto su di un'anima umana - noi non ne abbiamo coscienza - ora qua, ora l - e, prima ancora che lo si possa concepire, sfuma e tutto  gi finito da un pezzo.
E a noi non perviene se non l'oscura novella di un qualche evento raccapricciante.
Compresi in un baleno, fino alla pi intima essenza loro, le enigmatiche creature che abitano intorno a me: esse si trascinano abulicamente traverso la vita, animate da un'invisibile corrente magnetica.... proprio come prima quel galleggiante mazzo nuziale veniva trascinato via dal rigagnolo torbo.
Avevo il senso che le case di fronte mi fissassero tutte quante con gl'insidiosi visi spiranti perfidia senza nome, - i portoni: nere bocche spalancate in cui la putrefazione aveva corroso le lingue, - fauci che di momento in momento avrebber potuto mandare un grido lacerante, cos lacerante e pieno d'odio da farci raccapricciare fin nelle fibre pi riposte.
Che cosa aveva detto in ultimo lo studente sul conto di Aronne Wassertrum? - Ripetei, bisbigliando, le sue parole: - Aronne Wassertrum adesso  solo con la sua avidit e con.... la sua pupattola di cera.
Cosa avr mai inteso dire con quella pupattola di cera?
Dev'esser stato un paragone, pensai per acchetarmi, uno di quei paragoni morbosi coi quali egli usa investire la gente, e che non si capiscono e che, quando pi tardi diventino inaspettatamente manifesti, possono impaurirti forte come cose di forma inconsueta su cui cada improvvisa una striscia abbagliante di luce.
Respirai profondamente per calmarmi e per cacciar via l'impressione terribile prodottami dal racconto di Charousek.
Mi misi ad osservare con pi attenzione la gente che insieme a me sostava nell'atrio. - Ora mi stava accanto il grosso vecchio. Quello stesso che prima era sbottato a ridere in modo cos ripugnante.
Portava un soprabito nero e dei guanti e fissava ininterrottamente, con gli occhi fuori dell'orbite, il portone della casa dirimpetto.
Il suo viso accuratamente raso, inespressivo e volgare, si contraeva a tratti sovraeccitato.
Involontariamente tenni dietro ai suoi sguardi e scorsi che s'affissavano come ammaliati sulla rossa Rosina che stava dall'altra parte della strada col suo stereotipato sorriso a fior di labbra.
Il vecchio s'affaticava a farle dei cenni ed io vidi che lei se n'era accorta molto bene, ma che si comportava come se non capisse.
Alla fine il vecchio non ne pot pi e si decise a traversar sulla punta dei piedi la strada allagata, simile, in quel suo saltellare con ridicola elasticit oltre le pozze, a una gran palla nera di gomma.
Doveva esser noto in quei paraggi perch sentii che lo si faceva segno ad ogni sorta di commenti. Un tipaccio alle mie spalle - che portava intorno al collo una fascia rossa lavorata a maglia, in testa un azzurro berretto militare e un virginia infilato dietro l'orecchio - faceva, ghignando, delle allusioni che non capivo.
Compresi soltanto che in ghetto il vecchio era chiamato "il framassone" e che nel gergo di codesta gente il detto nomignolo sta a significare chi sia solito avere illecito commercio con ragazze minorenni, essendo per al sicuro da ogni punizione per intimi rapporti con la polizia.
Intanto i visi di Rosina e del vecchio erano scomparsi nel vano tenebroso del portone dirimpetto.

5. PONCE.
Avevamo aperta la finestra della mia cameretta perch ne uscisse il fumo del tabacco.
Ora v'entrava a folate il freddo vento notturno che investendo i mantelli pelosi appesi alla parete li faceva dondolar lievemente di qua e di l.
- Pare che il degno copricapo di Procopio abbia una matta voglia di prendere il volo - disse Zwakh indicando il cappellaccio a cencio del musicista che agitava le larghe tese come ali nere.
Giosu Procopio fece allegramente l'occhiolino.
- Vuole - disse - vuol forse....
- Vuole andare da Loisitschek dove si suona e si balla - soggiunse Vrieslander levandogli le parole di bocca.
Procopio rise e accompagn, battendo il tempo con la mano, l'eco di una musica che la fine aria invernale ci portava dal di l dei tetti.
Poi stacc dalla parete la mia vecchia chitarra sconquassata, fece finta di pizzicarne le corde saltate via, e si mise a cantare, in un falsetto stridulo e imitando grottescamente il gergo, una bizzarra canzone:
"Cugino, pe' smorza'
'nu mezzo filo abbasta,
facimmo societ
si tieni annor de cosca.
Tengo 'na zoccola 'e core
proprio pe' te.
Si sei vaglione d'annore,
Alessio, al!
Alessio al!
...
- Caspita! Parla di botto il gergo come uno dell'onorata societ! - Vrieslander scoppi a ridere e gli tenne bordone mugolando:
'A Caterina ce sta,
frate, pe chi scafazza.
Tengo 'u rosario a caccia'
si la stadera s'impazza.
E buona notte trainata
si vie' pe me!
Songo dell'annorata
Alessio al!
Alessio al!
...
-  la bizzarra canzone che quel rimbarbogito di Nephtali Schaffraneck dalla ventola verde strimpella ogni sera da Loisitschek accompagnato con l'armonica da una donnaccia imbellettata che ne bercia le parole - mi spieg Zwakh. - Anche Lei, maestro Pernath, dovrebbe accompagnarci una volta in quella bettola. - Pi tardi, magari, finito il ponce.... che ne pensa? Tanto per festeggiare questo suo giorno natalizio.
- Ma s, ma s, venga con noi dopo, - disse Procopio chiudendo la finestra -  una cosa che vale la pena di vedere.
Quindi sorbimmo il ponce caldo e ci abbandonammo al corso dei nostri pensieri.
Vrieslander stava intagliando una marionetta.
- Lei ci ha addirittura tagliati fuori dal mondo esterno, Giosu - fece Zwakh rompendo il silenzio. - Da quando ha chiusa la finestra nessuno ha pi aperto bocca.
- Stavo pensando prima, mentre i mantelli fluttuavano, allo strano senso che si prova quando il vento muove cose inanimate - rispose in fretta Procopio, quasi a scusarsi d'aver taciuto. - Fa un effetto molto curioso veder certi oggetti, di solito immoti e morti, che d'un tratto cominciano a sfarfallare. Non vi sembra? - Ho visto una volta in una piazza deserta dei gran pezzi di carta straccia che, - per quanto io non avvertissi il menomo soffio di vento, protetto com'ero da una casa - roteavano intorno pazzi di rabbia e s'inseguivano come se si fossero giurati una guerra a morte. - Un istante dopo pareva che si fossero calmati, ma ad un tratto venivan ripresi da folle accanimento e turbinavano intorno con insensato furore. - Poi s'ammucchiarono in un angolo, ma per risparpagliarsi subito dopo, come ossessionati, e dileguarsi infine allo svolto d'una cantonata.
"Solo un grosso giornale non pot seguirli e rest sul lastrico ad aprirsi e a richiudersi pieno d'odio come se gli fosse mancato il respiro e volesse riprendere fiato.
"Fu allora che sorse in me un oscuro sospetto: e se alla fine, noi, esseri viventi, altro non fossimo che qualcosa di simile a codesti pezzi di carta straccia? - E se un incomprensibile "vento" menasse anche noi di qua e di l determinando le nostre azioni, mentre noi ingenuamente crediamo d'agire per libera volont nostra?
"E se la vita non fosse in noi altro che un enigmatico vento turbinoso? - Quel vento di cui la Bibbia dice: non sai onde egli viene, n ov'egli va? - Non sognamo forse talvolta d'andar scandagliando acque profonde e di prender dei pesci d'argento, mentre altro non  avvenuto se non che un soffio d'aria fredda ci sfior le mani?"
- Procopio, Lei mi parla come Pernath; che diavolo le succede? - disse Zwakh, e guard con diffidenza il musicista.
- La storia del libro Ibbur, di cui prima si fece parola, - peccato che Lei sia venuto troppo tardi e non abbia potuto sentirla - lo ha messo in vena di meditazioni - opin Vrieslander.
- La storia d'un libro?
- O meglio: d'un uomo che port un libro e ch'era d'aspetto molto singolare. - Pernath non sa come si chiami, dove abiti, cosa abbia voluto. E per quanto il sembiante dello straniero fosse tale da dar molto nell'occhio, assicura che non gli riuscirebbe facile descriverlo.
Zwakh ascoltava attentamente.
- Strana faccenda! - disse dopo una pausa. - Dica un po', lo straniero era forse sbarbato e aveva gli occhi obliqui?
- Mi pare - risposi - o, piuttosto, ne sono certissimo. O che forse lo conosce?
Il burattinaio scosse la testa: - No. Ma mi rammenta il "Golem".
Il pittore Vrieslander lasci andare il coltello da intaglio. - Il Golem? Ne ho gi sentito parlare tanto. Lei sa qualcosa del Golem, Zwakh?
- E chi pu dir di sapere qualcosa del Golem? - rispose Zwakh e alz le spalle. - Lo si confina nel regno della leggenda, fino al giorno in cui avviene per le strade qualche incidente che lo richiama in vita. Allora, per un certo tempo, non si fa che parlar di lui e le voci si propagano e crescono mostruosamente. Vengono esagerate e gonfiate al punto, che la loro stessa inattendibilit vi mette fine. - Le origini di questa storia risalgono, a quanto si dice, nientemeno che al diciassettesimo secolo. In quel torno di tempo un rabbino avrebbe fabbricato, secondo non pi reperibili precetti della cabala, un uomo artificiale - il cosidetto Golem - perch l'aiutasse, in qualit di servo, a suonare le campane della sinagoga ed a disbrigare ogni sorta di grevi lavori.
Ma non ne sarebbe venuto fuori un uomo vero e proprio; ci che l'animava era piuttosto un vegetar sordo e semiconscio. E, a quanto si dice, anche questo non avveniva che durante il giorno e grazie all'influenza d'un biglietto magico insinuatogli dietro ai denti e che attirava le libere forze siderali dell'universo.
E una sera che, prima della preghiera notturna, il rabbino aveva trascurato di levar il suggello dalla bocca del Golem, questi, in un accesso di pazzia furiosa, si sarebbe lanciato nell'oscurit percorrendo freneticamente le strade e fracassando tutto quanto si frapponeva al suo cammino.
Fino a che il rabbino riusc ad affrontarlo e a distruggere il biglietto.
L'uomo artificiale sarebbe allora caduto al suolo come corpo morto. Non rest di lui se non il nano d'argilla che tuttora si mostra ai visitatori laggi, nella sinagoga di Altneu(3).
...
- A quel che si dice, una volta quel rabbino sarebbe stato anche chiamato a castello dall'imperatore ed avrebbe esorcizzato e rese visibili le ombre dei trapassati, ma - obiett Procopio, - gli scienziati moderni sostengono ch'egli si sia servito all'uopo di una lanterna magica.
- Certo; non v' spiegazione, per insulsa che sia, che non trovi il consenso dei nostri contemporanei - prosegu, imperturbabile, Zwakh. - Una lanterna magica!! - Come se l'imperatore Rodolfo, che s'occup per tutta la vita di cose del genere, non fosse stato in grado di scoprire a prima vista un trucco cos grossolano! Io non saprei dirvi in verit a che si possa far risalire la leggenda del Golem, ma che qualcosa che non pu morire imperversi spettralmente in questo quartiere e con quella si ricolleghi, ecco un fatto di cui son sicuro. I miei antenati abitarono qui per generazioni e generazioni e nessuno meglio di me pu riferirsi a tanti ricordi vissuti e tramandati sulle periodiche riapparizioni del Golem.
Zwakh aveva d'un tratto smesso di parlare e, noi con lui, sentivamo i suoi pensieri migrare a ritroso, verso tempi andati.
Mentre stava cos, seduto presso al tavolo, a capo chino e, sotto la luce della lampada, le sue piccole guancie rosse e giovanili risaltavano stranamente dal candor dei capelli, mi venne fatto di paragonare, mentalmente e senza intenzione, i tratti di lui co' volti di quei suoi burattini che tante volte m'aveva mostrati.
In che strano modo il vecchio somigliava loro!
La stessa espressione, lo stesso taglio di viso.
Molte cose in terra non possono disgiungersi l'una dall'altra - sentivo - e, mentre mi si svolgeva innanzi alla mente la semplice trama del destino di Zwakh, mi parve, a un certo punto, spettrale e mostruoso che un uomo come lui, pur avendo goduto di un'educazione superiore a quella dei suoi antenati e destinato com'era a diventare attore, avesse potuto d'un tratto ritornare alla miserabile baracca di burattini per girar ancora di fiera in fiera facendo ripetere agli stessi fantocci, da cui i padri suoi avevan tratto a stento i mezzi di sussistenza, gli stessi goffi inchini e le medesime soporifere vicende.
Distaccarsi da loro non  in suo potere - compresi - essi vivono della sua stessa vita, e quand'egli n'era lontano si sono trasformati in pensieri, hanno preso possesso del suo cervello e tanto l'hanno inquietato e turbato da indurlo infine a rimpatriare. Ecco perch ora li circonda di tante cure amorose e li veste pomposamente d'orpello.
- Zwakh, perch non continua il suo racconto? - fece Procopio per sollecitare il vecchio, e volse verso Vrieslander e me uno sguardo interrogativo come per assicurarsi che fossimo animati dallo stesso suo desiderio.
- Non so da dove incominciare - rispose, esitando, il vecchio. -  difficile spiegare questa faccenda del Golem. Avviene proprio quel che prima ha detto Pernath: egli rammenta infatti benissimo l'aspetto dello sconosciuto, ma gli riesce impossibile descriverlo. Ogni trentatr anni, o gi di l, un fatto si ripete nelle nostre strade che non ha in s nulla di particolarmente inquietante e che, ci nondimeno, propaga un panico per cui ogni spiegazione ed ogni giustificazione sono insufficienti.
Accade infatti ogni volta che un uomo del tutto ignoto, sbarbato, giallo di faccia e di tipo mongolico, sbucando dai pressi dell'Altschulgasse, attraversi - avvolto in sbiadite vesti d'antica foggia e a passo uguale e caratteristicamente barcollante - cos, come se ad ogni istante fosse in procinto di cader bocconi - il quartiere ebraico e, d'improvviso - si renda invisibile.
Di solito svolta all'angolo di qualche strada e poi sparisce.
Altre volte si mormora ch'egli abbia, nel suo giro, descritto un cerchio, ritornando al punto donde s'era mosso: ad un'antichissima casa, cio, ne' pressi della sinagoga.
Alcuni esaltati affermano invece d'esserselo veduto venire incontro da una cantonata. Ma per quanto si movesse molto distintamente in loro direzione, egli sarebbe diventato, proprio come chi si sperda in lontananze infinite, sempre pi piccolo e pi piccolo - fino a sparire del tutto.
L'impressione, suscitata sessantasei anni fa, dalla sua comparsa dev'esser stata particolarmente viva s'io - ch'ero allora piccino, piccino - ricordo come l'edifizio dell'Altschulgasse venisse perquisito da capo a fondo.
Si riusc infine a stabilire l'esistenza, in quella casa, di una stanza a finestra inferriata cui manca un qualunque accesso.
Per poterla individuare a colpo d'occhio dalla strada, si appesero panni da ogni finestra e fu cos che si arriv alla scoperta del fatto.
E, perch altrimenti era impossibile arrivarvi, un uomo si cal dai tetti lungo una corda, per guardarvi dentro. Ma arrivato che fu nei pressi della finestra, la corda si spezz e l'infelice and a sfracellarsi il cranio sul lastrico. Quando, pi dopo, si volle ritentar la prova, le opinioni sulla posizione della finestra eran cos divergenti che ogni proposito fu dimesso.
Io stesso incontrai il Golem, la prima volta in vita mia, circa trentatr anni fa.
Mi venne incontro mentre traversavo una casa a due uscite e stavamo quasi quasi per dar di cozzo uno contro l'altro.
Non so comprendere neppure adesso quel che allora sia successo in me. Noi non giriamo, per l'amor del cielo, con la prospettiva continua e quotidiana di doverci imbattere nel Golem.
Eppure in quel momento e distintamente - molto distintamente, e prima ancora che avessi potuto scorgerlo, qualcosa urlava a gran voce dentro di me: il Golem! E nello stesso istante qualcuno usc barcollando dall'oscurit dell'atrio, e quello straniero mi pass accanto. Un secondo dopo, fluttu verso di me un'ondata di pallidi volti sovreccitati che concitatamente mi domandarono se l'avessi visto.
E, rispondendo, avvertii che la mia lingua si scioglieva da qualcosa di simile a un crampo di cui fino allora non m'ero affatto accorto.
Ero addirittura sbalordito di potermi muovere ed ebbi distintamente coscienza d'essermi dovuto trovare, sia pure per la sola frazione di un battito del cuore, - in una specie di catalessi.
Ho meditato spesso e a lungo su tutto ci e mi par d'essere meno lontano dal vero se penso che, immancabilmente, una volta nel corso d'ogni generazione, passi per il ghetto, con la celerit di un baleno, un'epidemia spirituale che opprime a qualche scopo, a noi recondito, le anime dei viventi e che fa sorgere, come per un miraggio, i contorni d'un essere caratteristico ch' forse vissuto in questi paraggi molti secoli fa ed ora aspira a prender forma e consistenza.
Forse vive in mezzo a noi, ora per ora, e noi non l'avvertiamo. Non ci accade forse di non percepire il suono d'una corista che vibri, finch non sia messa a contatto al legno e vi trasmetta le proprie vibrazioni?
Forse d'altro non si tratta che di qualcosa come una spirituale opera d'arte, senza coscienza immanente - di un'opera d'arte che sorge come, secondo leggi ognora uguali a se stesse, il cristallo germoglia dal mondo delle cose informi.
Chi pu saperlo?
E se, nei giorni afosi, la tensione elettrica, aumentando fino all'insopportabile, partorisce infine il lampo, non potrebbe in effetti accadere che, all'accumularsi incessante dei pensieri che mai non mutano ed avvelenano l'aria di questo ghetto, dovesse ugualmente seguire una scarica improvvisa e violenta? - un'esplosione spirituale che cacciasse a frustate la coscienza dei nostri sogni verso la luce del giorno per dar luogo - come nella natura al lampo - alla formazione, nel caso nostro, d'un fantasma che nei tratti, nell'incedere, nel portamento, in ogni cosa rivelerebbe infallibilmente il simbolo dell'anima delle masse solo che si fosse capaci d'interpretare il segreto linguaggio delle forme?
E, come fenomeni svariati annunziano la caduta del fulmine, cos, anche in questo caso, speciali indizi terrificanti palesano l'imminente irruzione di quel fantasma nel regno della realt. L'intonaco che si sfaldi su di un vecchio muro va assumendo la sagoma di un uomo in marcia e nelle figure dendritriche sui cristalli gelati delle finestre si precisano tratti di volti irrigiditi. - Dai tetti la sabbia sembra cadere in modo diverso dal solito e desta nell'osservatore diffidente il sospetto che un'invisibile intelligenza, celata per timore della luce, la butti gi e si eserciti in segreti tentativi d'abbozzare ogni sorta di tracciati singolari. - Se l'occhio indugia sul plesso monotono o sulle scabrosit della pelle ci opprime l'ingrata facolt di scorgere in ogni dove segni ammonitori e pieni di significato che crescono e s'ingigantiscono durante i nostri sogni. E ininterrottamente, traverso codesti tentativi spettrali dell'addensata gregge dei pensieri di perforare gli argini della realt d'ogni giorno, ci accompagna, come un filo rosso, l'angosciante certezza che il nostro pi intimo "io" venga di proposito, e contro nostro volere, svuotato, al solo scopo di dar modo all'ombra del fantasma di materializzarsi.
Quando adunque, poco fa, sentivo Pernath affermare d'essersi imbattuto in un uomo sbarbato e dagli occhi obliqui, ecco che il Golem mi stava dinanzi, tal quale allora lo vidi.
Mi stava dinanzi come se fosse uscito di sotterra.
Ed una certa sensazione vaga e paurosa del riapprossimarsi di qualcosa d'inspiegabile mi oppresse per un istante, l'ansiet stessa da me provata altra volta durante l'infanzia, quando con le loro ombre si preannunziavano le spettrali gesta del Golem.
Dalla sera cui mi riferisco saran passati ormai ben sessantasei anni. Il fidanzato di mia sorella era venuto a farci una visita e si doveva stabilire in famiglia il giorno delle nozze.
Si stava fondendo del piombo - per passatempo - ed io seguivo a bocca aperta i preparativi senza comprenderne lo scopo, - la mia imaginazione confusa di bimbo li metteva in rapporto col Golem, di cui spesso avevo udito il nonno favoleggiare, tanto che aspettavo da un momento all'altro che la porta s'aprisse e ch'entrasse lo sconosciuto.
Mia sorella vers il cucchiaio colmo di fluido metallo nel recipiente dell'acqua e, vedendomi seguire stralunato ogni sua mossa, lietamente mi sorrise.
Con le sue mani vizze e tremanti mio nonno ripesc lo sfavillante massello di piombo e lo tenne contro luce. Segu tosto un panico generale. Parlavano tutti insieme, concitati, ad alta voce, e quando volli farmi pi presso me lo impedirono.
Alquanto tempo dopo, fattomi pi grandicello, mio padre mi narr che il metallo fuso, raggelandosi, aveva preso la forma di una piccola testa - liscia e tonda, tal quale fosse uscita da uno stampo, e, nei tratti, cos impressionantemente simile al Golem, che tutti ne eran rimasti inorriditi.
Ne ho parlato spesso all'archivista Scemajah Hillel che ha in consegna le reliquie della sinagoga Altneu insieme a quella certa figurina d'argilla del tempo dell'imperatore Rodolfo. Egli, che s'occup di studi cabalistici,  d'opinione che quella massa terrosa, formata a imagine d'uomo, altro non sia, probabilmente, che un segno precursore per quel periodo, proprio come, nel caso mio, la testa di piombo. Lo sconosciuto infine, che va errando, potrebbe essere l'imagine fantastica o mentale che quel rabbino medioevale concep vivente prima ancora di poterla rivestire di materia, imagine che ora fa ritorno, a regolari intervalli, e nel segno delle stesse costellazioni astrologiche che videro la sua creazione, mossa da un tormentoso desiderio di reincarnarsi.
Anche la defunta consorte d'Hillel ha visto il "Golem" faccia a faccia ed ha sentito, come me, che ci si trova in istato di catelessi fino a che l'essere enigmatico indugia ne' pressi.
Si diceva profondamente convinta ch'egli altro non avesse potuto essere allora, se non l'anima a lei propria, che - uscita dal corpo - le fosse stata per un istante di fronte fissandola in volto col viso d'una creatura estranea.
Malgrado lo spaventoso brivido d'orrore che allora l'aveva pervasa, affermava tuttavia di non aver perduto, nemmeno per un secondo, la certezza di veder nell'altro una parcella del suo stesso pi intimo essere... . . . . . . . . . . 
-  incredibile - borbott Procopio sopra pensiero.
Anche Vrieslander sembrava immerso nella meditazione.
In quel mentre s'ud bussare all'uscio. Subito dopo entr la vecchia che di sera mi porta l'acqua e provvede al mio fabbisogno. Pos in terra una brocca d'argilla e risort silenziosamente com'era venuta.
Alzammo tutti quanti lo sguardo girandolo intorno alla stanza come chi  desto d'improvviso; ma per molto tempo nessuno apr bocca.
Come se, insieme alla vecchia, un nuovo influsso si fosse insinuato per la porta, al quale fosse mestieri abituarsi a poco a poco.
- Eh, la Rosina dai capelli rossi! - Ecco un altro di quei visi dai quali non v' modo di liberarsi e che ti ribalenano innanzi da tutti gli angoli e da ogni sito - sbott Zwakh di punto in bianco. - Conosco da quando vivo quel sorriso irrigidito e ghignante. Prima la nonna, poi la madre! - E sempre il medesimo viso - non un tratto che muti! Lo stesso nome Rosina - l'una  sempre la resurrezione delle altre.
- Ma la Rosina non  la figlia del rigattiere Aronne Wassertrum? - domandai.
- Cos si dice, - afferm Zwakh, - Aronne Wassertrum ha per parecchi figli e parecchie figlie di cui non si sa nulla. S'ignorava del pari chi fosse il padre della madre di Rosina - n si sa dove sia andata a finire. Fece un figlio a quindici anni e da allora non  pi ricomparsa. La sua sparizione si ricollega, per quel che ancora mi ricordo, a un assassinio - commesso in questa casa a cagion sua.
Come adesso sua figlia, cos lei allora ossessionava il cervello dei giovani adolescenti. Uno di essi vive ancora - il suo nome mi sfugge. Gli altri sono morti presto ed io imagino che sia stata lei a farli andar cos per tempo al creatore. In genere non ricordo di quel periodo altro che brevi episodi che mi passan per la mente come quadri sbiaditi. C'era allora, per esempio, un individuo mezzo scemo che di notte si trascinava da una bettola all'altra ritagliando, per gli avventori che gli dessero qualche soldo, delle siluette in carta nera. E quando l'ubbriacavano veniva preso da un'indicibile malinconia e sforbiciava, tra lacrime e singhiozzi, un marcato profilo di ragazza - sempre lo stesso - finch non avesse esaurita tutta la sua provvista di carta.
Per certi nessi, che ho scordato da tempo,  lecito concludere che costui - uscito appena d'infanzia - abbia amato una certa Rosina, senza dubbio la nonna della presente, con tanta e tale frenesia, da uscirne pazzo.
Rifacendo il computo degli anni escludo che d'altra possa trattarsi che non sia la nonna della Rosina attuale
...
Zwakh tacque e s'appoggi allo schienale della sedia... . . .
In questa casa il destino s'aggira descrivendo un cerchio e torna sempre al punto donde s' mosso - mi pass per la mente. - E un'orribile scena, cui un giorno avevo dovuto assistere, mi ribalen dinanzi: - un gatto, dal cervello per met corroso, che girava barcollando intorno a se stesso.... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
- Ora  la volta della testa - sentii dire a un tratto con voce chiara dal pittore Vrieslander.
Ed egli tir di tasca un ceppo rotondo e cominci ad intagliarlo.
Una gran stanchezza m'appesant le palpebre e, scostando la mia sedia a braccioli dalla luce, la spinsi nello sfondo.
L'acqua per il ponce scrosciava nel paiolo e Giosu Procopio ne emp un'altra volta i bicchieri. Dalla finestra chiusa filtravano fiochi fiochi i ritmi dei ballabili - spegnendosi a tratti del tutto o fievolmente ridestandosi - a seconda che il vento li disperdesse o ce li portasse turbinando su dalla strada.
- O non vuol bere in compagnia? - Fu il musicista che me lo chiese dopo un poco.
Ma io non risposi. - M'era venuta meno, in modo cos completo, la volont di muovermi che non fui nemmeno tentato d'aprir bocca.
Credevo di dormire, tanta e cos massiccia era l'intima quiete che mi dominava. E mi fu forza guardar di sottecchi il coltello scintillante di Vrieslander - che manovrava senza posa sul legno facendone saltar via le stiappe - per assicurarmi d'esser desto.
La voce di Zwakh borbottava lontana lontana raccontando ogni sorta di bizzarre storie sul conto di burattini - e le confuse trame ch'egli aveva ideate per i suoi fantocci.
Anche del dottor Savioli si parlava e della distinta signora, moglie di un nobile - che andava a trovar di nascosto Savioli nel suo studio recondito.
Ed ecco rividi in ispirito il ghigno beffardo e trionfante di Aronne Wassertrum.
Pensai se non fosse il caso di confidare a Zwakh quanto allora m'era accaduto - ma poi mi parve che non ne valesse la pena per una cosa di cos poco rilievo. Sapevo d'altronde che mi sarebbe mancata la volont se in quel momento avessi tentato di parlare.
D'improvviso i tre intorno al tavolo si misero a guardarmi attentamente e Procopio disse molto forte: - S' addormentato - cos forte da parer quasi che si trattasse di una domanda.
Continuarono a discorrere sottovoce ed io compresi che parlavano di me.
La lama di Vrieslander si moveva senza posa in qua e in l, raccogliendo la luce che spioveva dalla lampada e proiettandomene negli occhi il riflesso abbacinante.
Fu pronunziata una parola come - "essere pazzo". - Io tesi l'orecchio per seguire il colloquio che s'andava svolgendo.
- In presenza di Pernath non bisognerebbe mai toccare tasti come quello del "Golem" - disse Giosu Procopio in tono di rimprovero. - Quando dianzi stava parlando del libro Ibbur, siamo stati zitti zitti e non gli abbiamo fatto delle domande. - Scommetterei che ha sognato ogni cosa.
Zwakh consent: - Lei dice benissimo.  come se si volesse entrare a lume acceso in una stanza polverosa, dal soffitto e dalle pareti tappezzate di stracci muffiti, e in cui s'affondi, camminando, il piede nell'arida esca del passato accumulatasi sull'impiantito. Basta un contatto fuggevole perch il fuoco divampi da ogni lato.
- Crede che Pernath ci sia stato a lungo in manicomio? Che disgrazia, poveretto! Gli si darebbero quarant'anni appena, - disse Vrieslander.
- Non lo so. Non saprei dirvi nemmeno donde provenga, n quale professione abbia esercitato prima. A vederlo, con quella sua figura slanciata e con quel pizzo, lo si direbbe un antico gentiluomo francese. Molti, molti anni fa un vecchio medico amico mio me l'affid pregandomi di avergli qualche cura e di trovargli un piccolo alloggio in questi paraggi dove avrebbe potuto vivere indisturbato senza che nessuno lo inquietasse rivolgendogli domande circa il passato. - Zwakh mi gett un'altra occhiata, commosso.
- Da allora abita qui, restaura antichit e intaglia gemme ed  riuscito cos a campare con una certa agiatezza. - Buon per lui che sembra aver scordato tutto quanto si riferisce alla sua pazzia. - Non le venga dunque in mente, per carit, di domandargli cose che possan destare in lui la memoria di ci che fu - non pu imaginare quante volte me l'abbia messo a cuore il vecchio medico! - Lei mi intende, Zwakh, mi diceva sempre, noi abbiamo un certo metodo.... abbiamo durato molta fatica per riuscire a murare - direi quasi - la sua malattia - cos come si circonda d'un muro il luogo dov' successo un disastro per via dei tristi ricordi che vi son collegati... ... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il discorso del burattinaio m'era piombato addosso come un macellaio sulla bestia inerme e mi serrava il cuore con mani brutali e spietate.
Dai pi remoti tempi un sordo tormento mi rodeva dentro, un'oscura apprensione, - come se qualcosa mi fosse stato tolto e come se, durante la mia vita, io avessi percorso un lungo tratto di strada agli orli d'un precipizio, al pari d'un sonnambulo. E mai m'era riuscito di capirne il perch.
Ora la soluzione dell'enigma l'avevo dinanzi e mi bruciava - in modo insopportabile. - Come una ferita scoperta.
La mia morbosa riluttanza nel rammemorare gli avvenimenti passati - poi il sogno strano che ritornava di quando in quando e per cui mi pareva d'esser rinchiuso in una casa con una fuga d'appartamenti per me inaccessibili, - l'incresciosa lacuna della mia memoria rispetto a cose che riguardassero la mia giovent, tutto ci trovava di botto la sua spiegazione terrificante: Io ero stato pazzo, si era fatto uso dell'ipnotismo - avevano chiusa la - "stanza" che mi ricollegava a quegli appartamenti del mio cervello - e si era fatto di me un senza-patria in mezzo alla vita che mi ferveva intorno.
E ogni speranza di riacquistare la memoria perduta svaniva senza riparo!
Le molle del mio pensiero e della mia azione stan nascoste in un'altra esistenza dimenticata, - compresi - non le avrei potute riconoscer mai pi. Una pianta potata, ecco quel che sono - un pollone che germoglia da un'estranea radice. E s'anche mi riuscisse d'entrare a forza in quella chiusa "stanza", non ricadrei forse in bala degli spettri che v'hanno confinati dentro?
La storia del Golem, narrata un'ora prima da Zwakh, mi pass di nuovo per la mente ed improvvisamente ravvisai una concatenazione gigantesca e misteriosa tra il leggendario appartamento inaccessibile, in cui si supponeva che lo sconosciuto abitasse, ed il mio sogno pieno di significati.
Certo! Anche nel caso mio "si spezzerebbe la corda" se tentassi di gettare uno sguardo traverso l'inferriata della mia vita interiore.
La strana concatenazione mi si faceva sempre pi evidente ed assumeva per me qualcosa d'indescrivibilmente spaventoso.
Sentivo: qui si tratta di cose inafferrabili - unite a forza, che corrono, una accanto all'altra, come cavalli ciechi, che non sappian dove la strada le porti.
Anche nel ghetto: una stanza, un vano di cui nessuno pu trovar l'ingresso - un essere, un'ombra che vi abita dentro e che solo talvolta esce barcollando per le strade a sparger raccapriccio e terrore tra gli uomini!
Vrieslander era tuttavia occupato a intagliare la testa e il legno strideva sotto la lama del coltello.
Provavo nell'udirlo quasi un dolore fisico e volsi da quella parte lo sguardo per vedere se finalmente la cosa fosse giunta a termine.
Ed ecco che la testa girata di qua e di l in mano al pittore parve aver coscienza e andar scrutando in ogni verso. Poi gli occhi suoi si posarono lungamente su di me - soddisfatti d'avermi finalmente trovato.
Io pure mi sentivo incapace a distrarne lo sguardo e fissavo immobile il volto di legno.
Per un momento il coltello del pittore sembr cercare esitando qualche cosa, poi incise decisamente una linea e d'improvviso i tratti della testa di legno acquistarono una spaventosa vitalit.
Io riconobbi il viso giallo dello straniero che allora m'aveva portato il libro.
Poi non distinsi pi nulla; la visione era durata un secondo. Sentii che il mio cuore cessava di battere starnazzando ansiosamente.
Pur tuttavia serbai - come allora - coscienza di quel viso.
Lo ero stato io stesso e stavo sulle ginocchia di Vrieslander e guatavo intorno.
I miei occhi giravano per la stanza ed una mano estranea mi moveva il cranio.
Vidi allora d'un tratto l'aria spaventata di Zwakh e udii le sue parole: per l'amor di Dio, ma questo  il Golem.
Ed una breve lotta ebbe luogo. Si voleva strappare dalle mani di Vrieslander la testa intagliata, ma costui si schermiva ed esclamava ridendo:
- Ma che diavolo volete? - non m' riuscito per niente! - E svincolandosi, apriva la finestra e buttava la testa in istrada.
Qui perdetti coscienza e mi trovai immerso in un'oscurit profonda intersecata da fili di oro. Fu solo dopo molto, molto tempo, quando, come mi parve, mi destai, che udii il legno cader rotolando sul lastrico ... . . . . . . . . . .
- Lei dormiva cos profondamente da non accorgersi che la scuotevamo - mi disse Giosu Procopio - il ponce  bell'e finito e Lei ha perduto una serata piacevole.
Il dolore cocente per quel che prima avevo sentito dire dagli altri torn ad opprimermi e avrei voluto urlare che non era un sogno la storia, da me narrata, del libro Ibbur - che avrei potuto toglierlo dall'astuccio quel libro e farlo vedere anche a loro.
Ma questi pensieri, oltre a non poter essere da me articolati, non avrebbero fatto presa sui miei ospiti tutti quanti sulle mosse d'andarsene.
Zwakh anzi, intabarratomi a forza, mi tirava dietro ridendo:
- Venga - sollecitava - venga con noi da Loisitschek, maestro Pernath, ci le ridester gli spiriti vitali".

6. NOTTE.
M'ero lasciato trascinare gi per le scale da Zwakh, abulicamente.
Sentivo l'odor della nebbia, che penetrava dalla strada in casa, farsi grado a grado pi acuto. Giosu Procopio e Vrieslander s'eran dilungati di qualche passo e li si udiva conversare insieme davanti l'androne.
"Dev'esser caduto dritto dritto nella chiavica. Cose dell'altro mondo!"
Uscimmo in istrada ed io vidi Procopio chinarsi e cercare la marionetta.
- Ci ho piacere che tu non trovi quella stupida testa di legno, - borbottava Vrieslander. - S'era accostato al muro: il viso gli s'illuminava tutto per spengersi tosto - a intervalli brevi - intento com'era a tirar la fiamma d'un cerino nella sua breve pipa gorgogliante.
Procopio si scherm con una mossa impetuosa del braccio, e si chin anche di pi. - Era quasi inginocchiato sul lastrico.
- Zitti perdio! - Ma non sentite?
Ci avvicinammo a lui. - Egli indic in silenzio la chiavica e accostando la mano all'orecchio si mise in ascolto. Per qualche istante restammo immobili ad origliare contro la bocca del pozzo.
Nulla.
- Cos'era, dunque? - bisbigli finalmente il vecchio burattinaio, ma Procopio l'abbranc fulmineamente per il polso.
Per un istante - durato appena quanto una pulsazione del cuore - m'era parso d'udire come una mano batter sotto la lastra di ferro - quasi impercettibilmente. - Quando, un secondo dopo, ci ripensai, tutto era finito. Nel mio petto solamente durava ancora qualcosa come l'eco di un ricordo risolvendosi a poco a poco in un'indefinita sensazione di raccapriccio.
Dei passi, che risalivano la strada, misero in fuga le mie impressioni.
- Muoviamoci, che ci stiamo a fare qua? - esort Vrieslander.
Ci avviammo lungo il caseggiato.
Procopio non ci segu che a malincuore.
- Scommetterei la testa che l in fondo qualcuno gridava nell'angoscia della morte.
Nessuno di noi gli rispose, ma io sentivo che qualcosa come un principio di terrore ci immobilizzava la lingua.
Poco dopo ci trovammo innanzi alla finestra a tendine rosse di una bettola.
"SALA LOISITSCHEK"
"Ogi concerto di musicha"
stava scritto su di un pezzo di cartone coperto agli orli di sbiadite fotografie femminili.
Prima ancora che Zwakh avesse il tempo d'afferrare la maniglia, la porta d'ingresso s'apr dall'interno e un figuro sesquipedale, dai capelli neri impomatati, senza solino - con una cravatta di seta verde intorno al collo nudo e il panciotto adorno d'un ciondolo di zanne suine - ci accolse sprofondandosi in inchini.
- He, he, queste son visite! - Sor Schaffranek, una tovaglia, presto! - aggiunse in fretta, volto a mezzo verso il locale gremito di gente, dopo averci dato il benvenuto.
Gli rispose uno strimpellamento come d'un topo che passi correndo sulle corde d'un pianoforte.
- He, he, queste son visite per la quale! Che spettacolo, stasera, che spettacolo! - continuava a borbottare a mezza voce, premuroso, l'omaccione, aiutandoci a levare i cappotti.
- Gi gi stasera, tutta l'onoratissima alta nobilt del paese sta qui da me - rispose trionfante all'aria stupta di Vrieslander quando nello sfondo, su di una specie di palchetto, diviso da una balaustrata e da una scala a due gradini dalla parte anteriore della bettola, apparvero due distinti giovani signori in abito di sera.
Nuvole d'acre fumo di tabacco fluttuavan sopra i tavoli dietro ai quali le lunghe panche di legno addossate ai muri eran tutte gremite di straccioni: prostitute di basso rango, spettinate, sudice, scalze, i seni sodi dissimulati appena da scialli di colore indefinibile e, accanto ad esse, mezzani dagli azzurri berretti militari, la sigaretta dietro l'orecchio - mercanti di bestiame dai pugni vellosi e dalle dita tarde che parlavano con ogni loro mossa un silenzioso linguaggio nefando; camerieri disoccupati dallo sguardo insolente e commessi dal volto butterato e dai calzoni a scacchi.
- Metto intorno alle vostre Signorie un paravento spagnolo; cos possono stare con loro comodo - gracchi la voce fessa dell'omaccione e una bussola, adorna d'appiccicate figurine di cinesi danzanti, fu lentamente sospinta davanti al tavolo d'angolo dove ci eravamo seduti.
I suoni ronfianti d'un'arpa fecero tacere nella stanza il disordinato voco.
Un secondo di pausa ritmica.
Silenzio di morte, come se tutti trattenessero il respiro. S'udirono d'improvviso con chiarezza spaventevole i tubi di ferro del gas mandar fuori dai loro becchi, soffiando rabbiosamente, le fiammelle piatte a forma di cuore - poi la musica s'abbatt su quel rumore e l'inghiott.
Quasi che si fosser formate allora allora, due strane figure emersero in quell'istante dal fumo denso del tabacco ai miei sguardi.
Con una lunga ondeggiante bianca barba profetica, con una papalina di seta nera - come quelle usate dai vecchi padri di famiglia ebrei - sulla testa calva, gli occhi spenti bluastri, lattiginosi e vitrei fissi al soffitto, sedeva ivi un vecchio movendo silenziosamente le labbra e passando con le dita irrigidite - quasi con artigli d'avvoltoio - sulle corde di un'arpa. - Gli stava accanto, in un abito nero di taffett tutto lucido d'untume, con vezzi e croci di giaietto al collo e alle braccia - simbolo di simulata morale borghese - una donnaccia dalle carni floscie, con in grembo un'armonica a manticino.
Una ridda selvaggia di suoni si scatenava dagli istrumenti. - Poi la melodia si spegneva abbiosciata nel solo accompagnamento.
Il vecchio, che per due volte aveva morso l'aria, spalanc la bocca al punto da far vedere i neri monconi di dente. Lentamente e con affanno gli si liber dal petto, accompagnata da strani rantoli ebraici, una selvaggia voce di basso:
"Roo-s-sse, azzur-re stelle....
"Rititit (strillava a sua volta la donnaccia e serrava di colpo le labbra pettegole come se gi avesse detto troppo).
"Roosse, azzurre stelle - Buone le ciambelle".
"Rititit"
"Barbarossa, Barbaverde - infinite stelle"
"Rititit, rititit".
...
Le coppie si disposero alla danza.
-  la canzone del "chomezige Borchu"(4) - ci spieg sorridendo il burattinaio e batt dolcemente il tempo col cucchiaio di stagno bizzarramente assicurato al tavolo da una catenella.
"Circa cento, o pi, anni fa avvenne che, la sera del schabbes hagodel(5), due garzoni fornai, Barbarossa e Barbaverde, avvelenassero il pane - fatto in forma di ciambelle e di stelline - allo scopo di provocare nel quartiere ebraico una fruttuosa mortalit. Ma il mesciores - il servo della comunit, illuminato in tempo sulle loro intenzioni da una rivelazione divina, riusc ad assicurare i due delinquenti alla giustizia. In memoria del pericolo prodigiosamente scampato, i landonim(6) e i bocherles(7) composero allora la bizzarra canzone che adesso sentite intonare per questa quadriglia da bordello".
"Rititit - Rititit".
"Roosse, azzurre stelle...." - l'ululato del vecchio diventava sempre pi cavernoso e fanatico.
Improvvisamente la melodia si fece slegata ed incerta tramutandosi poi grado a grado nel ritmo dello schlapach boemo, ballo strascicato, tutto spintoni e dimenamenti, e in cui le coppie danzano guancia irrorata di sudore contro guancia.
- Benissimo. Bravo. Toh! piglialo, via, piglialo! - grid dalla tribuna un gentiluomo giovane e slanciato, in frak e caramella, al suonatore d'arpa, frugando nella tasca del panciotto e lanciando in direzione del vecchio una moneta d'argento. Il dischetto non raggiunse il bersaglio: lo vidi appena un istante lampeggiar sopra la calca dei danzatori che gi era sparito. Un figuro - quel ceffo mi pareva di conoscerlo bene, se pur non fosse lo stesso visto pochi giorni prima accanto a Charousek durante l'acquazzone - aveva levata la mano da dentro lo scollo della sua ballerina dove fino allora l'avea tenuta e - stesala in aria con scimmiesca abilit e senza perdere un passo della danza - s'era acchiappata la moneta. Sulla faccia del giovanotto non un muscolo che si fosse contratto. Solo due o tre coppie vicine ghignarono in silenzio.
- A giudicar dalla destrezza dovrebbe esser uno del battaglione - disse Zwakh ridendo.
- Scommetto che il maestro Pernath non ha mai sentito parlare del battaglione, - soggiunse con una strana fretta Vrieslander dando d'occhio al burattinaio, in modo da non farsi accorgere da me. - Io invece vidi e compresi fin troppo. Era proprio come prima - su da me. Mi prendevano per malato. Volevano farmi stare allegro. Ed ora pregavano Zwakh di raccontar qualcosa. Una cosa qualunque.
Nel veder il buon vecchio che mi guardava tutto impietosito, sentii le lacrime pi cocenti salirmi agli occhi dal cuore. Ah s'egli avesse saputo quanto male mi faceva la sua piet!
Le prime parole con cui introdusse il suo racconto mi sfuggirono - so soltanto d'aver avuto il senso che tutto il sangue m'uscisse dalle vene a poco a poco. Sentivo un gelo e una rigidit sempre pi grandi impossessarsi di me. Come prima, quando giacevo, volto di legno, sulle ginocchia di Vrieslander. - Quindi mi trovai nel mezzo del racconto che stranamente m'avvinceva - m'ovattava come la pagina pi banale d'un libro di lettura.
Zwakh incominci:
"La storia del giureconsulto dottor Hulbert e del suo battaglione.
...
....Beh, che volete che vi dica? Aveva la faccia piena di bitorzoli e le gambe storte come quelle d'un bassotto. Fin da giovinetto altro non conobbe che studio. Uno studio arido e snervante. Con quello che a stento guadagnava dando lezioni, doveva provvedere anche al mantenimento della madre ammalata. Che aspetto abbiano i prati e le macchie e i colli fioriti ed i boschi imagino ch'egli l'apprendesse unicamente dai libri. E voi sapete, d'altronde, quanto poco sole riesca a far capolino nelle oscure strade di Praga.
Fece con trenta e lode la sua laurea di dottore; altro non era da aspettarsi, naturalmente.
Ebbene, con l'andar del tempo, divent un celebre giureconsulto. Celebre al punto che tutti - giudici e avvocati anche anziani - andavano a consultarlo quand'erano in dubbio su qualche punto. Ci nondimeno egli viveva poveramente, come un mendico, in una soffitta le cui finestre riuscivano sul Teinhof.
Passarono cos anni ed anni e la fama del dott. Hulbert, luminare della scienza giuridica, si sparse in tutto il paese diventando a poco a poco proverbiale. Ma nessuno avrebbe mai creduto che un uomo come lui non fosse insensibile ai teneri richiami del cuore: opinione che pareva confermata dal fatto che i suoi capelli cominciavano gi a incanutire e che non v'era chi d'altro l'avesse sentito parlare che di giurisprudenza. Senonch, appunto in questi cuori chiusi, arde pi intensa la fiamma del sentimento.
Proprio il giorno in cui il dottor Hulbert ebbe raggiunto quello che, fin da studente, gli era balenato innanzi come lo scopo supremo della vita - il giorno, cio, in cui S. M. l'Imperatore si degn nominarlo da Vienna Rettore Magnifico alla nostra Universit - corse di bocca in bocca la notizia del suo fidanzamento con una giovane d'incomparabile bellezza, povera s, ma d'alto lignaggio.
E da allora parve davvero che la felicit avesse fatto il suo ingresso in casa Hulbert. Bench il matrimonio fosse rimasto senza prole, il dottore idolatrava la sua giovane consorte e si stimava in sommo grado felice nell'appagarle quel qualunque desiderio che riuscisse a leggerle negli occhi.
N, come a tanti mai altri sarebbe accaduto, dimentic nella felicit le pene dei suoi simili. "Dio ha dato ascolto al mio voto pi ardente" egli avrebbe detto una volta, - "s' degnato di farmi diventare realt l'imagine di sogno che fin dall'infanzia m'era fluttuata innanzi fulgida come un astro: - ha voluto che fosse mia la creatura pi amabile della terra. Intendo perci che, fin l dove me lo consentono le mie povere forze, un raggio di questa felicit scenda a far lieti gli altri".
Fu cos che una volta si prese cura di un giovane studente come d'un proprio figlio. E a farlo l'aveva mosso probabilmente la considerazione del gran bene che da una buona azione analoga sarebbe derivato a lui se gli fosse capitato di fruirne nel tempo della sua contristata giovinezza. Ma come quaggi, a parecchie azioni che all'uomo sembrano nobili e buone, seguono talora gli effetti stessi delle esecrande - causa l'umana nostra incapacit di distinguere ci che racchiude attossicate sementi da ci che ne porta di salutifere - cos, anche in questo frangente, si dette il caso che dal pietoso atto del dottor Hulbert germinasse - e proprio per lui - la pi amara delle pene.
La giovane signora non tard molto ad invaghirsi dello studente e ad entrar con lui in intimi rapporti. E lo spietato destino volle che fosse precisamente rientrando non aspettato - per farle, testimonianza d'amore, l'improvvisata d'un fascio di rose pel compleanno, - che il rettore la sorprendesse nelle braccia di colui ch'egli aveva colmato d'ogni sorta di benefici.
Si dice che l'azzurro fior della Vergine possa perdere per sempre il suo colore, se d'improvviso sia tocco dalla livida sulfurea luce d'un lampo. Certo si , che l'anima del vecchio accec per sempre dal giorno in cui la sua felicit s'infranse. Gi quella stessa sera, lui, che non aveva mai saputo che fosse dissolutezza, fece il suo ingresso qui da "Loisitschek" e vi rimase - mezzo abbrutito dalla zozza - fino ai primi albori del giorno. E il "Loisitschek" gli divent domicilio per tutto il resto della sua vita distrutta. D'estate dormiva su qualche cumulo di macerie presso gli edifizi in costruzione, d'inverno gi, sulle panche di legno.
Il titolo di professore e di dottore in legge gli era stato tacitamente conservato.
N si trov alcuno cui bastasse l'animo di rimproverare a lui, all'erudito ieri celebrato, quella condotta atta a suscitare scandalo.
A poco a poco gli si raccolse intorno al completo la gena tenebrosa che infesta il quartiere ebraico e and cos formandosi la strana congrega che ancor oggi  chiamata "il battaglione".
Le estese conoscenze giuridiche del dottor Hulbert diventarono l'ncora di salvezza per tutti coloro cui la polizia soleva, con troppo interessamento, rivedere le bucce. Se un qualche detenuto, da poco dimesso dal carcere, stava per crepar di fame, il dottor Hulbert te l'avviava, nudo bruco, verso la circonvallazione dell'Altstadt - e la sezione presso la cosidetta "Banca dei pesci" si vedeva forzata a rivestirlo. Quando una bagascia senza fissa dimora stesse per esser espulsa dalla citt, egli la faceva sposare in quattro e quattr'otto con qualche furfante del distretto mettendola cos in condizione di poter rimanere.
Centinaia di queste scappatoie erano a conoscenza del dottor Hulbert e nulla poteva la polizia contro i suoi consigli. - Tutto ci che questi sbanditi dal consorzio umano "guadagnavano", veniva da loro scrupolosamente versato nella cassa comune che serviva a sostener le spese necessarie al mantenimento. N mai da un socio qualunque si ebbe a lamentare il bench minimo atto di disonest. Non  escluso che da questa ferrea disciplina abbia avuto origine il nome di "battaglione".
Senza meno, ad ogni primo di dicembre, giorno anniversario della disgrazia capitata al vecchio dottore, aveva luogo qui, da Loisitschek, una cerimonia alquanto strana. Vedevi ammassati qua dentro, testa contro testa, accattoni, vagabondi e bagascie, ubbriaconi e cenciaioli, silenziosi e raccolti come durante la messa. E da quell'angolo allora, dove siedono adesso i due musicanti - precisamente da l, sotto il quadro dell'incoronazione di Sua Maest l'Imperatore - il dottor Hulbert raccontava loro la storia della sua vita: - quanta fatica gli era costato il farsi strada, com'era arrivato al titolo di dottore e poi alla carica di Rettore Magnifico. Quando arrivava a dire del suo ingresso nella camera della giovane consorte col fascio di rose in mano, per festeggiare insieme il di lei giorno natalizio, e dell'ora in cui l'aveva chiesta in isposa e n'avea fatta la sua compagna diletta - la voce gli veniva meno ogni volta e s'abbatteva sul tavolo piangendo. Spesso accadeva allora che una qualche sconcia bagascia, avanzandosi peritosa e facendo in modo di non esser vista, gli insinuasse tra le dita un povero fiore mezzo appassito.
Degli ascoltatori, nessuno, per lungo tempo, osava tirare il fiato. Lacrime no, ch troppo indurita  codesta gente per piangere, ma s sguardi abbassati sulle proprie vesti e un girare imbarazzato delle dita.
Una mattina il dottor Hulbert fu rinvenuto cadavere su di una panca presso la riva della Moldava. Ritengo che sia morto assiderato.
Mi par ancora di vederne il funerale. Il "battaglione" s'era fatto a pezzi perch tutto riuscisse col maggior sfarzo possibile.
Apriva il corteo il bidello dell'Universit in alta tenuta reggendo il cuscino di porpora con sopra la catena d'oro, e, dietro il carro funebre in teoria sterminata il "battaglione", a piedi nudi, luridissimo, tutto cencioso e sbrindellato.
E v'era perfino un tale che, venduta ogni sua cosa, procedeva, il corpo le gambe le braccia avviluppate in quinterni di carta di giornale assicurati insieme con gli spilli.
Fu cos che gli resero le estreme onoranze.
Sulla sua tomba, laggi nel cimitero, c' una lapide bianca. Tre figure vi sono scolpite: il Redentore crocifisso e ai lati i due ladroni. Una mano ignota ve l'ha posta. - Si buccina che sia stata la moglie del dottore Hulbert ad erigere quel ricordo marmoreo.
Nel testamento del defunto giureconsulto c'era poi una disposizione secondo la quale ad ogni iscritto al "battaglione" sarebbe spettata a mezzogiorno una zuppa gratuita da "Loisitschek". Ecco perch questi cucchiai sono assicurati al tavolo con le catenelle. Queste conche incavate nel piano del tavolo fungon da piatti. Alle 12 passa la cameriera e vi spruzza dentro il brodo con un grande schizzatoio di stagno. E se c' qualcuno che non possa provare d'esser del "battaglione", ella riassorbe il brodo versato con lo stesso arnese.
Oggi l'uso invalso qui, a questo tavolo, ha fatto gi, raccontato allegramente nelle comitive, il giro del mondo.
...
La sensazione che un tumulto fosse scoppiato nel locale mi dest dal mio letargo. Sulla coscienza m'eran slittate insensibilmente le ultime frasi pronunziate da Zwakh. Lo vidi ancora che moveva le mani ad accennare la spinta in avanti e in indietro dello stantuffo d'uno schizzatoio; poi la ridda d'imagini intorno a noi cominci a turbinarmi innanzi agli occhi con un moto cos rapido ed automatico, eppure con una chiarezza cos spettrale, che a tratti mi dimenticai del tutto parendomi d'esser diventato ruota di una vivente orologeria.
La stanza non era che un immenso groviglio umano. Lass sul palchetto: gentiluomini in marsina nera che conversavano familiarmente. Polsini bianchi, anelli rutilanti. Una divisa di dragone coi galloni da capitano. Nello sfondo un cappello di signora con penne di struzzo color salmone.
Traverso le sbarre della ringhiera il viso sconvolto di Loisa guatava in alto. Vedevo che a mala pena si reggeva ritto. Anche Jaromir c'era, lo sguardo fisso in alto, la schiena accosta cos alla parete laterale che pareva ve lo pressasse contro una mano invisibile.
Le coppie smisero all'improvviso di danzare: l'oste doveva aver gridato loro qualcosa che li aveva messi in allarme. La musica sonava ancora, ma sommessamente. Non se ne fidava pi. Tremava, lo si sentiva benissimo. Eppure sul viso dell'oste c'era come l'espressione d'una subdola gioia selvaggia. . . . . . . . . . . . . . All'entrata compare d'improvviso il commissario di polizia, in divisa. Ha spalancato le braccia per non far uscir nessuno. Dietro di lui una guardia di pubblica sicurezza.
"Dunque qui si balla! In barba al divieto - Chiudo questo covo! Oste, Lei venga con noi! E voialtri tutti, camminate! Alla sezione, marche!".
Metallici imperativi.
L'omaccione non risponde, ma il ghigno subdolo continua a sformargli la faccia.
S' unicamente irrigidito un po' pi.
All'armonica qualcosa  andato di traverso. Emette a mala pena un fischio asmatico.
Anche l'arpa s' ammosciata.
D'improvviso tutti i visi si volgono di profilo: cent'occhi si puntano, pieni d'aspettativa, sul palchetto.
Ed ecco una figura nera e distinta scendere con aria rilassata i pochi gradini e muover lenta verso il commissario.
Gli occhi della guardia son come affascinati da quelle nere scarpe di lacca che avanzano.
Il gentiluomo s' fermato a un passo dall'agente di polizia e lo misura d'uno sguardo annoiato da capo a piedi e da sotto in su.
Nel palchetto gli altri giovani aristocratici si sporgon dalla ringhiera e soffocano a stento le risa nei loro fazzoletti di seta grigia.
Il capitano de' dragoni si ficca una moneta d'oro nell'occhiaia e sputa il mozzicone della sigaretta ne' capelli d'una ragazza che sta di sotto.
Il commissario di polizia s' fatto pallido e, nell'imbarazzo, non sa staccare lo sguardo dalla perla che brilla sullo sparato del gentiluomo.
Non riesce a sostenere lo sguardo indifferente, opaco di quella faccia dal naso aquilino, glabra ed immobile.
Ci gli fa perder le staffe. Lo smonta, lo schiaccia.
Il silenzio di tomba che regna nel locale si fa sempre pi increscioso.
"I simulacri de' cavalieri sui sarcofaghi delle chiese gotiche" mormora il pittore Vrieslander "gli somigliano straordinariamente". E cos dicendo guarda il gentiluomo.
Ed ecco che questi si decide finalmente a romper il ghiaccio:
"Eh - hm" - Imita la voce dell'oste "He, he, queste s che son visite per la quale - Ma che spettacolo stasera".
Scoppia, a queste parole, nell'ambiente, un'ilarit cos sguaiata che ne tinniscono le vetrate; i manigoldi si tengono la pancia dal gran ridere. Una bottiglia vola contro la parete e va in pezzi con fracasso. L'oste gigantesco ci avvicina e bela, pieno d'unzione, delle spiegazioni: "Sua Eccellenza il principe Ferri Athenstdt;  lui".
Il principe ha allungato all'agente la sua carta da visita. Lo sciagurato la prende, s'inchina reiteratamente e batte rispettoso i tacchi.
Si fa di nuovo silenzio. La folla trattiene il fiato per sentire ci che ancora accadr.
Il gentiluomo riprende il suo dire.
"Le signore e i signori che Lei vede qui adunati sono - hm - i miei ospiti diletti".
Sua Eccellenza accenna, con un pigro movimento del braccio, alla marmaglia: "Il signor commissario desidera forse - ehm - d'essere presentato?".
Il commissario dice di no con un sorriso forzato, balbetta qualcosa sulle.... "tristi necessit che il dovere impone" e riesce infine a formulare le parole: "Insomma vedo che qui tutto procede secondo il buon costume".
Ci galvanizza il capitano de' dragoni che si dirige in fretta in fondo alla sala, dove sta il cappello di signora con le penne di struzzo, e trascina gi per un braccio.... Rosina.
Essa barcolla ubbriaca e tiene gli occhi chiusi. Il gran cappello lussuoso le sta di sghimbescio. Non ha indosso che delle lunghe calze rosa e.... una marsina sul corpo nudo.
Un segnale: e la musica riattacca furente - "Rititit - Rititit" - e sommerge l'urlo rantolante che Jaromir, il sordomuto, ha lanciato scorgendo, dal suo posto accanto alla parete, Rosina.
Noi vorremmo andarcene.
Zwakh chiama la cameriera.
La sua voce si sperde nel putiferio.
Le scene che mi si svolgon dinanzi diventan fantasmagoriche come per un'ebbrezza d'oppio.
Il capitano dei dragoni regge tra le braccia Rosina seminuda e gira lentamente con lei a passo di danza.
La folla ha fatto largo rispettosamente.
Poi dai banchi si vocifera: "Loisitschek, ecco Loisitschek". I colli s'allungano, alla coppia danzante un'altra, anche pi strana, viene ad aggiungersi. Un ragazzo dall'aspetto femmineo inguainato in una maglia rosa, la lunga capellatura bionda spiovente sulle spalle, le labbra e le guancie dipinte come una sgualdrina e le ciglia abbassate per civettera - s'abbandona languidamente sul petto del principe Athenstdt.
Un valzer dolciastro zampilla dall'arpa.
Selvaggiamente la nausea di vivere mi serra la gola.
Cerco, d'uno sguardo pieno d'ansia, l'uscita: il commissario che volge le spalle alla sala per non veder ci che succede, sta sulla soglia e confabula in fretta in fretta con la guardia che mette in tasca qualche cosa. - Un tintinno: come di manette.
I due gettano furtive occhiate verso l'interno e su Loisa, il butterato, che cerca per un istante di nascondersi e poi, come paralizzato - col viso bianco come un cencio e sconvolto dal terrore - s'arresta.
Passa come un baleno, davanti alla mia memoria, un imagine che tosto si dissolve. L'imagine di "Procopio che ascolta - cos come l'avevo visto fare un'ora prima - chino sopra la chiavica - un grido di colpito a morte che vien su, lacerante, dalle profondit"
...
Voglio gridare e non posso. Dita di gelo van frugandomi in bocca e mi piegano in gi la lingua, in gi contro i denti anteriori. Una massa morta riempie tutto fino al palato. Non posso proferire parola.
Non riesco a veder quelle dita - so che sono invisibili - eppure le sento come qualcosa di corporeo.
Un lampo rischiara la mia coscienza: sono le stesse. Appartengono alla stessa mano spettrale che mi porse il libro "Ibbur" nella mia stanza alla Hahnpassgasse.
"Acqua, acqua" - urla Zwakh accanto a me. Mi sorreggono il capo e mi proiettan la luce d'una candela nelle pupille.
"Bisogna portarlo a casa, mandare per il medico - no, l'archivista Hillel se ne intende - via, portiamolo da lui!" - mormorano essi confusamente.
Giaccio quindi, rigido come un cadavere, su di una barella e Procopio e Vrieslander mi portano fuori.

7. DESO.
Zwakh ci aveva preceduto di corsa su per le scale ed io sentivo Mirjam, la figlia dell'archivista Hillel, interrogarlo ansiosamente e lui tentare di tranquillizzarla.
Non mi detti pena d'ascoltare il loro colloquio e, pi che afferrarne parola per parola, indovinai che Zwakh raccontava l'incidente occorsomi e spiegava ch'eran venuti per pregare che mi fosser prestati i primi soccorsi onde farmi rinvenire.
Continuavo a non poter muover membro e sentivo le dita invisibili tenermi la lingua, ma il mio pensiero era fermo e sicuro e m'aveva abbandonato ormai il senso d'orrore di prima. Sapevo benissimo dov'ero, mi davo conto di ci che succedeva e non mi parve neppure strano che mi si portasse su come un morto, che mi si deponesse, insieme alla barella, nella stanza di Shemajah Hillel e - mi si lasciasse solo.
Una quieta e naturale contentezza, come quella che si prova tornando a casa dopo lungo peregrinare, mi prendeva tutto.
Era buio in quella stanza e le intelaiature a croce delle finestre risaltavano a contorni sfumati sul vapore pallescente che si levava luminoso su dalla strada.
Tutto m'appariva cos ovvio che non mi meravigliai punto nel veder entrare Hillel col sabatico candelabro ebraico a sette fiamme - n di quel "buona sera" che m'augur pacatamente come a persona di cui avesse atteso la venuta.
Una cosa che non avevo notato mai in lui in tutto il tempo della mia dimora in quella casa - e per quanto avvenisse che c'incontrassimo per le scale almeno tre o quattro volte per settimana - mi colp vivamente, e d'improvviso, mentre andava movendosi su e gi, prima mettendo a posto alcuni oggetti sul cassettone e infine accendendo col primo candelabro un secondo, esso pure a sette fiamme.
Era precisamente l'armonia tra le parti del suo corpo, lo squisito taglio di quel viso dalla fronte di nobile struttura.
Non doveva, come vedevo adesso al lume delle candele, esser molto pi vecchio di me: poteva avere quarantacinqu'anni tutt'al pi.
- Tu sei arrivato qualche minuto prima di quanto era da supporsi, - incominci egli dopo un po' - altrimenti i lumi li avrei accesi diggi. - Addit i due candelabri, si fece presso la barella e diresse, cos parve, lo sguardo dei suoi occhi neri e incavati verso qualcuno che stava in piedi o inginocchiato al mio capezzale, ma che non m'era dato di scorgere. Ci facendo moveva le labbra e pronunziava, impercettibile, una frase.
Immediatamente le dita invisibili lasciarono andare la mia lingua e la catalessi m'abbandon. M'alzai e guardai alle mie spalle: non c'era nessuno nella stanza, al di fuori di Shemajah Hillel e di me.
Quel suo "tu" e quel dire che m'aspettava eran dunque parole rivolte a me?
Per molto pi di queste due circostanze di per se stesse, m'inquiet il fatto di non esser io in grado di provare al riguardo la bench minima meraviglia.
Hillel indovin evidentemente i miei pensieri, perch sorridendo con bont - mentre m'aiutava a rizzarmi dalla barella e m'accennava della mano una sedia - mi disse:
- Infatti non c' proprio nulla di straordinario. Solo le cose spettrali - i Kisciuph - hanno sull'uomo potere terrorizzante; la vita graffia e brucia come un manto di crini, ma i raggi di sole del mondo spirituale sono miti, e riscaldano.
Io tacevo, perch nulla mi veniva in mente da potergli rispondere. N parve ch'egli aspettasse repliche, perch, sedendomi dirimpetto, pacatamente continu:
- Anche uno specchio d'argento, avendo sensibilit, non farebbe che soffrire durante la politura. Fatto liscio e lucente riproduce ogni imagine che lo colpisca, senza affanno e senza irritazione.
- Buon per l'uomo - soggiunse a bassa voce - che pu dir di se stesso: Io son polito. - Si perdette un istante nella meditazione, ed io lo sentii bisbigliare una frase ebraica: Lisciuosho Kiwjsi Adosciem. - Poi la sua voce m'arriv di nuovo, chiaramente, all'orecchio:
- Tu sei venuto a me in sonno profondo ed io t'ho ridestato. Nel salmo di Davide sta scritto:
- E allora mi dissi: ecco, ora incomincio: La destra di Dio  la cagione di questo mutamento.
- Quando gli uomini s'alzano dai loro giacigli, credono d'aver scosso da s il sonno e non sanno di cader vittime dei loro sensi e di divenir preda d'un sonno ben pi profondo di quello da cui poc'anzi si son liberati. C' un solo vero "esser desti" ed  quello cui adesso t'avvicini. Parlane agli uomini ed essi diranno che sei ammalato, perch non possono comprenderti.  perci inutile e crudele il farne loro parola, "trascorrono essi come un fiume:
E son come un sonno,
Simili a un'erba, che per rapida appassisce
Che vien falciata la sera e si dissecca".
...
- Chi  lo straniero ch' venuto a trovarmi in camera mia e m'ha dato il libro "Ibbur"? L'ho veduto vegliando o in sogno? - volevo chiedere, ma Hillel mi rispose prima ancora ch'io potessi formular quel pensiero in parole:
- Supponi che l'uomo venuto da te, e che tu chiami il Golem, significhi il ridestarsi delle cose morte per mezzo della pi intima vita spirituale. Ogni terrena cosa altro non  che un simbolo eterno, ammantato di polvere!
Come fai a pensare con l'occhio? - Ogni forma che vedi, tu la pensi con l'occhio. Tutto quel che poi s' irrigidito nella forma, era prima un fantasma.
Io sentivo dei concetti, saldamente ancorati fino a quel momento nel mio cervello, staccarsene di schianto e avventurarsi, navi prive di timone, in un oceano senza rive.
E Hillel placidamente continuava:
- Chi  stato svegliato non pu pi morire, sonno e morte sono la stessa cosa.
- Non pu pi morire? - Un cupo dolore m'avvinse.
- Due sentieri corrono uno accanto all'altro: la via della vita e la via della morte. Tu hai preso il libro "Ibbur" e v'hai letto dentro. L'anima tua  stata ingravidata dallo spirito della vita - sentii che diceva.
- Hillel, Hillel, lasciami percorrer la via che tutti gli uomini percorrono: quella che porta a morire - urlava tutto, selvaggiamente, in me.
La faccia di Scema' j Hillel si fece rigidamente seria.
- Gli uomini non percorrono alcuna via, n quella della vita, n quella della morte. Essi vengon portati come la pula dal turbine. Sta scritto nel Talmud: "Prima di creare il mondo, Dio mise gli esseri davanti uno specchio in cui da loro furon visti gli spirituali dolori della vita e le gioie che ne conseguono. E allora vi furono alcuni che si caricarono dei dolori. Altri per si ricusaron dal farlo. E Dio cancell quest'ultimi dal libro dei vivi". Tu per cammini diggi su di una via, per la quale ti sei messo di tua libera volont; -  cos, per quanto tu stesso ora l'ignori. Tu sei un chiamato da te medesimo. Non crucciarti: a poco a poco, nella stessa misura dell'accrescersi del sapere, si rafforzer la memoria. Sapere e ricordarsi son tutt'una cosa.
Il tono amichevole, quasi cordiale, con cui Hillel aveva chiuso il suo dire, mi ridon la pace. Ora mi sentivo protetto come un bimbo malato che sappia d'aver suo padre accanto che lo veglia.
Alzai lo sguardo e vidi d'un tratto la stanza piena d'una gente che faceva circolo intorno a noi. E di quelle figure alcune in bianchi paludamenti sepolcrali come li portavano i rabbini antichi, altre con un tricorno in capo e con fibbie d'argento alle scarpe. - Ma Hillel mi pass una mano sugli occhi e la stanza torn deserta.
Poi mi fece strada fino alle scale e mi lasci la candela accesa perch me ne servissi salendo in camera mia.
...
...
M'ero messo a letto e cercavo di dormire, ma non m'era nemmeno riuscito d'assopirmi. Ora mi trovavo piuttosto in uno stato strano che non era n sogno, n veglia, n sonno.
Prima avevo spento il lume. Ci non pertanto ogni cosa nella stanza appariva cos netta da poterne chiaramente distinguere i pi minuti particolari. E nel contempo mi sentivo del tutto a mio agio, libero dalla vaga inquietudine tormentosa che suole assillare di solito chi si trovi in simili condizioni.
Mai in vita mia ero stato capace di pensare con la nettezza e la precisione d'allora. Il ritmo della salute mi fluiva nei nervi ed inquadrava i miei pensieri, in estensione e in profondit, come un esercito ch'altro non attendesse che un mio comando.
Bastava ch'io chiamassi ed essi mi si presentavano innanzi, obbedienti ad ogni mio desiderio.
Mi ricordai d'una gemma che nelle scorse settimane avevo tentato di ricavare dalla pietra venturina - senza per concluder nulla, per l'assoluta impossibilit di far coincidere le molte pagliuole sparse nel minerale coi tratti del volto da me imaginato - ed ecco che in un baleno mi si presentava la soluzione e sapevo come manovrare il bulino in armonia con la struttura della massa.
Schiavo fino a quel momento di un'orda d'impressioni fantastiche e d'imagini di sogno, di cui spesso non avevo saputo se fossero idee o sentimenti, mi vedevo ora, d'un tratto, padrone e signore in un regno che mi apparteneva.
Problemi aritmetici che prima non avrei potuto padroneggiare se non sulla carta, e dopo molto penare, mi passavano ora per la testa arrivando di colpo e come giocando al loro risultato. E tutto con l'aiuto di una nuova facolt, in me destatasi, che mi metteva in grado di vedere e ritenere ci che per l'appunto m'occorresse: cifre, forme, oggetti, colori. Quando poi si trattasse di questioni - da non poter esser risolte con codesti mezzi - problemi filosofici o cose simili - ecco l'udito prendere il posto della vista interna, mentre la voce di Scema'j Hillel s'assumeva il ruolo d'oratore.
Venivo fatto partecipe di conoscenze singolarissime.
Quel che le mille volte in vita mia avevo lasciato scivolare distrattamente, come una parola qualunque, accanto al mio orecchio, mi stava innanzi saturo di valore fin nelle sue fibre pi intime; - ci che avevo mandato "a memoria", l'"afferravo" d'un balzo come mia "propriet". I misteri della formazione delle parole, mai da me presentiti, mi stavan dinanzi senza veli.
Gli ideali "supremi" dell'umanit che prima si degnavano appena - con quella loro aria austera da commendatori e col petto patetico impataccato di decorazioni - di squadrarmi dall'alto in basso, si toglievano ora umilmente la maschera dalla grinta, e si scusavano dicendo di essere in effetti dei mendicanti, ma di servir da stampelle, in ogni modo, - per una mistificazione anche pi grande.
Ma se alla fine tutto non fosse stato che un sogno? Se non avessi mai parlato con Hillel?
Stesi la mano verso la sedia accanto al letto.
Ma no, ma no: la candela che Scema'j m'aveva data era ancora al suo posto. Felice come un bimbo, che la sera di Natale si sia convinto che il fantoccio meraviglioso gli sta veramente a portata di mano, mi risprofondai nei cuscini.
E continuai ad addentrarmi come un segugio nel folto degli spirituali indovinelli da cui mi vedevo d'ogni parte circondato.
Tentai dapprima di giungere, procedendo a ritroso, fino al punto dove arrivava la mia memoria. Solo da l - imaginavo - mi sarebbe stato possibile gettare uno sguardo su quella parte della mia vita che una strana disposizione del caso aveva voluto celarmi avvolgendola di tenebre.
Ma per quanto me ne dessi pena non mi riusciva d'andar di l dallo scorgermi, fermo nel cortile fosco della nostra casa, distinguendo oltre l'androne la bottega del rigattiere Aronne Wassertrum.
Quasicch per un secolo non avessi mai cessato d'abitar questa casa, facendo l'intagliatore di gemme - avendo sempre la stessa et, non essendo mai stato bambino!
E gi, sfiduciato, ero per tralasciare ogni scandaglio negli abissi de' tempi che furono, quando, d'improvviso, mi fu dato - con splendida lucidit - di comprendere che, se pure l'ampia via maestra degli eventi terminava nella mia memoria con un certo androne, non cos poteva dirsi d'una quantit di sentieri strettissimi, cui, per quanto costantemente avessero accompagnato la strada principale, non avevo fino allora fatto caso. - "Donde" mi urlava una voce quasi nelle orecchie "donde ti vengono le conoscenze grazie alle quali adesso campi la vita? Chi t'ha insegnato a intagliar gemme - e - a cesellare - e - tutto il resto? A leggere, a scrivere, a parlare - e a mangiare - e a camminare, respirare, pensare e sentire?"
Tosto colsi a volo il consiglio che mi veniva dal profondo. Sistematicamente ripercorsi a ritroso la mia vita.
Mi costrinsi a pensare in successione inversa, ma ininterrotta: cos' successo or ora, quale n' stato il preciso movente, cos' che l'ha preceduto? e cos via.
Ero di nuovo arrivato a quel certo androne.... Ecco! Ecco! un piccolo salto nel vuoto bastava, e avrei traversato a volo l'abisso che mi divideva dalle cose obliate. - Senonch una imagine, che m'era sfuggita nel migrare a ritroso dei miei pensieri, mi si par davanti: Scema'ja Hillel che mi passava una mano sugli occhi - proprio come prima, laggi, nella sua stanza.
E tutto scomparve. Perfino il desiderio di pi oltre indagare.
In me non restava che una sola cosa, ma preziosa e inalienabile: un'esperienza. Questa: la teoria degli eventi vissuti  una strada a cul di sacco, per quanto larga e praticabile essa possa apparire. Son gli stretti e celati viottoli quelli che riconducono alla patria perduta: in ci che sta inciso a caratteri finissimi e quasi invisibili sul nostro corpo, e non nell'orribile cicatrice lasciata dalla raspa della vita esteriore,  racchiusa la soluzione degli ultimi arcani.
E come potrei ritrovare i giorni della mia giovinezza percorrendo nel sillabario l'alfabeto in ordine inverso, dalla Z all'A, per arrivare l, dove a scuola ho cominciato ad apprendere, - cos, - compresi - cos dovrei poter pure migrare verso l'altra patria lontana, quella che sta di l d'ogni umana cogitazione.
Un lavoro immenso, oneroso come il globo del mondo, gravava ora sulle mie spalle. Anche Ercole resse per qualche tempo sulla testa la cappa del cielo - mi avvenne di pensare, ed una significazione recondita folgoreggi per me dalla leggenda. Ercole era riuscito a liberarsi dall'onere, astutamente pregando il titanico Atlante: "Deh! reggi tu codesto fin ch'io mi ponga in capo un cercine di corda a impedir che il tremendo peso mi schiacci le cervella. Cos - intuii vagamente - potrebbe esserci pure un'oscura via per evitar questo scoglio.
Una profonda diffidenza nell'abbandonarmi ancora ciecamente al governo de' miei pensieri, s'impossess d'un tratto di me. Mi stesi supino tappandomi gli occhi e le orecchie per venir distratto dai sensi. Per uccidere ogni pensiero.
Ma questa volont s'infranse contro la legge ferrea che non mi permetteva di cacciar via un pensiero se non con un altro pensiero, tantoch, quando l'uno moriva, gi il successivo andava nutrendosi delle sue spoglie. Mi rifugiavo nel fiume mugghiante del mio sangue e gi i pensieri mi stavano alle calcagna; mi nascondevo nell'officina sonora del mio cuore: dopo brevi istanti essi mi riscoprivano.
Ancora una volta mi venne in aiuto l'amica voce d'Hillel dicendo: "Resta sulla tua via, non vacillare! La chiave per l'arte dell'oblio appartiene a quei nostri fratelli che camminano per il sentiero della morte; tu invece sei ingravidato dallo spirito della vita".
Il libro "Ibbur" m'apparve e due lettere vi fiammeggiarono dentro, di cui l'una significava la donna di bronzo dal potente polso che pulsava come un terremoto, - e l'altra, infinitamente lontana, l'ermafrodito seduto sul trono di madreperla, con in capo la corona di legno rosso.
Poi Scema'j Hillel mi pass una terza volta la mano sugli occhi; e m'addormentai.
...
 8. NEVE.
"Mio caro e venerato maestro Pernath,
"Le scrivo questa lettera in fretta e in furia e in angustia grandissima. Voglia, La prego, distruggerla non appena l'ha letta - o, meglio ancora, riportarmela unitamente alla busta. Altrimenti non potrei bene avere.
"Non dica ad anima viva che io Le ho scritto. N dove oggi si recher.
"Il suo viso onesto e buono che m'ha inspirato - "ultimamente" - tanta fiducia (questa breve allusione a un episodio di cui Lei  stato testimone, Le far indovinar chi Le scriva la presente che non m'attento di firmare) - e d'altra parte il ricordo del suo povero caro pap che nell'infanzia mi fu maestro, mi dettero alla fine il coraggio di rivolgermi a Lei, che  forse l'unica persona che ancora possa venirmi in aiuto.
"Si faccia trovare, La supplico, stasera alle cinque in Duomo, sul Hradscin".
Per un quarto d'ora rimasi a sedere con la lettera in mano. La disposizione di spirito, strana e solenne, che dalla notte scorsa m'aveva tenuto in bala, era di colpo svanita - portata via dal fresco soffio di vento d'una nuova giornata terrena. Una giovane esistenza - un germoglio primaverile - mi veniva incontro con un sorriso pieno di promesse. Un cuore umano si rivolgeva a me per aiuto. - A me! Come d'un tratto la mia stanza s'era trasfigurata! Il cassettone intagliato, roso dai tarli, aveva una non so quale aria di contentezza; le quattro seggiole mi parevano dei vecchietti che, seduti intorno al tavolo, ridacchiassero soddisfatti giocando a tarocco.
Le mie ore avevan acquistato un contenuto, un contenuto di ricchezza e di splendore.
Che, alla fine, l'albero inaridito dovesse ancora portare dei frutti?
Mi sentivo tutto pervaso da una forza viva, sopita fino allora in me - nascosta nelle profondit dell'anima mia, sepolta sotto lo sfasciume ammucchiato dagli eventi quotidiani e che zampillava ora come, ai primi sgeli, una sorgente dal ghiaccio.
Ed ero cos sicuro di poter aiutare, come di tenere in mano la lettera. E costasse pure quel che volesse costare. - Il gioioso tumulto del mio cuore mi dava certezza che la cosa era fattibile, solida come un edifizio ultimato.
Lessi e rilessi quel brano: "il ricordo del suo povero caro pap che nell'infanzia mi fu maestro...."; - il respiro mi veniva meno. - Non suonava questo forse come la promessa "io ti dico in verit, che oggi tu sarai meco in paradiso?"
La mano tesa verso di me in cerca d'aiuto mi porgeva un dono: il modo di ricordare, che bramavo - e m'avrebbe svelato il mistero, - e m'avrebbe aiutato a sollevar la cortina che s'era chiusa dietro al mio passato!
"Il suo povero caro pap".... Come suonavan strane queste parole, mentre me le andavo ripetendo! - Pap! - Per un solo istante vidi emergere il viso stanco d'un vecchio dai capelli bianchi, seduto su di una poltrona accanto alla mia culla - poi il mio sguardo torn in s e i colpi martellanti del mio cuore si misero a battere l'ora afferrabile del presente.
Sobbalzai sbigottito: che, fantasticando, avessi fatto tardi? Guardai l'orologio: Dio sia lodato, le quattro e mezza appena.
Passai nella vicina camera da letto, presi il cappello e il mantello e scesi le scale. Che poteva importarmi oggi il bisbigliare degli angoli bui, le considerazioni perfide, ingenerose e irritate che di continuo da essi s'elevavano:
"Noi non ti lasciamo, - tu sei nostro - non vogliamo che tu ti rallegri. - La gioia in questa casa? ma sarebbe il colmo!"
Il polvero minuto e avvelenato che di solito mi si faceva addosso, con mani strangolatrici, da tutti codesti angoli e corridoi, si disperdeva oggi innanzi al soffio vivo della mia bocca. M'arrestai un momento presso la porta d'Hillel.
Dovevo entrare?
Dal bussare un segreto timore mi tratteneva. Mi sembrava d'esser cos diverso, oggi - cos, che addirittura non mi fosse consentito d'entrar da lui. E gi la mano della vita mi sospingeva - gi per le scale.
Credo che molta gente m'abbia salutato, ma non ricordo se ne l'ho ringraziata. - M'andavo palpando di continuo il petto, per assicurarmi d'aver sempre in tasca la lettera.
Dal quel posto un tepore dolce si dipartiva.
...
E via, sotto gli archi delle gallerie lastricate dell'Altstdter Ring e presso la bronzea fontana dal cancello barocco carico di ghiacciuoli - via, oltre il ponte di pietra con le sue statue di santi e col monumento di Giovanni Nepomuceno.
Sotto, il fiume spumeggiava pieno d'odio contro le fondamenta.
Il mio sguardo and a posarsi mezzo trasognato sulla cava pietra arenaria di San Luitgardo raffigurante "le pene dei dannati": spessa gravava la neve sulle palpebre dei penitenti e sulle catene ch'avvincevano le loro mani levate in atto di preghiera.
Delle arcate m'ingoiavano e mi rivomitavano, dei palazzi mi passavano accanto lentamente con gli altezzosi portali scolpiti su cui teste di leone mordevano anelli di bronzo.
Neve anche qui, neve, neve. Morbida, bianca come il pelo d'un orso gigantesco.
Alte finestre superbe, illuminate e assenti, occhieggiavano distrattamente le nuvole.
Ero tutto stupito nel veder il cielo traversato da tanti uccelli migranti.
E, salendo i gradini granitici del Hradscin, largo ciascuno quasi quanto quattro corpi umani distesi in lunghezza, la citt coi suoi tetti e comignoli, mi si sprofondava, ad ogni nuovo passo, nello spirito... . . . . . . . . . . . . . . 
Il crepuscolo strisciava gi lungo i caseggiati quand'arrivai sulla piazza deserta dal cui mezzo il Duomo s'eleva verso il trono degli angeli.
Delle pedate - gli orli incrostati di ghiaccio - mi guidarono verso l'entrata laterale.
Da una qualche abitazione lontana le note sommesse d'un armonium si perdevano nel silenzio vespertino. Parevan lacrime di melanconia piante su quella solitudine.
Dietro di me, che la chiesa accoglieva, cadde sospirando il coltrone. Poi rimasi al buio. L'altare dorato mi stava dinanzi, immobile, rilucente nel barlume verde e azzurro della morente luce che dai finestroni colorati si spandeva sugli inginocchiatoi. Faville occhieggiavano da rosse lampade di vetro.
Morto odore di cera e d'incenso.
Mi seggo su di una panca. Il mio sangue s'acqueta stranamente in questo regno dell'immobilit.
Una vita senza pulsazioni occupa lo spazio - una segreta attesa paziente.
I reliquiarii d'argento dormono il sonno dell'eternit.
Ecco! - Da lontananze infinite m'arrivava all'orecchio, smorzato e quasi impercettibile, un calpesto di zoccoli ferrati; pareva avvicinarsi e moriva.
Un romor fioco, come d'uno sportello che si chiuda.
...
...
Il frusco d'un abito di seta s'era diretto verso di me e un'esile delicata mano femminile m'aveva toccato il braccio.
"Scusi, La prego, scusi, e se andassimo l, vicino a quel pilastro? Sento che qui, con gli inginocchiatoi accanto, non saprei dirle ogni cosa come voglio".
Le solenni imagini all'intorno si disciolsero in prosaica chiarit. Il giorno m'aveva d'improvviso afferrato.
"Non so davvero come ringraziarla, maestro Pernath, d'aver fatto, per amor mio, tutta la strada fin quass con un tempaccio simile".
Balbettai qualche parola banale.
"....ma non conoscevo posto pi adatto per non correre il rischio di venir scoperta. Qui, in Duomo, nessuno certo ci ha seguti".
Tirai fuori la lettera e la porsi alla signora.
Per quanto fosse imbacuccata quasi completamente in una preziosa pelliccia, subito, gi al suono della voce, io riconobbi in lei la stessa che quel giorno s'era precipitata, cercando riparo da Wassertrum, nella mia stanza alla Hahnpassgasse. N me ne sorpresi gran ch, ch altri infatti non mi sarei aspettato.
Pendevo con lo sguardo dal suo viso che, nell'incerta luce della nicchia, pareva anche pi pallido di quel che non dovesse essere in realt. La bellezza di lei mi levava quasi il respiro. N'ero come ammaliato. Ero tentato di gettarmi ai suoi piedi e di coprirglieli di baci per ringraziarla d'esser proprio lei che dovevo aiutare - e d'aver pensato a me nella sua distretta.
...
- La scongiuro, la supplico di dimenticare - almeno fin che siamo qui - lo stato in cui m'ha vista allora - riprese a dire angustiata. - Non so nemmeno cosa pensi, Lei, di certe cose...."
- Signora, son vecchio ormai, eppure non ricordo d'essermi azzardato una sola volta ad erigermi a giudice de' miei simili - furon le uniche parole che riuscii a proferire.
- Grazie, maestro Pernath - disse lei con calore e schiettezza. - Ed ora mi ascolti pazientemente e veda se ha modo d'aiutarmi nella mia disperazione o se mi pu almeno dare un consiglio.
Sentii che l'angoscia s'andava impossessando di lei e che la voce le tremava.
"Fu allora - nello studio - fu allora ch'ebbi la certezza terribile che quell'orco orrendo aveva seguto con premeditazione le mie tracce. Gi da mesi m'ero accorta che sempre, dovunque andassi, - sia sola, che con mio marito, o col - col - col dottor Savioli, l'orribile viso da delinquente del rigattiere sbucava da qualche posto nei pressi. Nel sonno e nella veglia mi perseguitavano i suoi occhi guerci. -  ben vero che non si scorge finora indizio alcuno di quel ch'egli sta tramando, ma tanto pi tormentosamente mi sento strozzare di nottetempo dall'angoscia, se penso al momento in cui mi getter il laccio al collo!
"In principio il - il dottor Savioli tent di calmarmi: cosa poteva mai fare un miserabile rigattiere come Aronne Wassertrum? - Si sarebbe trattato, nel peggior dei casi, di una esigua estorsione o d'altra cosa del genere. Ma ogni volta che veniva fatto il nome di Wassertrum, gli si sbiancavan le labbra. Intuisco che il dottor Savioli mi nasconde qualcosa, per tranquillizzarmi - qualcosa di spaventoso che pu costar la vita a lui o a me.
"Seppi infine quel ch'egli con ogni cura voleva tenermi celato: che cio il rigattiere  venuto pi volte a trovarlo di notte nella sua abitazione! Lo so, lo sento in ogni fibra del mio corpo: qualcosa sta succedendo che si restringe lentamente intorno a noi come le spire d'una serpe. - Cos' che va a cercare da lui quell'assassino? - E perch il dottor Savioli non pu levarselo di torno? No, no, tutto ci non posso sopportarlo pi; devo far qualcosa. Una cosa qualunque, prima d'uscirne pazza!".
Volevo risponderle con qualche parola di conforto, ma lei non mi lasci finire.
"In quest'ultimi giorni poi, l'incubo, che minaccia di strozzarmi, and prendendo forme sempre pi concrete. Il dottor Savioli s', di improvviso, ammalato - non posso pi prender contatto con lui - m' impossibile andarlo a trovare senza temere ad ogni istante che si scopra l'amore che gli porto -; egli  in preda al delirio e l'unica notizia che ne ho potuta avere  che, arso dalla febbre, egli si crede perseguitato da un mostro le cui labbra son solcate da una voglia di lepre. - Aronne Wassertrum.
"Io so che il dottor Savioli  un coraggioso. Cerchi dunque di figurarsi che orribile pena sia la mia nel saperlo paralizzato, inerte, di fronte a un pericolo, ch'io stessa non sento che come l'oscura vicinanza d'uno spaventoso angelo sterminatore.
"Lei dir che sono vile - si domander perch non confessi apertamente di amare il dottor Savioli - perch a tutto non rinunzi, se l'amo -: a tutto, alla ricchezza, all'onore, alla reputazione, a ogni altra cosa. Ma io - essa l'url addirittura, s che ne ritronaron le volte - io non lo posso fare! Ho mia figlia, io, la mia cara piccola bimba bionda! Io non posso rinunziare a mia figlia! - Lei crede forse che mio marito me la lascierebbe?! Ecco, ecco qua, prenda questo, maestro Pernath - essa apr freneticamente una borsetta piena zeppa di vezzi, di perle e di pietre preziose - e lo porti a quel delinquente - conosco la sua rapacit - prenda, gli dia tutto quel che posseggo, ma che mi lasci la mia bambina. - Star zitto, non  vero? - Ma parli dunque, per l'amor di Ges, mi dica una parola, una sola parola, mi dica se vuole aiutarmi!"
A stento mi riusc di calmare la forsennata quanto almeno bastasse a convincerla di sedersi su di una panca.
Le parlavo. Le dicevo tutto quel che a caso mi veniva alle labbra. Frasi rotte e sconnesse.
E intanto i pensieri mi mulinavano in testa, sicch non capivo che a mala pena io stesso quel che la mia bocca andasse discorrendo. - Fantasmagoriche idee che si spegnevano, quasi in sul nascere.
Assente, il mio sguardo s'affissava ora sulla dipinta statua d'un monaco che occupava la nicchia. - E parlavo, parlavo. E i tratti della statua a poco a poco s'andaron trasfigurando: la tonaca divent un soprabito sfilacciato con un gran bavero tirato su, e un viso giovanile ne sbuc coi pomelli della tisi sull'infossate guancie.
Non ebbi nemmeno il tempo di afferrare il senso della visione, che il monaco era gi di nuovo l. I miei polsi pulsavano troppo forte.
L'infelice signora s'era chinata intanto sulla mia mano e piangeva pianamente.
La forza che m'era venuta leggendo la sua lettera e di cui ora mi sentivo di nuovo esuberante, tentavo d'immetterla in lei e vedevo com'ella a poco a poco ne traesse salutare ristoro.
"Maestro Pernath" - riprese infine sottovoce dopo lungo silenzio "io voglio dirLe perch abbia pensato di rivolgermi proprio a Lei. Lo feci per alcune parole ch'Ella un giorno mi disse, e ch'io, dopo tant'anni, non ho potuto dimenticare....".
Dopo tant'anni? Il sangue mi si aggrum nelle vene.
"Lei prendeva allora congedo da me, non saprei dirle come, n per qual ragione - ero cos piccina, d'altronde - ma rammento che disse benevolmente, ma con tanta tristezza:
"Certo non se ne dar mai il caso, ma, si ricordi in ogni modo di me se vivendo le dovesse accadere di trovarsi in situazioni senza uscita. Forse il Signore vorr concedere che sia io a poterla salvare". - Io allora volsi altrove gli sguardi e lasciai cader la palla con cui giocavo nella vasca de' pesci; apposta, per non farle vedere che piangevo. Avrei poi voluto regalarle il cuoricino di corallo che tenevo appeso al collo con un nastro di seta, ma me ne vergognai parendomi la cosa molto ridicola".
Memoria!
Le dita del crampo tentavano indecise d'afferrarmi alla gola. Un barlume come di un'obliata, lontana terra del deso mi rifulse dinanzi - repentino e terrificante. Ecco: una bambina vestita di bianco e tutt'intorno il prato cupo d'un parco signorile - circondato d'olmi secolari. Limpidamente tornavo a vederlo.... . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Dovevo essermi sbiancato. Me n'accorsi dalla fretta con cui lei proseguiva il discorso.
"Lo so, lo so: le sue parole d'allora erano intonate alla tristezza dell'addio. Spesso per mi furono di conforto - ed io gliene sono tanto grata".
Solo chiamando a raccolta tutte le mie forze riuscii a serrare i denti e a comprimere in seno l'urlante dolore che mi lacerava.
Compresi: pietosa era stata la mano che aveva rimesso il paletto alla porta della mia memoria. Quel che un barlume fuggitivo dei tempi aveva rievocato, stava scritto ora a lettere chiare nella mia coscienza: per anni un amore, troppo forte pel cuor mio, era andato corrodendomi il pensiero. La notte della pazzia era divenuta infine balsamo per la mia anima ferita.
A poco a poco la pace delle cose spente cal su di me mitigando dietro le palpebre il pianto incipiente. Un suono di campane, maestoso e solenne, echeggi nel Duomo ed io potei, lietamente sorridendo, guardare infine negli occhi quella, ch'era venuta da me per chiedermi aiuto... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Sentii di nuovo il sordo chiudersi dello sportello e lo scalpitar degli zoccoli ferrati ... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Su di un tappeto di neve, che riluceva azzurrino nella notte, ridiscesi in citt.
I lampioni mi guardavano attoniti facendosi l'occhiolino e dalle cataste di abeti agghindati partiva un parlottare sommesso di orpello e di noci d'argento e del veniente Natale.
Sulla piazza del Municipio, delle vecchie mendicanti coi fazzoletti grigi in testa snocciolavano pispigliando, accanto alla colonna della Vergine, il loro rosario d'avemarie.
Davanti all'imbocco buio del ghetto stavano accoccolate le baracche del mercato natalizio. In mezzo ad esse, intelaiata in panno rosso, spiccava folgorante, illuminata da fiaccole fumose, la scena aperta d'un teatro di marionette.
Il Pulcinella di Zwakh, vestito di porpora e di violetto, con in mano la frusta da cui penzolava un teschio, passava strepitando sul tavolato, in groppa a un bianco cavallo di legno.
In folla, serrati quasi uno contro l'altro, i piccini - coi berretti di pelo calcati fin sotto le orecchie - guardavan su a bocca aperta e ascoltavan estaticamente i versi del defunto poeta di Praga Oscar Wiener, che il mio amico Zwakh andava recitando dall'interno della baracca:
"Marcia in testa, un burattino
- Dio che ceffo, che magrezza! -
tien la rozza alla cavezza
barcollando se ne va".
...
Presi per la via, nera e tortuosa, che sbocca sulla piazza. Nell'oscurit una gran folla muta s'addensava, testa contro testa, davanti a un manifesto.
Un uomo accese un fiammifero. Riuscii frammentariamente a legger qualche rigo. A sensi ottusi la mia coscienza ritenne, sconnesse, poche parole:


Abulico, indifferente m'addentrai lento lento tra le teorie di case senza luce.
Una manata di minutissime stelle scintillava sull'angusto e buio sentiero celeste inquadrato dai comignoli.
Sereni i miei pensieri tornavano al Duomo, estasiante e profonda era gi la pace dell'anima mia quando dalla piazza, tagliente chiara come se sonasse a due passi, mi fer l'orecchio la voce del burattinaio:
Dov' il cuore di corallo
- vezzo che tenevo al collo -
che non trovo pi?....
... 
 9. SPETTRI.
Fino a notte inoltrata non feci che misurare in lungo e in largo, nervosamente, la mia stanza scervellandomi nella ricerca del modo che avrei potuto al caso adottare per venirle in aiuto.
Ripetutamente fui tentato di scendere da Scema'j Hillel per metterlo al corrente delle confidenze ricevute e per chiedergli un consiglio. Ma ogni volta ne dimisi il proposito.
Egli mi campeggiava dinanzi allo spirito in cos immense proporzioni che parevami sacrilegio andarlo ad importunare con cose che riguardassero la vita esteriore. - Poi ritornavano degli istanti in cui io, arso dal dubbio, andavo chiedendomi se poi avessi vissuto in effetti quello da cui una sola breve spanna di tempo mi divideva e che pure appariva gi cos sbiadito al confronto delle vicende straripanti di vita svoltesi nella scorsa giornata.
Che avessi per caso sognato? Potevo io forse - io, un uomo cui era accaduto l'incredibile, di dimenticare, cio il proprio passato - potevo io tener per certo, sia pure per un fuggente attimo, quello per cui la mia memoria, testimone unica, alzava, comprovando, la mano?
Causalmente il mio sguardo si pos sulla candela d'Hillel che stava tuttavia sulla sedia. - Dio, ti ringrazio: ch almeno d'una cosa non posso dubitare, d'esser stato, cio, da lui, d'averlo toccato con queste mani!
E perch dunque non correr gi, in casa sua, senza tanto riflettere, e avvinghiarsi ai suoi piedi e, da uomo ad uomo, confidargli tutto l'indicibile tormento che mi rodeva il cuore?
E gi stringevo la maniglia.... Ma lasciai presa subito. Ci che sarebbe avvenuto mi pareva di vederlo: Hillel m'avrebbe mitemente passata la mano sugli occhi e tutto - no, no! questo almeno doveva essermi risparmiato Che diritto avevo di chieder sollievo? Lei aveva fede in me e nell'aiuto da me sperato e seppure il pericolo, in cui ella credeva di versare, mi sembrasse a tratti trascurabile e poco - enorme esso di certo doveva apparire a lei.
Per domandar consiglio ad Hillel c'era sempre tempo domani. Che scopo aveva dunque - mi dicevo cercando di ragionare freddamente e con calma - andar a disturbarlo adesso.... nel cuor della notte? Solo un pazzo avrebbe agito cos.
Stavo per accendere il lume. Poi lasciai perdere. C'era gi un riflesso di luna che dai tetti di fronte riverberandosi nella mia stanza l'illuminava anche pi di quanto occorresse. Poi temevo che, accesa una volta la luce, la notte dovesse trascorrere pi lentamente ancora.
C'era qualcosa di cos desolato in quell'idea d'accender la lampada, solo per aspettare il giorno! - Il mattino, un'ansia larvata pareva suggerirmelo, si sarebbe per tal modo spostato verso inconseguibili lontananze.
M'affacciai al balcone: lass, in aria, s'allineavano, come un fluttuante cimitero, le teorie dei comignoli contorti. - Pietre sepolcrali erano, con epitaffi resi illeggibili dal tempo, innalzate su quest'oscure tane fetide, su codeste dimore in cui la brulicante massa dei vivi s' andata scavando grotte e camminamenti.
A lungo stetti cos guardando in su, fino a che, impercettibilmente, cominciai a domandarmi stupito perch mai non sobbalzassi a quel rumor soffocato di passi che pure, traverso i muri, perveniva cos distintamente al mio orecchio.
Mi misi in ascolto: proprio cos; dall'altra parte c'era di nuovo qualcuno che camminava. Il gemer breve dell'impiantito tradiva l'esitazione di quel passo circospetto.
Riacquistai in un baleno la mia presenza di spirito. M'aggomitolai addirittura, tanto ogni senso si concentrava in me nell'unica prepotente volont di sentire. La nozione del tempo si ridusse, fulminea, al presente immediato.
Ancora uno scricchiolo brevissimo che s'impaur di se stesso e di colpo cess. Poi sepolcrale silenzio. Quell'agguatato terrificante silenzio che tradisce se medesimo e prolunga in mostruosa eternit i minuti.
Immobile ascoltavo con l'orecchio contro la parete - e con in gola la minacciosa sensazione di un altro che stesse di l facendo proprio la stessa cosa.
Origliavo ed origliavo:
- Nulla.
Pareva che lo studio accanto non esistesse pi.
Senza far rumore - in punta di piedi - m'accostai alla sedia presso al letto, presi la candela d'Hillel e l'accesi.
Poi mi misi a pensare: La porta di ferro della soffitta, che d sul corridoio e comunica con lo studio di Savioli, non si pu aprire che dall'interno.
A casaccio presi di sul tavolo un ferro uncinato che stava tra i miei bulini. - Serrature come quella l s'aprono facilmente. Basta una leggera pressione sulla molla del chiavistello.
- E poi? Cosa sarebbe accaduto poi?
Perch non poteva esser che Wassertrum, dall'altra parte, venuto per far la spia. Ora  l - pensavo - che fruga negli armadi onde impossessarsi di nuove armi e di nuove prove.
In che senso avrebbe potuto giovare un mio intervento?
Ma non m'indugiai nelle riflessioni: agire occorreva, non pensare! Pur di rompere alla fine quest'incresciosa attesa del giorno!
Ed ecco che stavo gi davanti alla botola di ferro e spingevo con cautela il gancio nella serratura, e tendevo l'orecchio. E, in effetti, dallo studio veniva proprio un romor scorrente come quando qualcuno apre un cassetto.
Un momento dopo il paletto saltava.
D'uno guardo abbracciai la stanza e scorsi - per quanto fosse buio e la candela, pi che far luce, m'accecasse - un uomo avvolto in un lungo mantello nero balzar su terrorizzato da un tavolo e, dopo esser rimasto un secondo senza saper dove volgersi, far un movimento come per saltarmi addosso e poi strapparsi dalla testa il cappello e rapidamente coprirsene il viso.
- Cosa cerca qui? - fui per gridare, ma l'uomo mi prevenne:
- Pernath! Lei? Per l'amor di Dio, via quella luce! - La voce mi parve nota, ma non era davvero quella del rigattiere Wassertrum. Automaticamente spensi la candela.
La stanza era mezza al buio - illuminata a mala pena dal vapore tralucente che penetrava dal balcone. - Proprio come la mia. Dovetti pertanto aguzzar gli occhi fino allo spasimo prima di riconoscere nel volto scarno e tisico, che d'improvviso appar di sotto al mantello, i tratti dello studente Charousek.
"Il monaco!" mi venne quasi fatto d'esclamare; e compresi tutto a un tratto la visione avuta il giorno innanzi in Duomo: Charousek! Ecco l'uomo cui dovevo rivolgermi! - Tornavo a sentir le parole che egli m'aveva dette sotto il portale durante l'acquazzone: "Aronne Wassertrum apprender di certo come si possa passar traverso i muri con invisibili aghi avvelenati. Il giorno stesso in cui vorr far la pelle al dottor Savioli".
Avevo in Charousek un alleato? - Sapeva anche lui come stavan le cose? - Il trovarlo in quel posto, e in un'ora cos straordinaria, pareva una conferma, ma non mi sentivo il coraggio di domandarglielo esplicitamente.
Egli era corso alla finestra ed esplorava da dietro la cortina la strada sottostante.
Indovinai: temeva che Wassertrum potesse essersi accorto della luce della mia candela.
- Senza dubbio lei penser ch'io sia un ladro, maestro Pernath, sorpreso come mi ha qui, di notte, in casa altrui - fece poi rompendo con malcerta voce il lungo silenzio - ma io le giuro che....
Non permisi che continuasse. Cercai di tranquillizzarlo.
E per dimostrargli che non nutrivo contro di lui sospetto alcuno - e che anzi vedevo in lui un alleato - gli raccontai, con le poche riserve che stimavo necessarie, il motivo per cui m'ero indotto a entrar nello studio e il timore mio che una signora, a me cara, potesse in una maniera o nell'altra cader tra le grinfie del rigattiere, vittima delle ricattatrici cupidigie di lui.
Dal suo modo cortese d'ascoltarmi senza mai interrompermi con delle domande, dedussi che era al corrente di quasi tutto, ad eccezione forse di qualche particolare.
- Collima perfettamente - mormor poi soprapensiero finito ch'ebbi il mio dire. - Non mi sono dunque ingannato! Quel farabutto vuol far la pelle a Savioli; questo  certo. - Per non deve aver raccolto ancora materiale abbastanza. Ch altrimenti non si spiegherebbe cosa diavolo venga di continuo a cercare qui. Ieri mi capit di passare, diciamo cos, per caso dalla Hahnpassgasse - spieg vedendo che lo guardavo con un'aria interrogativa - quando m'accorsi che Wassertrum passeggiava gi da un pezzo - con disinvoltura apparente - in su e in gi davanti al portone finch credendosi inosservato, fil in casa di gran carriera. Io mi misi subito sulle sue peste e feci finta di venirla a trovare - per meglio dire bussai alla porta di casa sua - e cos mi  stato possibile sorprenderlo che stava armeggiando con una chiave intorno alla botola ferrata. Naturalmente, vedendomi arrivare, smise di colpo e buss anche lui, per pretesto, da Lei. Pare per che Lei in casa non ci fosse dal momento che nessuno venne ad aprire.
Raccolte poi cautamente alcune notizie in ghetto, seppi che qualcuno - dalle descrizioni non poteva esser altri che il dottor Savioli - teneva qui un suo pied--terre ignoto ai pi. Sapevo il dottor Savioli gravemente ammalato. Il resto lo ricostruii da me.
- Ecco ci che cercavo nel cassetto per prevenire in ogni caso Wassertrum - disse conchiudendo Charousek additandomi un pacchetto di lettere che stava sullo scrittoio. -  tutto quel che di scritto ho potuto rintracciare.  sperabile che non vi sia altro. Certo si  che sono andato rovistando in tutte le casse e in tutti gli armadi come meglio m'ha consentito l'oscurit.
I miei occhi scrutavano, mentr'egli parlava, la stanza e senza volerlo andarono a posarsi su di un trabocchetto tagliato nel piancito. Nello stesso istante oscuramente mi rammentai che Zwakh m'aveva parlato una volta d'un accesso segreto che dal basso immetteva nello studiolo.
Era un chiusino quadro con per maniglia un anello.
- Dov' che si potrebbero conservare queste lettere? - riprese Charousek. - Lei, maestro Pernath, ed io, siamo certo gli unici in tutto il ghetto che Wassertrum ritenga inoffensivi. Che poi io, proprio io, debba sembrargli tale non  privo di - specialissime ragioni - (vidi i suoi tratti alterarsi per una vampata d'odio selvaggio mentre quest'ultima frase gli usciva di bocca, letteralmente maciullata dai denti). - Quanto poi a Lei, egli la giudica.... - Charousek soffoc, in un simulato attacco di tosse, la parola "pazzo" non senza per ch'io riuscissi a indovinare ci ch'egli avesse voluto dire. Non me ne sentii neppure addolorato, tanto la certezza di poterla aiutare attutiva la mia sensibilit.
Infine ci accordammo che il pacchetto lo si sarebbe nascosto da me. E passammo di l, nella mia stanza.
... 
Charousek se n'era gi andato da un pezzo. Eppure non mi sapevo decidere a coricarmi. Mi sentivo roso da un indefinibile intimo scontento che me l'impediva. Capivo che qualcosa mi restava ancora da fare - ma che cosa, santo Dio, che cosa?
Forse tracciare per lo studente una memoria dei provvedimenti che ancora occorreva prendere?
Evidentemente non si trattava solo di questo. Che tanto Charousek non avrebbe lo stesso perduto d'occhio il rigattiere, come dubitarne? Rabbrividivo ancora pensando all'odio che avevo sentito spirare dalle parole di lui.
Cosa poteva avergli fatto Wassertrum?
La strana inquietudine interna crebbe in me quasi fino alla disperazione. Un ente invisibile, ultramondano chiamava me, ed io non capivo.
Mi pareva d'esser diventato un cavallo mentre lo si ammaestra - che sente bens lo strappo della briglia, ma non capisce quale esercizio dovrebbe eseguire, non afferra ci che da lui voglia il padrone.
Andar gi da Shema'j Hillel?
Ogni mia fibra rispondeva di no.
La visione del monaco sulle cui spalle era apparsa ieri la testa di Charousek in risposta a una muta preghiera di consiglio, m'era indice sufficiente per non rigettar d'ora innanzi senz'altro sensazioni anche vaghe. Che da parecchio tempo germogliassero in me forze arcane, era evidente: con troppa prepotenza mi si rivelavano perch io tentassi, sia pure debolmente, di negarle.
Sentire delle lettere, non leggerle nei libri con gli occhi soltanto, suscitare in me stesso l'interprete che mi traduca ci che mormorano senza parole gli istinti: questa doveva esser la chiave - compresi - per intendersi col proprio intimo io per mezzo d'un linguaggio senza equivoci.
"Hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non sentono". Il versetto biblico mi si affacci alla mente a mo' di spiegazione.
"La chiave, la chiave, la chiave" sentii d'un tratto che le mie labbra mormoravano macchinalmente, mentre lo spirito mi sospingeva innanzi quella folla d'idee singolari.
"La chiave, la chiave....?" Lo sguardo mi cadde sul fil di ferro uncinato che tenevo in mano e di cui m'ero servito dianzi per aprire la porta della soffitta. L'ardente curiosit di sapere dove mai potesse menare il trabocchetto quadrato che avevo visto nello studio mi percosse come una frustata.
E, senza riflettere, tornai di l nello studio di Savioli e tirai l'anello del trabocchetto fino a tanto che mi riusc d'alzare il lastrone.
Sulle prime non altro che buio.
Poi vidi: dei gradini stretti e ripidi si perdevano gi nella pi pesta oscurit.
Cominciai a scendere.
Per un po' di tempo procedetti tastoni lungo i muri, e poi avanti, avanti ancora, senza fine: nicchie, umide di muffa e fracidume, - anse, angoli e svolte - corridoi di fronte, a destra e a sinistra, resti d'una vecchia porta di legno, crocicchi, e poi di nuovo gradini, gradini, gradini - verso l'alto e verso il basso.
Fioco, asfissiante odore di funghi e di terriccio, ovunque.
E ancora non un raggio di luce.
Avessi almeno portato con me la candela d'Hillel!
Finalmente terreno piatto, piano.
Dallo scricchiolo sotto i miei piedi dedussi che camminavo su sabbia asciutta.
Non poteva esser che uno tra gli infiniti camminamenti che conducono senza scopo apparente da sotto il ghetto al fiume.
Non me ne stupii: sapevo che da immemorabile tempo mezza citt  traversata sotto le sue fondamenta da corridoi sotterranei di questa specie e che gli abitanti di Praga hanno avuto sempre ragioni a josa per temer la luce del sole.
Indussi, dall'assenza d'ogni rumore sopra il mio capo, di trovarmi tuttavia nella regione del quartiere ebraico che di notte sembra quasi senza vita - e ci malgrado avessi camminato un'eternit. - Perch strade o piazze con animazione maggiore mi si sarebbero indubbiamente rivelate col lontano fragor dei carriaggi.
Per un secondo mi sentii strozzar dalla paura: e...., e se stessi camminando in circolo!? Se cadessi in una buca, se mi ferissi, se mi rompessi una gamba e non potessi pi andare avanti!?
Che sarebbe avvenuto allora delle lettere di lei che stavano in casa mia? Indubbiamente Wassertrum se ne sarebbe impadronito.
Il ricordo di Shema'j Hillel che associavo vagamente all'idea d'un salvatore e d'una guida, mi tranquill d'un tratto quasi senza che me n'accorgessi.
Per prudenza mi misi ci nondimeno a camminar pi lentamente tastando il terreno coi piedi e tenendo in alto un braccio per non battere inavvertitamente la testa, caso mai il corridoio diventasse pi basso.
Di quando in quando, e poi sempre pi spesso, toccavo con la mano la vlta. Infine la vlta si abbass al punto che dovetti curvarmi per passar oltre.
E d'improvviso il braccio che tenevo alzato brancol nel vuoto.
M'arrestai e guardai in su.
A poco a poco mi parve di veder piovere dal soffitto qualcosa come un tenue, quasi impercettibile riflesso di luce.
Che forse mi trovassi allo sbocco di un pozzo comunicante lass con qualche cantina?
M'alzai e mi misi a tastare intorno con ambe le mani all'altezza della testa: l'apertura era esattamente quadrangolare e murata.
A poco a poco mi fu dato distinguere che la chiudevano i contorni d'una croce orizzontale e finalmente mi riusc d'afferrarne le sbarre, di sollevarmi fino ad esse e con qualche sforzo di cacciarmivi oltre.
Ora stavo ritto sulla croce e m'orientavo.
Non finivano forse qui i resti di una scala di ferro a chiocciola, se al tasto le mie dita non m'ingannavano?
A lungo, indicibilmente a lungo dovetti andar tastoni prima di trovare il secondo gradino.
Poi salii.
Eran otto gradini in tutto.
Ciascuno quasi ad altezza d'uomo sopra l'altro.
Strano: la scala terminava in alto con una specie di tavolato orizzontale che da fessure regolari e intersecantisi lasciava trapelare lo stesso riflesso di luce che avevo gi osservato gi, nel corridoio.
Mi rannicchiai, quant'era possibile, in basso per poter distinguere meglio, da una distanza un po' pi grande, il tracciato delle fessure, e vidi con stupore che avevano esattamente la forma di un esgono come quelli che si osservano nelle sinagoghe(8).
Cosa poteva mai essere?
D'improvviso capii di che si trattasse: era una botola che faceva trapelar luce dagli angoli! Una botola di legno a forma di stella!
Puntai le spalle contro il tavolato, lo spinsi in alto e un momento dopo mi trovavo in una stanza piena di candidissima luce lunare.
Era, abbastanza piccola, vuota completamente fino a un mucchio di ciarpame ammonticchiato in un angolo e aveva un'unica finestra munita di solida inferriata.
Di porte o comunque d'accessi, eccezion fatta per quello che avevo usato io stesso dianzi, non mi riusc di scoprirne per quanto esaminassi attentamente tutte quante le pareti.
Le sbarre della finestra eran troppo fitte perch vi potessi sporgere il capo. Potei tuttavia constatare questo:
La stanza era sita all'altezza d'un terzo piano circa, perch le case dirimpetto constavano di due soli piani ed erano notevolmente pi basse.
Un lato della strada sottostante m'era ancora possibile vederlo, ma a mala pena e, a cagion dell'abbagliante luce lunare che mi batteva proprio in faccia, tutto avvolto in un buio pesto che non mi permetteva di distinguer particolari.
La strada doveva senz'altro appartenere al quartiere ebraico, perch tutte le finestre di fronte eran murate o abbozzate sull'edificio da una cimasa, e solo nel ghetto le case si voltano cos misteriosamente la schiena.
Inutilmente mi tormentavo per riuscir a capire che razza di bizzarro edificio fosse quello in cui mi trovavo.
Che fosse per caso una torretta laterale abbandonata della chiesa greca? O invece una qualche dipendenza della sinagoga di Altneu?
I dintorni non corrispondevano.
Tornai a gettare uno sguardo intorno alla stanza: nulla che mi potesse permettere la bench minima induzione. Nude le pareti e il soffitto, caduti da tempo l'intonaco e la calcina e n buchi lasciati da chiodi, n un chiodo solo che rivelasse in quel vano un'antica dimora.
Sul pavimento c'era uno strato di polvere alto un piede come se da molti lustri non vi avesse camminato sopra anima viva.
Quanto al ciarpame nell'angolo mi ripugnava d'andarvi a rovistare. - Era confinato nell'ombra pi fitta e non potevo distinguere in che cosa consistesse.
A giudicar dall'aspetto parevan cenci aggomitolati insieme.
O era invece un paio di vecchie valige nere?
Vi andai a tastare con un piede e mi riusc col tacco di trascinarne una parte accanto alla striscia di luce che la luna gettava diagonalmente traverso la stanza. Pareva una fettuccia larga e scura che si svolgesse a poco a poco.
Un punto lucente come un occhio?
Un bottone di metallo, forse?
Man mano distinsi: una manica di strana, antica foggia, usciva dall'involto.
E una piccola scatola bianca, o qual cosa di simile, v'era sotto, mi si sfasciava sotto il piede e si scomponeva in una quantit di strati macolati.
L'urtai leggermente: un foglietto vol nella luce.
Una figura?
Mi chinai: un "matto"?
Quel che m'era sembrato una scatola era un gioco di tarocchi.
Lo raccolsi.
Ma poteva esserci qualcosa di pi ridicolo? Delle carte da gioco in un ambiente cos spettrale! Curioso per: facevo uno sforzo per sorridere. Un leggiero brivido di terrore mi serpeggiava indosso.
Cercavo una ragione banale per spiegarmi come mai quelle carte avessero potuto capitar l dentro e intanto macchinalmente le contavo. Non ne mancava una: eran 78. Ma gi enumerandole m'ero accorto di qualcosa: le carte eran come di ghiaccio.
Un freddo paralizzante si dipartiva da esse, sicch tenendo in mano il mazzo chiuso, solo a gran fatica avrei potuto aprir le dita e disfarmene. M'arrovellai di nuovo nella ricerca di una spiegazione sensata.
Il mio abito cos leggero - quell'andar girando cos a lungo per i corridoi sotterranei senza copricapo e mantello - la rigida notte invernale - le pareti di pietra - l'orribile gelo ch'entrava dalla finestra con la luce della luna. Anzi, anzi: lo strano era piuttosto che intirizzito io mi sentissi appena adesso. La sovreccitazione in cui m'ero trovato fin a quell'istante doveva avermi reso insensibile al rigore dell'aria.
Ora un brivido dopo l'altro mi passava a fior di pelle. E strato dopo strato andavano pi e pi penetrando il mio corpo.
Sentivo il mio scheletro farsi diaccio e mi davo conto d'ogni singolo osso come di tante sbarre di metallo contro cui la carne si congelava.
Non correre intorno serviva, non pestare i piedi, non sbatacchiar le braccia. Serravo i denti per non sentirli battere.
Quest' la morte, mi dissi, che t'impone le fredde mani sulla nuca.
E mi contendevo come una furia alla torpida sonnolenza della congelazione che veniva ad avvolgermi come in un mantello ovattato e soffocante.
Le lettere in camera mia - le lettere di lei! mi ruggiva dentro una voce: - Verranno trovate se muoio qui. E lei che spera in me! Che ha messo la sua salvezza nelle mie mani! - Hillel! - Aiuto! Aiuto!
E gridavo traverso l'inferriata verso la strada sottostante che ne echeggiava: Aiuto, aiuto, aiuto.
Mi buttai per terra, tornai ad alzarmi di scatto. Non dovevo morire, non dovevo! per lei, soltanto per lei! Anche se dovessi, per riscaldarmi, martellarmi l'ossa fino a farne uscir scintille.
Cadde allora il mio sguardo sugli stracci nell'angolo; mi vi buttai sopra e li indossai, con mani tremanti, sopra gli abiti.
Era un vestito sbrindellato di panno grosso e scuro e di foggia strana e antichissima.
Emanava un afrore di putrefazione.
Quindi mi rannicchiai all'angolo opposto e sentii la mia pelle riprender calore a poco a poco. Solo l'orribile senso del mio scheletro diaccio non voleva dipartirsi da me. Sedevo immobile girando intorno gli occhi: la carta che prima avevo vista - il motto - stava ancora in mezzo alla stanza sulla striscia di luce.
Ero costretto a fissarla continuamente.
Pareva, da quel che per la distanza m'era dato distinguere, inespertamente dipinta ad acquerello da mano infantile e rappresentava la lettera ebraica aleph in forma d'un uomo vestito al modo degli antichi franchi - con una corta barbetta grigia a punta e col braccio destro alzato, mentre l'altro era volto in basso.
Il viso di quell'uomo non aveva forse una strana somiglianza col mio? Un sospetto mi albeggi dentro. - La barba - non si confaceva per niente ad un matto, - strisciai verso la carta e la gettai nell'angolo in mezzo all'altro ciarpame per liberarmi da quella vista tormentosa.
Essa ora era l e mi brillava dinanzi - macchia grigiastra e indecisa - sullo sfondo buio.
A forza mi costrinsi a riflettere sul da farsi per poter ritornare a casa.
Aspettare il giorno! - Chiamar dalla finestra i passanti perch mi portassero su, con una scala, delle candele o una lanterna? - (Sentivo con angosciosa certezza che senza lume non sarei mai riuscito a ritrovare gli interminabili corridoi, incrociartisi all'infinito) O, caso mai la finestra fosse troppo alta, qualcuno non avrebbe potuto dal tetto con una corda.... Dio, Dio, - mi parve che un lampo m'attraversasse: ora sapevo dove mi trovavo: Una stanza senza ingresso - con una sola finestra inferriata - l'antica casa nell'Altschulgasse, evitata da tutti! - gi una volta, molti anni fa un uomo s'era calato dal tetto con una corda per guardar dentro dalla finestra, - e la corda s'era spezzata - e - s: ero nella casa in cui scompariva ogni volta il Golem spettrale!
Un terrore immenso, cui inutilmente mi contendevo, - tale da non poterlo vincere nemmeno col ricordo delle lettere, paralizz ogni altro pensiero; e il mio cuore cominci a raggricciarsi.
In fretta in fretta mi dicevo a labbra irrigidite ch'altro non era se non il vento che soffiava cos diaccio da quell'angolo fino a me, - me lo dicevo presto, sempre pi presto col respiro sibilante - non serviva pi a nulla: dall'altra parte la macchia biancastra - la carta - ecco si gonfiava fino a diventare una grossa vescica, procedeva tastoni fino all'orlo della striscia lunare e tornava quatta quatta nell'oscurit. - Rumori gocciolanti - mezzo pensati, mezzo intuiti, mezzo reali - nell'ambiente eppur fuori, intorno a me eppure altrove - in fondo al cuore e di nuovo in mezzo alla stanza - si destavano: - romori come di un compasso che cada e resti fitto con la punta nel legno!
Ancora, ancora: la macchia biancastra - la macchia biancastra! -  una carta, non altro che una miserabile, stupida, idiota carta da gioco, mi gridavo dentro al cervello - inutilmente - ecco, adesso, ciononostante - ciononostante  riuscito a forza ad incarnarsi - il matto - e s' accosciato nell'angolo e guarda fisso in mia direzione con il mio stesso viso.
... 
Per ore ed ore me ne stetti rannicchiato - immobile - in quel canto, scheletro irrigidito dal gelo in fracide vesti altrui! - E dall'altra parte lui: io stesso.
Muto ed immoto.
Cos ci fissavamo negli occhi - l'uno orribile imagine dell'altro. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Ma che veda anche lui come i raggi della luna si riassorbano, con la lentezza delle lumache lungo il pavimento e, come sfere d'un invisibile orologeria, s'arrampichino all'infinito - su per la parete, diventando scialbi e sempre pi scialbi?
Io lo tenevo fermo col mio sguardo e a nulla gli giovava volersi dileguare negli albori del mattino che gli venivano in aiuto dalla finestra.
Io lo trattenevo.
Gli ho conteso, passo per passo, la mia vita - la vita ch' mia perch pi non m'appartiene . . . . . . . . . . . . . . . 
E come divent piccolo e sempre pi piccolo riducendosi, sul far del giorno, nella sua carta, m'alzai, gli andai incontro e me lo misi in tasca - il matto.
... 
La strada era tuttavia deserta; non un'anima viva. Rovistai l'angolo della stanza, rischiarato adesso dalla piatta luce del giorno: dei cocci qui, l una padella rugginosa, dei cenci muffiti, il collo d'una bottiglia. Cose morte eppure cos stranamente note.
Ed anche i muri - come vi si distinguevano le fessure e le crepe! - dove le avevo viste mai?
Presi in mano il mazzo di carte - qualcosa albeggi dentro di me: ma non le avevo dipinte io stesso una volta? Da bambino? Molto, molto tempo fa?
Era un antichissimo gioco di tarocchi. Con cifre ebraiche. - Il numero 12 dev'esser "l'impiccato" - mi sugger ad un tratto quale cosa come un mezzo ricordo. - Con la testa all'ingi? Con le braccia sul dorso? - Cercai tra le carte: Ecco! Eccolo qua.
Eppoi ancora - mezzo sogno, mezza certezza - una figura m'affior dinanzi: Un edificio scolastico annerito, un'arcigna casa di streghe, con la spalla sinistra alzata e l'altra confusa nella casa laterale. - Siamo in parecchi ragazzi adolescenti - c' in qualche posto una cantina abbandonata....
Poi guardai lungo il mio corpo e persi di nuovo il bandolo: Quel vestito d'antica foggia non lo conoscevo affatto....
Lo strepito d'un carro trabalzante mi scosse. Ma quando m'affacciai non scorsi anima viva. Solo un cane da macellaio se ne stava assorto presso un paracarro.
Ecco! Finalmente! Delle voci! Delle voci umane.
Due vecchie si trascinavano lentamente lungo la strada ed io ficcai la testa a mezzo tra le sbarre e le chiamai.
Guardarono in su sbalordite, a bocca aperta, e si misero a confabulare. Ma non appena m'ebbero scorto cacciarono un urlo altissimo, e via di corsa.
"M'hanno preso per il Golem", compresi.
Ed aspettai che la gente accorresse in massa cos che mi potessi in qualche modo spiegare. Un'ora buona pass. Solo di tanto in tanto qualche viso pallido compariva di sotto e mi guatava un istante per ritrarsi immediatamente in preda a mortale spavento.
Dove aspettare fino a che, forse tra qualche ora o il giorno dopo addirittura, venissero i poliziotti (i farabutti di Stato, come Zwakh usava chiamarli)?
No, preferivo in verit fare il tentativo d'esplorare i corridoi sotterranei per veder dove sboccassero.
Poteva anche darsi che adesso, a giorno fatto, qualche filo di luce penetrasse di tra le fessure della pietra.
Discesi la scala, continuai per la strada da cui ieri ero venuto, - passando su mucchi e mucchi di mattoni frantumati e traverso a cantine sprofondate - m'arrampicai su per una scala in rovina e mi trovai d'improvviso nell'atrio - de l'edificio scolastico annerito che avevo visto dianzi come in un sogno.
Tosto un'ondata di ricordi m'invest: banchi macchiati d'inchiostro dall'alto al basso, quaderni di aritmetica, canti stonati, un giovane che molla un maggiolino in mezzo alla classe, libri di lettura con tra le pagine panini al burro spiaccicati e odor di bucce d'arancio. Ora n'avevo piena certezza: qui c'ero stato un giorno da ragazzo. - Ma non m'indugiai a pensare e m'affrettai verso casa.
Il primo uomo che incontrai per la Salnitergasse, era un vecchio giudeo sbilenco dai riccioloni spioventi. M'aveva scorto appena, che si copr il viso con le mani e si mise a berciare delle preghiere ebraiche.
Richiamata dal chiasso, molta gente doveva evidentemente essersi precipitata fuori dalle proprie tane. Sentii scoppiare alle mie spalle un indescrivibile tumulto. - Mi volsi e vidi un esercito enorme di visi mortalmente pallidi, trasfigurati dal terrore, precipitarsi al mio inseguimento.
Stupito mi guardai indosso e compresi: - portavo tuttavia sul vestito gli strani indumenti medievali della notte e la gente credeva d'aver a che fare col "Golem".
Scantonai di corsa infilandomi in un portone e mi strappai di dosso quegli stracci putridi.
Subito dopo la folla mi pass accanto frenetica agitando i bastoni e urlando a squarciagola.
... 
 10. LUCE,
Ripetutamente, nel corso della giornata, ero andato a bussare alla porta d'Hillel. - Perch proprio non mi sapevo dar pace: volevo in ogni modo parlargli, domandargli che significassero le arcane vicende da me cos vorticosamente vissute. - La risposta, uguale ogni volta, era che ancora non aveva fatto ritorno.
Rientrato che fosse dal municipio ebraico(9) sua figlia, stessi pur certo, si sarebbe data premura d'avvertirmi subito.
Strana ragazza, d'altronde, Mirjam, la sua figliola.
Tipo di cui non ricordo altro che le somigli.
Bella d'una strana bellezza di cui uno a tutta prima non pu rendersi conto - bellezza che fa ammutolire poi chi la miri e gli risveglia in cuore un sentimento inesprimibile, qualcosa come indefinita timidit.
Leggi di proporzione che da molti secoli non si ricordano pi devono governare l'armonia de' suoi lineamenti - cercavo di spiegarmi alla meglio vedendomi, ad occhi chiusi, ricomparire innanzi quel viso.
E andavo pensando alla pietra che avrei dovuto scegliere per fermarlo, scolpito, in una gemma cos da conservarne pretta l'artistica espressione. Ma ogni ideato artifizio immiseriva di fronte al pi semplice problema formale: all'inimitabile splendore nero-azzurro de' capelli e degli occhi. Come poi pretendere di fermare in un cammeo, cos che risplendesse ai sensi e all'idea, l'eterea esilit del viso senza sdrucciolare nel verismo piatto, che le accademie gabellano per arte?
Unico il mosaico farebbe al caso mio - mi sugger una chiara intuizione. - Per che materiale scegliere? Per metterne insieme d'adatto sarebbe occorso impiegare tutt'una esistenza.
E Hillel, Hillel che ancora non tornava!
Sentii di desiderarlo cos come si desidera un buon amico di vecchia data.
Era proprio singolare che in quei pochi giorni - e, a rigore, avendo parlato con lui un'unica volta in vita mia - avessi potuto porgli tanto affetto.
Un momento! Le lettere - quelle lettere di lei bisognava pure che cercassi di nasconderle meglio. Per non viver d'ansie se per caso mi fosse capitato in seguito d'assentarmi, come gi era avvenuto, un po' pi a lungo del solito.
Le tolsi dal cofano. - Nella cassetta sarebbero state custodite meglio.
Una fotografia scivol di tra le lettere. Avrei voluto non vederla, ma ormai era troppo tardi.
Col manto di broccato sulle spalle nude - proprio come l'avevo vista la prima volta quando dallo studio di Savioli aveva cercato scampo in camera mia - essa ora mi guardava negli occhi.
Un pazzo dolore mi lancin spietatamente. Lessi la dedica sotto il ritratto, senza capirne le parole; poi la firma: Angelina tua
... 
Angelina!!!
Nel pronunziar questo nome il velario che mi toglieva la vista dei miei anni giovanili si squarci da capo a piedi.
Dallo strazio credetti di dover cadere. Graffiavo l'aria con le dita e mugolavo, - mi mordevo le mani: - fammi tornar cieco, Signore, - fa ch'io continui a vivere, come finora, questa morte apparente, supplicavo.
Il male mi sal alla bocca. - Si liquefece. - Aveva un sapore stranamente dolce, - come di sangue . . . . . . . . . . 
Angelina!!
... 
Il nome mi circolava nelle vene e diventava un'insopportabile carezza spettrale.
Con uno scossone poderoso chiamai a raccolta tutte le mie forze e mi costrinsi - digrignando i denti - a guardar fisso il ritratto finch a poco a poco acquistai su di esso il dominio.
Il dominio su di esso!
Come stanotte sulla carta da gioco.
... 
Finalmente: dei passi! I passi d'un uomo.
Era lui!
Corsi, con l'animo in festa, verso la porta e la spalancai.
Fuori c'era Shema'j Hillel e, dietro a lui - mi rimproveravo in certo modo di sentirmene contrariato - il vecchio Zwakh con le sue guancette rosse e co' suoi tondi occhi infantili.
- Vedo con piacere che Lei sta bene, maestro Pernath, - cominci Hillel.
Un freddo "Lei"?
Gelo. Tagliente gelo mortifero invase d'un tratto la stanza.
Intontito, mezzo sordo, ascoltavo ci che Zwakh mi diceva balbettando, in uno stato d'agitazione che gli toglieva il respiro
- Dica, sa gi che il Golem torna a girare? - Ne parlavamo di recente, se ne rammenta, Pernath? - Tutto il quartiere ebraico  in subbuglio. - Vrieslander lo ha perfino veduto, il Golem. - E di bel nuovo, come sempre, la faccenda  incominciata con un assassinio - (Tesi gli orecchi, attonito: un assassinio?)
Zwakh si mise a scrollarmi: - Ma come, non sa nulla di nulla, Pernath? - Eppure, sotto, c' su tutte le cantonate un manifesto enorme della polizia: Zottmann quello grosso, il "framassone" - ma s, voglio dire Zottmann, il direttore delle assicurazioni sulla vita, sarebbe stato ucciso. Loisa - quello che sta di casa qui - l'hanno gi arrestato. E Rosina, la rossa,  sparita senza traccia. Il Golem - il Golem - ma  roba da far rizzare i capelli.
Non risposi per niente e cercai invece gli occhi d'Hillel: ma perch mi fissava a quel modo?
Un sorriso represso gli contrasse d'un tratto gli angoli della bocca.
Compresi. Era per me.
Mi venne voglia d'abbracciarlo in uno slancio di gioia incontenibile.
Fuor di me dall'entusiasmo correvo balordamente su e gi per la stanza. Che dovevo portare prima? Dei bicchieri? Una bottiglia di borgogna? (Ma se ne avevo una sola!) - Dei sigari? - Trovai finalmente qualche parola da dire: Ma perch non vi sedete?! - e avvicinai due seggiole agli amici.
Zwakh cominci a stizzirsi: - Ma Lei perch sorride continuamente, Hillel? - Non crede forse all'apparizione del Golem? Si direbbe quasi che Lei non ci credesse del tutto, al Golem.
- Non ci crederei, neppure se lo vedessi qui, davanti a me, in questa stanza - rispose pacatamente Hillel gettandomi un'occhiata.
(Io compresi il doppio senso che c'era nelle sue parole).
Zwakh s'arrest, stupefatto, a mezzo sorso: - Sicch per Lei, Hillel, la testimonianza di centinaia di persone non avrebbe proprio nessun valore? Abbia pazienza, Hillel, e tenga bene in mente quanto le dico: - vedr se ora, nel quartiere ebraico, assassinio non verr ad aggiungersi ad assassinio. Ne so qualche cosa, io. Il Golem si tira dietro un fosco concatenamento d'orrori.
- Non c' niente di straordinario nell'accumularsi d'avvenimenti di natura affine - replic Hillel. Discorreva camminando, s'appressava alla finestra e guardava, oltre i vetri, il sottostante magazzeno del rigattiere. - Quando soffia il vento australe se ne commovono le radici. Le buone come le velenose.
Zwakh mi fece allegramente l'occhiolino ed accenn con la testa ad Hillel.
- Eh! se il rabbino volesse parlare, ce ne racconterebbe di belle. Cose da far rizzare i capelli in testa - insinu a mezza voce.
Shema'j si volt.
- Non son "rabbino" io, per quanto mi sia consentito di far uso del titolo. Non sono che un miserabile archivista del municipio ebraico e tengo i registri dei vivi e dei morti.
C' in ci dice un significato nascosto, compresi. Ed anche Zwakh parve averlo subcoscientemente avvertito - perch tacque e per qualche tempo nessuno di noi disse verbo.
- Senta un po', rabbino...., oh scusi! volevo dire: signor Hillel, - riprese Zwakh dopo un poco, con un tono di strana seriet nella voce, -  gran tempo che le volevo domandare una cosa. La lascio, intendiamoci, libero di non rispondere, se ci le dovesse riuscire sgradito, o non Le fosse lecito....
Shema'j s'avvicin al tavolo e cominci a gingillarsi col bicchier di vino; - non beveva forse in ottemperanza a qualche prescrizione del rituale ebraico.
- Dica pure, signor Zwakh.
- Lei conosce forse la dottrina arcana degli ebrei, la cabala, Hillel?
- Solo poco.
- Ho sentito dire che dev'esserci un documento dal quale  possibile apprendere la cabala: il "Zohar".
- Certo, il "Zohar"(10) - il libro dello splendore.
- Ecco, vede come vanno le cose a questo mondo? - sbott Zwakh, furente. - Sono ingiustizie che gridano vendetta al cielo. C' un libro dove si trovano le chiavi per la comprensione della Bibbia e quelle della felicit.
Hillel l'interruppe: - solo alcune tra le chiavi.
- Sia pure,  sempre qualcosa! - C' dunque un libro di questo genere. Ed ecco che, per il suo valore e per la sua rarit, il vederlo  anche questa volta privilegio dei ricchi. Sempre cos. Ce n' un solo esemplare imboscato per giunta - cos mi  stato riferito - al Museo di Londra. E per di pi redatto in caldaico, aramaico, ebraico o che so io. - Ho forse avuto mai occasione, io, in vita mia d'apprendere queste lingue o di arrivare a Londra?
- Ma ha forse Lei appuntato cos ardentemente ogni suo desiderio a quest'unico scopo? - domand Hillel con una leggera punta d'ironia.
- Francamente, no - ammise Zwakh non senza confusione.
- E allora non ha nessun diritto di lagnarsi, - disse secco secco Hillel - chi non invoca lo spirito con tutti gli atomi del suo corpo - cos come chi soffoca, l'aria - non pu contemplare i misteri di Dio.
"Tuttavia ha pur da esserci un libro che racchiude le chiavi tutte degli enigmi ultramondani, non alcune solamente" - mi pass d'un subito per la testa mentre la mia mano giocherellava automaticamente col "matto" che tuttora tenevo in tasca. Ma, prima ch'io riuscissi a rivestir di parole questa domanda, Zwakh l'aveva bell'e formulata.
Hillel sorrise di nuovo con un'aria di sfinge: Qualunque domanda l'uomo possa fare  replicata nello stesso istante in cui il suo spirito se l' posta.
- Capisce Lei ci ch'egli voglia dire? - fece Zwakh rivolgendosi a me.
Non gli diedi risposta alcuna e trattenni il respiro per non perdere una parola del discorso d'Hillel.
Shema'j continu:
- Tutta la vita altro non  che una serie di domande arrivate a darsi una forma e che portano in s il germe della risposta, - e di risposte che vanno intorno gravide di domande. Chi ci vede dentro qualcos'altro  un pazzo.
Zwakh diede un pugno sul tavolo:
- Sicuro: domande che ogni volta suonano diversamente e risposte che ogni singolo diversamente intende.
-  ben questo il vero problema! - replic affabilmente Hillel. - Quello di.... curare tutta l'umanit con la stessa pozione  privilegio esclusivo dei medici. La risposta ottenuta dall'interrogante  proprio quella di cui abbisogna: ch, altrimenti, non seguirebbe la creatura la via delle proprie aspirazioni. Crede Lei forse che le nostre scritture ebraiche sieno state tracciate con le sole consonanti per mero arbitrio? - Gli  invece che ognuno deve trovar per conto proprio le vocali misteriose che vi corrispondono e che gli dischiuderanno infine un senso che per lui solo avr determinato valore. - Se cos non fosse il vivo verbo non tarderebbe ad irrigidirsi in un dogmatismo senza vita".
Il burattinaio sollev alte proteste:
- Queste che Lei dice son parole, rabbino, vuote parole! Voglio esser chiamato Matto ultimo se mi riesce di cavarne un costrutto!
Matto!!! Questa parola mi colp come un fulmine. Manc poco che dal terrore non cadessi dalla sedia.
Hillel si sottrasse al mio sguardo.
- Matto ultimo? Chi pu dire che questo non sia il suo vero nome, signor Zwakh? - Le parole d'Hillel m'arrivavano all'udito come da lontananze sconfinate. - Non bisognerebbe mai esser troppo sicuri dei fatti nostri. - Del resto, gi che parla di carte: Lei sa giocare a tarocchi, signor Zwakh?
- A tarocchi? Naturalmente. Fin dall'infanzia.
- E allora mi stupisco considerando che Lei va in cerca d'un libro che contenga tutta quanta la cabala, dal momento che l'ha avuto tra mano le mille volte!
- Io? Tra mano? Io?
- Ma s, proprio Lei! - O che forse non ha mai pensato che il gioco dei tarocchi conta 22 briscole, tante quante sono le lettere dell'alfabeto ebraico? E che sulle nostre carte boeme campeggian figure in quantit - il matto, la morte, il giudizio universale - che sono simboli evidentissimi? Con che voce dunque vorrebbe Lei, amico mio, che la vita le urlasse nelle orecchie le sue risposte? - Non dico che Lei dovrebbe sapere che "Tarok" o "Tarot" equivale alla parola ebraica "Tora" = la Legge, o che l'antica voce egiziana "Tarut" significa l'interrogata, o che nell'antichissima lingua zenda tarisk vale quanto domando risposta. - Ma certo che avrebbero il dovere di saperlo i dotti prima d'affrettarsi a sostenere la tesi che il tarocco tragga le sue origini dal tempo di Carlo sesto. - Proprio cos: il matto  la prima carta nel gioco, l'uomo la prima figura nel suo medesimo libro di vignette - il sosia di se stesso: - simile alla lettera ebraica Aleph che, costruita a simiglianza d'uomo, accenna con una mano il cielo e con l'altra in gi: ci che vuol dir dunque: "Come in alto, cos  in basso, com' in basso, cos pure in alto." Perci dicevo dianzi: Chi sa se Lei si chiama veramente Zwakh e non invece: "matto". - Non si cimenti con l'insondabile (e cos dicendo Hillel mi guardava fisso ed io intuivo come sotto le sue parole si spalancasse un abisso di sempre nuovi significati), non si cimenti con l'insondabile, signor Zwakh, ch gran male gliene potrebbe derivare. Pu avvenire per tal modo che uno si perda per labirinti oscuri da cui finora nessuno - a meno che non portasse seco un talismano - riusc a tornare. Narra la tradizione di tre uomini che discesero un giorno nel regno delle tenebre: perdette il senno il primo, divent cieco il secondo; solo il terzo, Rabbi ben Akiba(11), fece ritorno sano e salvo e narr d'aver incontrato se stesso. A pi d'uno, dir Lei, a Goethe per esempio,  accaduto d'incontrare se medesimo e solitamente transitando per un ponte o per qualche passaggio simile che portasse dall'una all'altra sponda d'un fiume; a pi d'uno, che ha guardato se stesso negli occhi e che non perci  diventato pazzo. Sta bene; ma allora si trattava d'un riverbero della coscienza, non gi del sosia vero e proprio: non di ci che si chiama "fiato delle ossa", non del "Habal Garmin" di cui  detto: "Cos come discese nella tomba - scheletro, incorruttibile - risorger nel giorno del giudizio". - (Lo sguardo d'Hillel mi penetrava negli occhi, sempre pi in fondo) - Dicon di lui le nostre nonne: "egli abita, alto sopra la terra, una stanza senza porte e con un'unica finestra da cui nessuna intesa con gli uomini  possibile. Chi riesce a dominarlo - e ad affissarlo diventa buon amico di se stesso!" Per quel che infine si riferisce ai tarocchi, Lei sa come me che a carte non tutti i giocatori stanno ugualmente, ma che chi impiega bene le briscole vince la partita. E adesso  ora che ce ne andiamo, signor Zwakh. - Venga, che altrimenti Lei si beve tutto il vino del maestro Pernath e a lui non ne resta una goccia.

11. PENA.
Una battaglia di fiocchi infuriava davanti la mia finestra. Reggimenti di stelline nivali - soldatini minuscoli intabarrati di bianco e d'ovatta - passavano a precipizio dinanzi ai vetri - per interi minuti - come in fuga generale di fronte a un avversario singolarmente perfido. - Poi, stucche e ristucche di scappare, parevan prese inesplicabilmente da un moto di furore e tornavano indietro sibilando, finch dall'alto e dal basso non piombavano ai loro fianchi nuove armate nemiche tutto sconvolgendo in un irreparabile turbino.
Mi pareva che mesi e mesi mi dividessero dagli strani eventi cos di recente vissuti e, se barocche notizie sempre nuove sul Golem non fossero arrivate ogni giorno pi volte a richiamarmeli con vivacit alla memoria, credo che in qualche momento di dubbio mi sarebbe potuto venire il sospetto d'esser stato vittima di uno stato d'animo crepuscolare.
Dagli arabeschi variopinti, che le vicende erano andate intrecciandomi intorno, risaltava a colori accesi quanto Zwakh m'aveva narrato sull'assasinio, tuttavia inesplicabile, del cosidetto "framassone".
Metter il fatto in relazione con Loisa il butterato non mi persuadeva gran che - per quanto non mi riuscisse di liberarmi da un vago sospetto. - Gli  che, la notte stessa in cui a Procopio era parso d'udire un romore sinistro venir su dalla chiavica, avevamo visto il ragazzo da "Loisitschek".
D'altra parte, per, non c'era alcun motivo per identificare il grido venuto da sottoterra, che a uguale ragione avrebbe potuto essere frutto di sensi suggestionati, con l'invocazione di un uomo in pericolo.
... 
Il nevischio davanti agli occhi m'abbacinava e incominciavo a veder tutto traverso strisce danzanti. Tornai a fermar l'attenzione sulla gemma che avevo dinanzi. Il modello in cera del viso di Mirjam, che avevo abbozzato, si sarebbe potuto magnificamente riportare su questa pietra lunare dagli azzurrini riflessi. - Me ne rallegravo: una vera fortuna l'aver trovato tra i materiali di scorta quello che cos bene faceva al caso mio! La matrice nero-cupa d'anfibolo dava alla pietra il grado di luminosit che per l'appunto occorreva e i contorni vi si adattavano cos bene che la avresti detta creata apposta dalla natura per esser l'eterna custode del fine profilo di Mirjam.
Avevo avuto dapprima intenzione di ritrarne un cammeo che rappresentasse il Dio egiziano Osiris, e la visione dell'ermafrodito durante la lettura del libro "Ibbur" - visione che ad ogni istante avrei potuto richiamare con evidente chiarezza alla memoria - era di forte stimolo alla creazione artistica. Ma a poco a poco, dopo i primi tocchi, vi scopersi una somiglianza tale con la figlia di Scemaj Hillel che ne dimisi il proposito.
- Il libro "Ibbur"!
Profondamente scosso lasciai andare il bulino. - Quante cose incomprensibili s'erano, in cos breve lasso di tempo, fatte strada nella mia vita!
Come colui che d'improvviso si ritrovi in mezzo a uno sconfinato deserto sabbioso, io m'accorsi d'un tratto della profonda e illimitata solitudine che mi divideva dal mio prossimo.
Avrei potuto io mai parlare con un amico - Hillel escluso - di ci che avevo vissuto?
Ben m'ero tornato a rammentare nelle ore tranquille delle notti scorse che, per tutti gli anni di mia giovent - e fin dall'infanzia - un'indicibile sete di cose meravigliose, di tutto ci ch' posto di l dai confini del mortale, m'aveva martirizzato mortalmente, ma il compimento dei miei desideri era venuto come un tifone e soffocava col suo impeto il grido di giubilo dell'anima mia.
Tremavo pensando all'istante in cui, ripresa coscienza di me stesso, avrei sentito tutto l'accaduto, nella sua piena ed incendiaria vitalit, come presente. Purch non venisse adesso! Assaporarlo prima: vedersi venire incontro indicibili splendori!
Ed era in mio potere, questo! Bastava che andassi di l, nella mia camera da letto, e aprissi l'astuccio dove stava il libro "Ibbur", il dono dell'invisibile!
Quanto tempo era corso mai dacch l'avevo toccato con mano chiudendo, nella sua stessa custodia, le lettere d'Angelina?!... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Cupi tonfi fuori, ad ogni poco, quando il vento faceva precipitare dai tetti in istrada le accumulate nevi - cui seguivano pause di silenzio profondo attutendo ogni suono il soffice tappeto di fiocchi steso sul lastricato.
Volevo continuar a lavorare - quand'ecco, improvvisamente, uno sferrar di zoccoli gi - lungo la strada - tale che quasi se ne vedevano sprizzar le scintille.
Aprire la finestra e guardar fuori era impossibile: muscoli di ghiaccio ne univano gli orli al muro maestro e le lastre erano per met coperte dal nevischio. Riuscii soltanto a vedere che Charousek se ne stava - molto tranquillamente almeno in apparenza - accanto al rigattiere Wassertrum. - Dovevano avere avuto test un colloquio! - Vidi la perplessit dipingersi sui loro volti, crescere e farli ammutolire mentre fissavano - evidentemente - una vettura, la stessa che m'era tolto di scorgere.
Dev'essere il marito d'Angelina! mi pass per la testa. - Non poteva certo esser lei! - Passare da casa mia col suo equipaggio - nella Hahnpassgasse! - sotto gli occhi di tutti! - sarebbe stata una folla vera e propria. - E che avrei dovuto dire a suo marito se in effetti fosse lui e senza tante storie mi chiedesse degli schiarimenti?
Negare, s'intende, negare.
Esaminai in fretta tutte le possibilit: non poteva essere che suo marito: ha ricevuto una lettera anonima - da Wassertrum - che accusava lei d'esser venuta cost ad un appuntamento - e lei s' difesa dicendo d'avermi commesso una gemma o qualcosa di simile. - Ci siamo! qualcuno bussa con furore alla mia porta e: - Angelina mi sta di fronte.
Non riusciva a spiccicar parola, ma l'espressione del suo viso mi rivel ogni cosa: non aveva pi nulla da nascondere, ormai. Tutto era finito.
Pure qualcosa si ribell in me contro questa supposizione. Non sapevo rassegnarmi a credere che il sentimento di poterle giovare m'avesse ingannato.
La feci sedere nella mia poltrona. Le accarezzai i capelli senza dir parola; ed ella stanca, rifinita, mi nascose come una bimba la testa in seno.
Sentivamo il crepito del ceppo ardente nella stufa, vedevamo il rosso bagliore guizzar lungo l'assito, fiammeggiare e spegnersi - fiammeggiare e spegnersi - fiammeggiare e spegnersi....
"Dov' il cuore di pietra rossa...." mormor una voce nel mio interno. Sobbalzai: dove sono? Da quanto tempo lei sta seduta qui?
E cominciai a interrogarla - cautamente, pian piano, perch non si destasse e per evitar che la sonda toccasse la dolorante ferita.
Frammentariamente appresi quel che m'occorreva sapere e collegai il tutto come si fa coi mosaici:
- Suo marito sa....?
- No, non ancora,  partito.
Era dunque della vita del dottor Savioli che si trattava; - Charousek l'aveva azzeccata. Proprio cos:  venuta perch, non pi la sua, ma la vita di Savioli  in gioco. E perch pensa di non avere ormai pi nulla da nascondere - compresi.
Wassertrum s'era di nuovo recato dal dottor Savioli. Si era fatto strada con minacce e violenza fino al capezzale dell'infermo.
- E poi? e poi? cos' che ha preteso da lui? Cosa pretendeva? Lei l'aveva mezzo indovinato e mezzo saputo: voleva che - che - voleva che il dottor Savioli mettesse mano a se stesso.
Ella conosceva pure i motivi dell'odio selvaggio e sconsiderato di Wassertrum: il dottor Savioli aveva spinto un giorno verso la morte il di lui figlio, l'oculista Wassory.
Un'idea mi colp come un lampo: Correre gi - svelare ogni cosa al rigattiere: dirgli che Charousek aveva fatto il colpo - stando in agguato - e non Savioli, che n'era stato soltanto lo strumento. - "Tradimento, tradimento" mi rintronava una voce nel cervello - "Vuoi sacrificare il povero Charousek, - consumato dalla tisi, che voleva aiutare te.... e lei - alla sete di vendetta di quella canaglia?" - E mi sentivo lacerare e sanguinavo. - Poi un pensiero gelido e pacato mi sugger la soluzione: "Pazzo! Non vedi che l'hai a portata di mano? Basta che tu prenda la lima che sta l sul tavolo e corra gi e la cacci in gola al rigattiere sicch la punta gli esca dietro la nuca".
Il mio cuore innalz a Dio un grido giubilante di gratitudine... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Continuai a indagare:
"E il dottor Savioli?"
Senza dubbio egli avrebbe posto mano a se stesso qualora lei non pensasse a salvarlo.
Le suore non lo perdevano di vista un momento, pareva anche che l'avessero stordito con la morfina, ma egli avrebbe potuto anche destarsi all'improvviso - forse in questo stesso istante e - allora - allora - no, no, doveva andar via, lei, non poteva pi perdere un solo secondo - voleva scrivere a suo marito, confessargli ogni cosa - e si prendesse pure la bambina - purch Savioli fosse salvo, perch cos lei avrebbe strappato di mano a Wassertrum l'unica arma che possedeva e di cui minacciava servirsi:
Voleva Lei stessa svelare il segreto prima che la delazione si compisse.
- Lei non lo far, Angelina! - urlai pensando alla lima e mi manc la voce per la straripante gioia di tanto potere.
Angelina voleva svincolarsi: io la trattenevo.
- Una cosa ancora: rifletta un istante:  possibile che suo marito presti fede senz'altro al rigattiere?
- Ma costui porter delle prove, le mie lettere evidentemente, forse anche un mio ritratto - tutto quello ch'era nascosto nello scrittoio dello studio qui accanto.
Lettere? Ritratto? Scrittoio? - non sapevo pi quel che mi facessi: strinsi al petto Angelina e la baciai. Sulla bocca, sulla fronte, sugli occhi.
I suoi capelli biondi mi coprivano il volto come un velo d'oro.
Poi la presi per le mani affusolate e le raccontai in brevi e frettolose parole che il nemico mortale di Wassertrum - un povero studente boemo - aveva messo al sicuro le lettere e ogni cosa e che ora le avevo io e che le avrei ben custodite.
E lei mi gett le braccia al collo piangendo e ridendo insieme. Mi baci. Corse precipitosamente verso la porta. Torn indietro e mi baci di nuovo.
Poi spar.
Io rimasi come intontito sentendo ancora sul viso l'alito della sua bocca.
Poi: il fracasso delle ruote della vettura sul lastricato e lo scalpitar furioso degli zoccoli. Un minuto dopo, silenzio. Come in una tomba.
Anche dentro di me.
... 
Improvvisamente la porta alle mie spalle cigol pian piano, e Charousek entr:
- Perdoni, signor Pernath, ho bussato a lungo, ma pareva che Lei non sentisse.
Non feci che annuire in silenzio.
- Spero che non supponga ch'io mi sia riconciliato con Wassertrum, perch m'ha visto prima parlare con lui. - (Il sorriso di Charousek mi spieg che il suo non era che uno scherzo bilioso). - Lei deve infatti sapere che la fortuna mi  propizia. La canaglia qua sotto comincia a spasimar d'amore per me, signor Pernath. - Strana faccenda la voce del sangue! - soggiunse in un soffio - come parlando tra s.
Non capii quel ch'egli volesse dire e pensai che qualcosa mi fosse sfuggito. Tremavo ancora troppo per l'emozione sostenuta.
- Voleva regalarmi un cappotto - prosegu Charousek a voce alta. - Ricusai, s'intende, ringraziando. Ci ho gi la pelle che mi brucia abbastanza. - Poi voleva per forza che prendessi del danaro.
- E Lei l'ha accettato? - mi stava per scappar detto, ma mi riusc di tener la lingua a freno.
Sulle guance dello studente comparvero i pomelli rossi:
- Toh! l'ho accettato e subito.
Tutto ci mi sconvolse la testa:
- a.... accettato? - balbettai.
- Non avrei mai creduto che in terra si potesse provare una gioia cos pura! - (Charousek tacque un momento e fece uno sberleffo). - Non  forse edificante vedere come, nel governo della natura, le dita economiche di "mamma Provvidenza" dispongono tutto con saggezza e prudenza!? (Parlava come un pastore evangelico e faceva tintinnar nel tempo stesso il danaro in tasca). - In verit io sentir di compiere un augusto dovere impiegando un giorno, per il pi nobile tra gli scopi, questo tesoro affidatomi da una mano pietosa.
Cos'aveva? Era ubbriaco? Gli aveva dato la volta al cervello?
Charousek cambi improvvisamente di tono:
- C' una satanica comicit nel fatto che Wassertrum paghi di tasca propria - la medicina. Non Le pare?
Ebbi un'intuizione vaga di ci che si nascondeva nelle parole di Charousek. I suoi occhi febbricitanti mi mettevano paura.
- Ad ogni modo non ne parliamo pi per ora, maestro Pernath. - Occupiamoci anzitutto delle faccende in corso. Quella signora, dianzi, era "lei", non  vero? Che diavolo le  saltato in mente di farsi scarrozzare fin qui, sotto il naso di tutti?
Raccontai a Charousek quel ch'era successo.
- Wassertrum non ha certo delle prove in mano - m'interruppe lui tutto contento - altrimenti stamani non sarebbe andato a rovistare nello studio. - Curioso che Lei non l'abbia sentito!  stato di l un'ora buona.
Restai di stucco. N sapendo da chi gli venissero tutte queste notizie, gliene chiesi conto.
- Permette? - prese di sul tavolo una sigaretta, l'accese e spieg: - Senta un po': se Lei adesso aprisse la porta, il giro d'aria che vien dalle scale farebbe cambiar direzione al fumo del tabacco.  questa forse l'unica legge naturale che il signor Wassertrum conosca alla perfezione. A buon conto, dunque, egli ha fatto costruire nel muro maestro dello studio - la casa, come Lei sa, gli appartiene - una piccola nicchia aperta e nascosta: una specie di ventilatore con dentro una bandierina rossa. Se alcuno dunque entra ed esce dalla stanza - cio schiude lo spiraglio della porta - Wassertrum, stando sotto, se n'accorge dallo sventolar della banderuola. Sta di fatto per che me n'accorgo anch'io - soggiunse Charousek seccamente - e che posso, quando m'aggradi, osservare comodamente ogni cosa da quel buco di cantina che la clemenza della sorte mi concede graziosamente d'abitare. - Il brevetto per quella deliziosa trovata del ventilatore spetta  vero, al degno patriarca, ma ci non toglie ch'io da anni ne conosca il segreto.
- Ma quale dev'essere mai l'odio sovrumano ch'Ella nutre per lui, per spiarne cos la minima mossa! E per giunta da tanto tempo, stando a quel che Lei mi dice! - osservai.
- Odio? - Charousek sorrise nervosamente - Odio? - Odio  una parola priva di senso. Quella che definir i miei sentimenti a suo riguardo dev'essere ancora coniata. - In ultima analisi, io non odio mica lui. Odio il suo sangue. M'intende? - Indovino, come le fiere, al fiuto quel qualcuno nelle cui vene scorra anche una sola goccia del suo sangue, e - egli digrign i denti - non  cosa che non capiti talvolta qui, nel ghetto. - L'emozione lo prese alla strozza e gli imped di proseguire. S'avvicin alla finestra, s'affiss. Lo sentivo che tentava di soffocare il proprio nsito violento. Tacemmo entrambi per qualche istante.
- Beh, che succede adesso? - fece lui d'improvviso trasalendo, e mi sollecit con cenni rapidi: - Su, presto, non ha un cannocchiale, un binocolo, qualcosa?....
Da dietro le cortine, cautamente, ci mettemmo ad osservare la strada.
Il sordomuto Jaromir stava davanti la porta di bottega del rigattiere e, a quanto c'era dato indovinare dal suo linguaggio di cenni, cercava di vendere a Wassertrum un oggetto scintillante che teneva in mano mezzo nascosto. Wassertrum vi s'era gettato sopra come un avvoltoio e, impadronitosene, era scomparso nella sua tana.
Uscitone, poco dopo, precipitosamente - e pallido come un morto - aveva agguantato Jaromir per la giacca. Una colluttazione furibonda ne nacque. Ma d'un tratto Wassertrum lasci presa e parve riflettere. Si mordeva furiosamente il labbro leporino. Poi gett uno sguardo indagatore verso la nostra finestra e prendendo Jaromir sottobraccio se lo tir dietro amichevolmente nel negozio.
Aspettammo per un buon quarto d'ora: sembrava che non la finissero pi di contrattare.
Finalmente il sordomuto torn fuori con aria soddisfatta e se n'and per i fatti suoi.
- Che ne pensa? - chiesi - Non pare che si tratti di cosa molto importante.  probabile che quel povero diavolo d'un ragazzo abbia convertito.... in rendita qualche oggetto avuto in carit.
Lo studente non mi diede risposta e and di nuovo a sedersi silenziosamente accanto al tavolo.
Evidentemente egli pure non dava importanza all'accaduto perch, dopo una pausa, riprese il suo discorso al punto dove l'aveva troncato.
- S. Dunque dicevo che odio il suo sangue. - Non m'interrompa, maestro Pernath, se dovessi tornare a riscaldarmi. Cercher di mantenermi calmo. Non devo guastare cos le mie sensazioni pi belle. Se no mi prende poi una specie di rilassatezza. Un uomo che abbia il senso del pudore deve esprimersi con parole sobrie, non col pathos d'una prostituta o - d'un poeta. - Dacch mondo  mondo a nessuno sarebbe mai saltato in mente di torcersi, per dolore, le mani, se non si fosser dati briga gli attori di attribuire a questo gesto una "plasticit" speciale.
Compresi che parlava a vanvera volutamente, per dominare in qualche modo l'interno tumulto.
N pareva che vi potesse riuscire. Correva su e gi per la stanza, sovreccitato, afferrava gli oggetti pi svariati e li tornava a metter distrattamente allo stesso posto.
Poi, con una stratta improvvisa, riprese senz'altro il suo tema:
- "Dai pi piccoli e involontari movimenti d'un uomo questo sangue mi si rivela. Conosco dei bambini che assomigliano a "lui" e che passano per suoi, eppure non sono della stessa razza, - non mi si pu ingannare. Per anni ed anni non sapevo di fatto che il dottor Wassory fosse suo figlio, ma gi l'avevo - per cos dire - subodorato.
"Fin da bambino, quando ancora non potevo imaginare quali relazioni esistessero tra Wassertrum e me, - il suo sguardo mi si pos addosso per un secondo, indagandomi, - possedevo questo dono. - M'hanno pestato sotto i piedi, m'hanno battuto, tanto che non v' palmo del mio corpo che ignori il dolore pi atroce - m'hanno lasciato languire di fame e di sete fino a farmi impazzir mezzo spingendomi ad ingoiare terra muffita, eppure mai riuscii ad odiare chi mi martorizzava. Non potevo, ecco. In me non c'era pi posto per l'odio. - Capisce? Eppure tutto l'essere mio n'era abbeverato.
"Wassertrum non mi fece mai del male, mai. - Voglio dire che non mi ha mai picchiato n preso a sassate o, in qualche modo, a parolacce, nei tempi in cui, monello, vagabondavo in questi paraggi - e cionondimeno tutto quanto in me covava di bile e di propositi vendicativi si torceva contro di lui. Solo contro di lui!
"Strano poi che, nonostante ci, io da bimbo non gli abbia mai giocato un qualche tiro birbone. Quando lo facevano gli altri, io mi tiravo subito in disparte. - Ed ero invece capace di stare, per ore intere, nell'androne, fissando ininterrottamente, di tra le fessure del battente, il suo viso, finch l'intensit di un odio inspiegabile m'intorbidava la vista.
"Fu allora, credo, che posi la prima pietra alla facolt di veggente che in me si desta repentina non appena vengo a contatto con esseri e perfino con oggetti che abbiano con lui una qualche relazione. In verit, tutte quante le sue mosse - il suo modo di fare, di vestir panni, di prendere le cose, di tossire, di bere - gli infiniti suoi modi di comportarsi insomma, li dovrei avere allora mandati inconsciamente a memoria fino a imprimermeli nell'anima al punto da poterne scoprirne ovunque, di primo acchito, e infallibilmente, le tracce.
"Pi tardi tutto ci rischi talora di diventare una mana: buttavo via certi oggetti solo perch mi tormentava il pensiero che lui potesse averli toccati - altri all'incontro mi diventavano carissimi, li amavo come degli amici che gli augurassero del male".
Charousek tacque un momento. Lo vidi che fissava il vuoto con uno sguardo assente. - Andava carezzando con le dita, meccanicamente, la lima che stava sul tavolo.
"Quando poi certi maestri pietosi provvidero a una colletta in mio favore ed io potei darmi allo studio della filosofia e della medicina e imparare inoltre a pensar di testa mia, allora a poco a poco arrivai a conoscere che sia l'odio:
"Noi possiamo odiare, con la intensit che io provo, solo qualcosa che faccia parte di noi stessi.
"E quando poi arrivai a scoprire, - a sapere, a pi riprese, tutto: - chi era mia madre e.... cosa fa tuttavia se.... seppur viva ancora, e che il mio corpo stesso - egli si volt perch non lo vedessi in viso -  gonfio del suo lurido sangue - ma s, Pernath, non so perch Lei non lo debba sapere: egli  mio padre! - allora, dico, mi spiegai ogni cosa. - Mi pare anzi di scorger talvolta delle misteriose ragioni in questo mio esser tisico e dover sputare sangue:  il mio corpo che si difende da tutto ci che appartiene a lui, e che l'espelle da s con orrore.
"L'odio che nutro m'accompagn a volte fin ne' sogni e cerc di consolarmi con le visioni delle varie torture cui m'era lecito sottoporre lui, ma per mi sforzavo ogni volta di farle vanire io stesso perch mi lasciavano in bocca l'insulso sapore - di una brama insoddisfatta.
"Quando faccio delle riflessioni su me stesso e constato con stupore come non vi sia persona o cosa al mondo ch'io sia capace non che d'odiare, di sentire antipatica, eccezion fatta per lui - penso spesso, con invincibile ripugnanza: ecco, tu potresti essere ci che si dice "un buon diavolo". Ma per fortuna non  cos. Non v' pi posto in me, gliel'ho gi detto, per sentimenti di questo genere.
"Si guardi bene per dal credermi un amareggiato dalla mala sorte: (tanto pi che quel ch'egli fece di mia madre non l'appresi che in seguito, con l'andar degli anni). - Ho vissuto, invece, ho vissuto un giorno di schietta felicit, di tale e tanta da farne impallidire tutto ci che agli altri mortali solitamente  concesso. Io non so se Lei sappia che sia intima religiosit, genuina ardente - io stesso non la conoscevo del resto fino a quel tal momento; - il giorno per in cui Wassory decise di eliminarsi e a me che stavo presso il negozio qui sotto fu dato vedere come quello l riceveva la notizia, come l'accolse.... lui - forzato a far mostra di niente come se la cosa non lo riguardasse affatto - quando lo vidi starsene l impassibile per un'ora sana, col solo labbro leporino alzato sui denti un po' pi del solito e lo sguardo volto con tanta sicurezza e cos - cos - cos - singolarmente all'interno - allora, creda, sentii alitarmi intorno l'aroma d'incenso dell'ala d'un arcangelo. - Conosce la miracolosa Madonna nera nella Teyn Kirche?(12) Ebbene io corsi a prostrarmivi dinanzi e le tenebre del paradiso fasciarono l'anima mia" . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Vedendo Charousek starmi di fronte cos, coi grandi occhi di sognatore pieni di lacrime, mi vennero in mente le parole di Hillel sull'imperscrutabilit dell'oscuro cammino per cui vanno i fratelli della morte.
Charousek continu:
"Le circostanze esterne che giustificano il mio odio, le stesse che potrebbero renderlo in certo qual modo comprensibile alle menti degli stipendiati giudici professionisti, non avranno forse per Lei interesse alcuno: - hanno i fatti l'apparenza di pietre miliari ed altro non sono che vuoti gusci d'uovo. Son come il botto che fa la bottiglia di sciampagna quando alla mensa degli epuloni saltano i tappi; solo il povero di spirito prende quel rumore per la parte essenziale del banchetto. - Wassertrum costrinse mia madre, con tutti i mezzi infernali usati abitualmente dai pari suoi, a soggiacere alle sue voglie e a cose fors'anche peggiori. E poi - ebbene s - poi la vendette a - a un postribolo. - Non  poi la cosa pi difficile del mondo quando si conti, tra' propr clienti, qualche commissario di polizia. - E non che gli fosse venuta a noia, no. Io conosco le pi riposte pieghe del suo cuore: la vendette il giorno in cui inorridendo s'accorse che veramente e ardentemente l'amava. In questi frangenti un uomo del suo stampo agisce solo in apparenza da incongruente, in verit rimane sempre fedele a se stesso. Quel che v' di gazza nella sua natura salta fuori le rare volte che qualcuno entra nel suo bugigattolo da rigattiere e vuole acquistare, sia pure ad altissimo prezzo, un oggetto qualunque: non sente egli allora che la costrizione di "dover dar via". - Ci ch'egli pi ardentemente desidera sarebbe di poter rapinar per s il concetto avere e farne sangue del suo sangue, e se un ideale egli fosse capace di concepire sarebbe indubbiamente quello di dissolversi un giorno nel concetto astratto possesso.
"Ed ecco quel che allora lo spavent fino a travolgerlo in una specie di terror panico: il senso di "non esser pi sicuro di s" - e non gi il voler dare un po' d'amore, ma il sentir di doverlo dare: l'intuita presenza in se stesso d'una potenza invisibile, che segretamente caricava di ceppi la sua volont, o almeno ci ch'egli desiderava che volont sua fosse. - Questo il principio. Quel che poi segu, avvenne automaticamente. Cos come il luccio - voglia o non voglia egli -  costretto ad abboccare un oggetto scintillante che galleggiando gli passi davanti.
"Lo sconcio mercato che Wassertrum fece di mia madre non fu che la conseguenza naturale del suo temperamento. Egli appag cos due brame che gli dormono ancora in fondo all'anima: la cupidigia dell'oro e la perversa volutt che prova nel martirizzarsi.... - Perdoni, maestro Pernath, "la voce di Charousek suon d'un tratto cos dura e fredda che n'ebbi spavento," - perdoni se Le parlo cos difficile, ma creda pure che quando si frequenta l'Universit capitan sottomano tanti e poi tanti libracci insulsi che, senza avvedersene, vien fatto d'usare il loro gergo da mala vita".
Cercai, per fargli piacere, d'abbozzare un sorriso, pur sapendo troppo bene nel mio intimo, ch'egli combatteva col pianto.
In qualche modo devo pur cercare d'aiutarlo - pensai - di sopperire, per quanto sta in me, almeno ai suoi bisogni pi impellenti. E, senza farmene accorgere, tirai fuori dal cassetto dell'armadio l'ultima carta da cento fiorini che avevo in casa e me la misi in tasca.
- Quando in seguito potr entrare in ambienti migliori esercitando la sua professione di medico, la pace non le mancher, signor Charousek, - dissi per dare al discorso una piega meno aspra. - Lei far presto la laurea, vero?
- Tra non molto - Lo debbo ai miei benefattori. Ch, altrimenti, non ne vedrei lo scopo: i miei giorni sono contati.
Volevo obiettargli, com' consuetudine, che le cose gli apparivano un po' troppo nere, ma egli se ne scherm sorridendo.
- Meglio che sia cos. Ch, tra l'altro, non dev'esser cosa piacevole far la parte del taumaturgo e tirarsi addosso, alla chiusa dei conti, un titolo di nobilt per le proprie benemerenze d'avvelenatore di fontane diplomato. - All'incontro per - soggiunse col suo sarcasmo bilioso - non  meno vero che mi verr tolta per tal modo, e una volta per tutte, la possibilit di continuare a svolgere, nel rione ebraico di qua dal fiume, la mia benefica attivit. - E fece per prendere il cappello.
"Adesso poi  ora ch'io levi il disturbo. O c' invece ancora qualcosa da dire intorno all'affare Savioli? Credo di no. Ad ogni modo m'informi, se Le capita di sapere qualche altra novit. Anzi, senta, faccia cos ch' meglio di tutto: metta uno specchio alla finestra quando vuol dirmi ch'io La venga a trovare. Non scenda in nessun caso a cercarmi in cantina: Wassertrum sospetterebbe subito che noi siamo d'accordo. - Son del resto curiosissimo di sapere quel che far dopo aver visto la signora venire da Lei. Gli dica semplicemente che Le ha portato un monile da riparare e, se insistesse, faccia finta di montare in bestia".
L'occasione propizia per far accettare a Charousek la banconota mi sfuggiva. Ritirai perci la cera vergine dal davanzale e gli dissi: - Venga, l'accompagno per un tratto di scale - Hillel m'aspetta. - Mentivo.
Egli si scosse:
- Siete amici?
- Un poco - E Lei, lo conosce? - Oppure diffida - sorrisi senza volerlo - anche di lui?
- Dio me ne guardi!
- Perch lo dice con tanta seriet?
Charousek esit. Rifletteva.
- Non lo so neppur io. Dev'esser per un moto d'incoscienza: ma  un fatto che ogni volta mi capita d'incontrarlo per istrada sento prepotente la voglia di scender dal marciapiede e di piegar le ginocchia come davanti a un prete che porti l'ostia consacrata. - Ecco, maestro Pernath, ecco l'uomo che in ogni suo atomo  l'opposto di Wassertrum. - Fra i cristiani del rione, che, come al solito, anche in questo caso sono male informati - passa per un avaraccio che tien nascosti dei milioni. E dire invece che  povero, indescrivibilmente povero.
Sobbalzai allibito: - Povero?
- S, e, se pur fosse possibile, pi povero di me. Credo che la parola prendere la conosca solo per averla letta nei libri. All'incontro, quando il primo del mese esce dal Municipio ebraico, gli corrono incontro in massa i mendicanti ebrei perch sanno ch'egli metterebbe in mano al primo capitato tutto quanto il suo gramo stipendio, per morir magari di fame, qualche giorno appresso - insieme a sua figlia. Se  vero quel che dice un'antichissima leggenda talmudica, che, cio, delle dodici trib d'Israele dieci sien maledette e due sante, egli incarna le due sante e Wassertrum le altre dieci messe insieme. - Non ha mai osservato come, quando Hillel gli passa accanto, Wassertrum si faccia di tutti i colori? -  una cosa spassosissima, glielo dico io! - Veda, sangue di questo genere non pu mescolarsi, altrimenti i figli verrebbero al mondo cadaveri. Sempre premesso che le madri non morissero prima d'orrore. - Hillel  l'unico, del resto, che Wassertrum non s'attenti d'avvicinare, - egli lo evita come il fuoco. Probabilmente perch Hillel rappresenta per lui l'incomprensibile, l'assolutamente inesplicabile. Fors'anche indovina in lui il cabalista.
Scendevamo gi le scale.
- Crede Lei che al giorno d'oggi vi sieno ancora dei cabalisti - e che la cabala in genere sia in qualche modo importante? - domandai, aspettando con ansia quel che m'avrebbe risposto. Ma parve ch'egli non m'avesse ascoltato.
Ripetei la domanda.
Divag in fretta accennando invece ad una porta sul pianerottolo fatta di diversi coperchi di casse inchiodati insieme.
- Nuovi casigliani, maestro Pernath - una famiglia ebraica s, ma povera: il musicante rimbarbogito Nepthal Schaffranek con sua figlia, suo genero e le sue nipoti. Sull'imbrunire, quando resta in casa solo con le bambine, diventa lunatico: le lega allora per i pollici perch non gli scappino via, le costringe in una gabbia di galline e le istruisce nel "canto", come dice lui, perch possano in seguito procurarsi da sole i mezzi per vivere, - o, per meglio dire, insegna loro le pi pazze canzoni che esistano, parole tedesche, frammenti che ha raccattati dio sa dove e che nello stato crepuscolare della sua anima gli sembrano - inni di guerra prussiani o qualcosa di simile.
In effetti una musica strana s'udiva, smorzata, fin sul corridoio. Un archetto grattava le corde d'un violino e ne traeva, in un falsetto orribile e sempre sulla stessa nota, vaghi accenni d'una canzonaccia da strada. E due esili voci infantili cantavano in coro
Sora Pick
Sora Pock
Sora Kle-pe-tarsch
stanno insieme: e ci, ci, ci
di cianciar non la smettono pi.
... 
Era tale un misto di folla e di amenit che, mio malgrado, scoppiai in una gran risata.
"Schaffranek, il genero - intanto che sua moglie vende sul mercato delle uova, sugo di cetrioli a bicchierini alla giovent studiosa - corre tutto il giorno d'ufficio in ufficio - continu Charousek rabbiosamente - e va accattando bolli postali fuori uso. Ne fa quindi una cernita e, se per caso ne trova alcuni bollati soltanto al margine, li mette uno sull'altro e li taglia per lo mezzo. Poi appiccica insieme le met non bollate e li rivende per nuovi. Nei primi tempi l'azienda andava a gonfie vele e talora i conti si potevano chiudere con quasi un fiorino di guadagno al giorno, ma alla fine i grandi industriali di Praga mangiarono la foglia - e adesso lo fanno loro. Spannano il latte".
- Lei, Charousek, soccorrerebbe i bisognosi se avesse denaro superfluo? - domandai in fretta. - Stavamo davanti alla porta d'Hillel ed io bussai.
- Cos miserabile mi pensa per credere che non lo farei? - domand Charousek a sua volta, sbalordito.
I passi di Mirjam s'avvicinavano ed io aspettai, finch abbass la maniglia - poi con rapida mossa gli cacciai in tasca la banconota - No, signor Charousek, io non la credo tale, ma invece  Lei che dovrebbe ritenermi un miserabile se tralasciassi di farlo.
Prima ancora ch'egli potesse replicare gli strinsi la mano e mi tirai dietro la porta. Mentre Mirjam mi salutava stavo in ascolto per sentire ci che avrebbe fatto.
Egli rest fermo un momento, singhiozz pianamente e cominci a scendere, adagio adagio e con passo incerto, le scale. Come uno cui sia mestieri sostenersi alla ringhiera... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Era la prima volta ch'entravo di giorno nella stanza d'Hillel.
Mi parve disardona come una prigione. Pulitissimo il pavimento e cosparso di sabbia chiara. Tutto il mobilio consisteva in due seggiole, una tavola e un armadio. Un piedistallo di legno, rispettivamente a destra e a sinistra, accanto alle pareti.
Mirjam mi stava seduta di fronte presso alla finestra ed io andavo modellando la cera.
-  proprio indispensabile aver davanti un viso per poterlo riprodurre somigliante? - domand lei timidamente e tanto per rompere il ghiaccio.
I nostri sguardi s'evitavano per timore d'incontrarsi. - Lei non sapeva dove guardare dal tormento e dalla vergogna che le dava quella stanza miserabile, e a me ardevano le guance per il rimprovero, che una voce interna mi faceva, di non essermi gi da tempo occupato di come lei e suo padre campassero la vita.
Ma qualcosa dovevo pur rispondere!
"Non tanto per la somiglianza, quanto per controllare se la visione intima corrisponda perfettamente". E, gi parlando, sentivo come quanto dicevo fosse fondamentalmente falso.
Per lunghi anni avevo ottusamente seguto e venerato l'errata teoria dei pittori, secondo la quale sarebbe necessario lo studio della natura esteriore per poter creare artisticamente - e solo dalla sera che Hillel m'aveva destato mi si era dischiusa la vista interna, la vera possibilit di vedere a palpebre chiuse che cessa non appena si aprono gli occhi - dono che tutti credon d'avere, eppure, tra tanti milioni, nessuno effettivamente possiede.
Come potevo dunque parlare sia pure della possibilit di misurar l'infallibile filo conduttore della visione spirituale coi mezzi grossolani di cui la vista dispone?
Pareva che Mirjam stesse pensando a qualcosa di simile, almeno a giudicare dalla sua aria stupta.
- Lei non mi deve prendere proprio alla lettera - dissi per scusarmi.
Ella osservava attentamente la stecca che andavo affondando nella cera.
- Dev'essere cosa assai difficile riportare tutto con minuziosa esattezza sulla pietra, vero?
- Non  che un lavoro meccanico. O press'a poco.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pausa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
- Potr vedere la gemma quando sar finita? - domand lei.
- Ma se l'ho destinata a Lei, Mirjam!
- No, no; questo non  possibile - non  - non  - vedevo che moveva le mani nervosamente.
Volse subito il viso altrove.
Che ero andato dicendo mai! Dovevo averla profondamente offesa. Era parso quasi ch'io volessi alludere alla sua povert.
Ero ancora in tempo per rimediare? O non rischiavo di farla anche pi grossa?
Presi le mosse:
-Abbia la bont d'ascoltarmi pazientemente, Mirjam! Me ne faccia la grazia. - Ho con suo padre un debito immenso, - Lei non potrebbe neppure figurarselo....
Lei mi guard esitando; - evidentemente non capiva.
- ....ma s, s: gli debbo moltissimo. Pi della mia vita.
- Perch le prest assistenza quando la portarono svenuto? Ma era una cosa pi che naturale.
Sentivo che lei non sapeva quale legame mi avvincesse a suo padre. Sondai con circospezione fino a dove potevo arrivare senza tradire ci ch'egli le taceva:
-  da mettersi molto pi in alto l'aiuto interno, io direi, di quello esterno. - Dico di quello che promana. dall'influenza spirituale d'un uomo su di un altro. - Capisce quel che voglio dire, Mirjam? - Si pu guarir qualcuno anche spiritualmente, non fisicamente soltanto, Mirjam.
- Ed  questo che....?
- Certo, quest' quanto suo padre mi ha fatto! - le presi la mano. - Non capisce dunque come possa esser per me il pi ardente e profondo desiderio di fare un qualunque piacere, se non a lui, almeno a chi, come lei, gli sta cos a cuore? - Abbia solo un tantino di fiducia in me! - Non ha proprio nessun desiderio ch'io le possa appagare?
Lei scosse la testa: - Crede forse che qui mi senta infelice?
- No davvero. Ma non accade talvolta che dei pensieri La opprimano da cui io potrei liberarla? - Lei ha il dovere - capisce? - il dovere di farmene partecipe. Vivrebbero forse loro due in questa strada oscura e melanconica, se non vi fossero costretti? Lei  ancora cos giovane, Mirjam, e....
- Ma se Lei pure vive qui, signor Pernath - m'interruppe lei sorridendo - cos' che la tiene legato a questa casa?
Trasalii. - Gi, gi, giustissimo. Perch infatti vivevo qui? Non sapevo trovarne la ragione. "Cos' che ti lega a questa casa?" andavo ripetendomi con lo spirito assente. Ero incapace di trovare spiegazione alcuna e dimenticai per un istante, nel modo pi assoluto, il posto dove mi trovavo. - Poi mi sentii sollevato non so dove, molto in alto - in un giardino - e m'inebriavo al magico profumo delle fiorite umbelle di sambuco, - e guardavo in basso la citt....
- Ho forse toccato una ferita? Le ho fatto male? La voce di Mirjam la sentivo venir di lontano, di lontano.
Ella s'era curvata su di me e mi guardava ansiosamente, attentamente in viso.
Dovevo esser rimasto a lungo a sedere immoto perch lei avesse a mostrarsi cos preoccupata.
Qualcosa ondeggi in me per qualche istante, ruppe poi d'improvviso e violentemente gli argini, strarip inondandomi, ed io riversai la piena del mio cuore in quello di Mirjam.
Le raccontai - cos come s'usa con un caro amico d'antica data con cui si sia trascorsa l'intera vita e per il quale non esistan segreti, - quali fossero i casi miei e in che modo avessi appreso da un racconto di Zwakh d'esser stato pazzo anni fa e privato presentemente d'ogni ricordo che al mio passato si riferisse - come per negli ultimi tempi si fossero andate ridestando in me imagini che in quei giorni lontani dovevano aver le radici loro - e ci con una frequenza sempre maggiore - tanto da farmi tremare pensando al momento in cui tutto mi si rivelerebbe lacerandomi novamente il cuore.
Ci ch'ero costretto a metter in relazione con suo padre: - le mie vicende, cio, nei camminamenti sotterranei e tutto il resto - fu l'unica cosa che le tacqui.
Ella mi si era fatta molto da presso e mi ascoltava trattenendo il respiro e con un interesse vivo e profondo che mi faceva tanto, tanto bene.
Finalmente avevo trovato una creatura con cui aprirmi quando troppa gravezza mi venisse dalla mia solitudine spirituale. - Certo: c'era pure Hillel; ma per me, solo come un essere di l dalle nuvole, che appariva e spariva come una luce cui non potevo accostarmi ogni qualvolta n'avessi desiderio.
Glielo dissi e lei mi cap. Lei stessa cos lo vedeva, per quanto le fosse padre.
Egli le portava un amore infinito ed ella a lui - "eppure sono divisa da lui come da una parete di vetro" mi confess "traverso la quale non posso passare. E cos  stato sempre fin da quando ho incominciato a pensare. - Quando, bambina, lo sognavo accanto al mio letto, egli portava sempre i paludamenti del sommo sacerdote e sul petto le auree tavole di Mos con le dodici pietre incastonate. Fulgidi raggi azzurri gli partivano dalle tempie. - Credo che l'amor suo sia di quelli che vanno oltre la tomba, e troppo grande per esser da noi compreso. - Questo lo diceva sempre anche mamma mia quando a quattr'occhi parlavamo di lui". - Ella rabbrivid d'improvviso e un tremito la scosse tutta. Feci per balzare in piedi, ma lei mi trattenne: "Si calmi, non  nulla. Semplicemente un ricordo. Quando mor mia madre - io sola so quanto egli l'abbia amata - credetti - (bimba com'ero ancora) - di morir soffocata dal dolore. E allora corsi da lui e m'attaccai con l'unghie alle sue vesti, e volevo gridare e non potevo, perch mi sentivo tutta quanta come paralizzata - e - ed ecco . . . . . . . . . . . un brivido gelato torna a corrermi lungo la schiena quando ci ripenso - ed ecco lui mi guard sorridendo, mi baci in fronte e mi pass una mano sugli occhi. - E da quel momento - fino ad oggi - tutto il dolore per aver perduto la mamma fu come divelto da me. - Non una lagrima potei spargere, quando venne sepolta: vedevo il sole in mezzo al cielo brillare come la fulgida mano di Dio e mi domandavo meravigliata perch gli uomini piangessero. - Mio padre camminava dietro la bara e accanto a me, e quando lo guardavo mi sorrideva dolcemente ogni volta, ed io sentivo il terrore correre tra la moltitudine che se ne accorgeva".
- E Lei  felice, Mirjam? Proprio felice? Non sente contemporaneamente quasi come uno spavento nel pensare d'aver per padre un essere cresciuto tanto al di sopra e al di fuori d'ogni misura umana? - domandai sottovoce.
Mirjam scosse allegramente la testa:
- La mia vita trascorre come un sogno beato. - Quando prima Lei mi chiedeva se avessi delle preoccupazioni e perch abitavamo qui, mi venne quasi da ridere. - Che forse la natura  bella? - Ma s, gli alberi sono verdi e il cielo  azzurro; io per posso imaginarmi ogni cosa di molto pi bella quando chiudo gli occhi. Occorre forse che, per veder tutto ci, mi vada a sedere in un prato? - E che conta questo po' di miseria e - e - e di fame? Le compensano a mille doppi la speranza e l'attesa.
- L'attesa? - domandai sorpreso.
- L'attesa d'un miracolo. Non la conosce? No? E allora Lei  un pover'uomo, proprio un pover'uomo. - Possibile mai che cos pochi la conoscano?! - Ecco, vede,  proprio questo il motivo per cui esco cos di rado e non tratto nessuno. Una volta avevo,  vero, delle amiche - ebree s'intende, come me - ma discorrevamo sempre ognuna per proprio conto; non mi capivano ed io non le capivo. Quando parlai loro di miracoli credettero dapprima che scherzassi, ma quando s'accorsero che facevo sul serio e che per miracoli non intendevo gi quelli cui gli occhialuti tedeschi dnno tal nome - per es.: il crescere dell'erba secondo una legge o cose del genere - ma piuttosto il loro contrario, - avrebber preferito senz'altro credermi pazza, se a ci non si fosse opposta la mia discreta prontezza di spirito unitamente alle mie conoscenze d'ebraico e d'aramaico ed alla mia capacit di leggere i targumim e i midrashim(13). Questo ed altre cose ugualmente secondarie. Finalmente trovarono una parola che non esprime proprio niente di pi: dissero ch'ero un'esaltata.
"Quando poi volli loro spiegare che per me, nella Bibbia e negli altri scritti sacri, l'importante - l'essenziale - era il miracolo, e soltanto il miracolo, e non i precetti morali ed etici ch'altro non potevan essere che sentieri nascosti per arrivare al miracolo, - esse non sepper rispondermi che con dei luoghi comuni perch temevano di confessare apertamente di credere dei testi religiosi solo quel tanto che poteva benissimo trovare il suo posto anche nel codice delle leggi borghesi. Al solo sentire la parola miracolo, si sentivano a disagio. - Ci manca la terra sotto i piedi, dicevano.
"Come se ci fosse qualcosa di pi magnifico del sentirsi mancare sotto i piedi la terra!
"Il mondo esiste appunto per darci modo di pensarlo distrutto, sentii dire una volta da mio padre. - Allora, allora appena incomincia la vita. Non so cosa egli intendesse per "vita", ma sento alle volte che un giorno sar di me come se mi "destassi". - Anche se non so imaginarmi in quale stato mi ritrover. - E penso sempre che dei miracoli debban precedere quel momento.
" - Ma n'hai visti dunque qualche volta, tu, che li attendi continuamente? - mi domandavano spesso le amiche, e quando rispondevo di no diventavano a un tratto allegre e certe della loro vittoria. Ma dica dunque, signor Pernath,  capace Lei di comprendere simili cuori? Che miracoli ne abbia visti, seppure piccoli, - piccolissimi - gli occhi di Mirjam luccicavano -  una cosa che non avrei voluto dirLe. . . . . . . . . . . . . . . . . .".
- Sentivo come lagrime di gioia soffocavano quasi la sua voce.
" - Ma Lei, Lei mi capir: spesso per intere settimane, che dico? per dei mesi - la voce di Mirjam divent un soffio - non abbiamo vissuto che di miracoli. Quando non v'era pi pane in casa - ma nemmeno una briciola - ecco io lo sapevo: l'ora  vicina! - E allora mi mettevo seduta gi e aspettavo e aspettavo fino a che mi sentivo quasi soffocata dal batticuore. E - e poi, quando ne sentivo improvviso l'impulso, scendevo a precipizio percorrendo le strade in lungo e in largo - e, per quanto possibile, in fretta onde rincasare prima che mio padre arrivasse. - E - e sempre trovavo del danaro. A volte pi, a volte meno, ma sempre a sufficienza per provvedere agli acquisti indispensabili. In mezzo alla strada c'era spesso un fiorino; io lo vedevo luccicare da lungi e la gente ci passava sopra, ci sdrucciolava, ma nessuno se ne accorgeva. - Tutto ci mi rendeva talvolta orgogliosa al punto da decidermi a non uscire affatto e ad andare invece in cucina dove esploravo il pavimento, come fanno i bambini, per vedere se pane o danaro fossero piovuti dal cielo".
Un pensiero mi pass per la testa e mi fece sorridere dalla gioia.
Lei se ne accorse.
- Non rida, signor Pernath - supplic. - Mi creda, io so che questi miracoli si moltiplicheranno e che un giorno....
La rassicurai: - ma io non rido affatto, Mirjam. Cosa pensa mai! - Io mi sento infinitamente felice sapendola diversa dagli altri che cercano dietro ad ogni effetto la solita causa e si scervellano (noi in casi simili rendiamo grazie a Dio) se una volta tanto, le cose vanno altrimenti.
Ella mi tese la mano
- Adesso dunque Lei non dir mai pi che vuole aiutare me od - aiutarci, vero, signor Pernath? Adesso che sa come, facendolo, mi toglierebbe la possibilit di vedere i miracoli realizzarsi.
Glielo promisi. Ma in cuor mio non mancai di fare una riserva.
Proprio a questo punto si apr la porta ed entr Hillel.
Mirjam l'abbracci ed egli mi salut con cordialit ed amicizia,  vero, ma continuando a darmi tepidamente del "Lei".
Di pi pareva l'opprimesse una tal quale leggera lassitudine o incertezza. - O m'ingannavo?
Forse non era che un effetto del crepuscolo che invadeva la stanza.
- Lei certo si trova qui per chiedermi consiglio - incominci, poi che Mirjam ci ebbe lasciati soli - nella faccenda che riguarda quella tal signora....?
Volevo interromperlo maravigliato, ma egli mi prevenne:
- L'ho saputo dallo studente Charousek. - L'ho fermato io per la strada perch mi parve singolarmente mutato. Mi ha detto ogni cosa. - Nella piena del suo cuore. - Anche che - Lei gli ha regalato del danaro. - Egli mi figgeva addosso uno sguardo penetrante e sottolineava ogni sua parola in modo veramente strano. Io per non capivo ci che volesse
- Certo, cos  piovuta dal cielo qualche goccia di felicit in pi - e - e - in - questo caso non  stato forse dannoso, ma - egli parve riflettere un istante, - ma talvolta, cos facendo, non si riesce a cagionare che del male a s e agli altri. Aiutare non  poi cos facile, come Lei pensa, carissimo amico! Altrimenti sarebbe molto, molto semplice redimere il mondo. - Non lo crede, forse?
- Ma... e Lei non aiuta forse i poveri? Non d loro, spesso, tutto quanto possiede, Hillel? - domandai.
Egli scosse la testa sorridendo: - Mi pare che dalla notte all'alba Lei mi sia diventato talmudista, perch vedo che risponde a una domanda con un'altra domanda. Discutere cos  senza dubbio difficile.
Tacque, come se toccasse a me di rispondere ed io di bel nuovo non riuscii a capire quel che da me veramente s'aspettasse.
- Del resto, tornando al nostro discorso, - continu in tono diverso - io non credo che la sua protetta - parlo della signora - corra momentaneamente pericolo. Lasci che le cose facciano il loro corso. Si suol dire, veramente, che "l'uomo saggio predispone", ma il pi saggio, a me sembra, attende, ed  a tutto preparato. Pu darsi forse che Aronne Wassertrum s'incontri con me, ma in tal caso la cosa deve partire da lui - io non faccio neppure un passo;  lui che deve venir qui. Se da Lei o da me,  indifferente, - e sar solo allora che parler con lui. Da lui dipender di decidersi se seguire, o meno, il mio consiglio. Io mi lavo le mani in innocenza.
Cercai ansiosamente di leggergli in viso. - Non aveva parlato mai cos freddamente e con un tono cos caratteristicamente minaccioso. Ma dietro quei neri occhi incavati dormiva un abisso.
"C' come una parete di vetro tra lui e noi" pensai rammentando le parole di Mirjam.
E non seppi far altro che stringergli silenziosamente la mano - ed andarmene.
Egli m'accompagn fino alla porta e quando, salendo le scale, mi volsi indietro ancora una volta, vidi che stava sempre l e mi faceva un cenno amichevole di saluto, ma come uno che volentieri vorrebbe dire qualch'altra cosa e non pu.

12. ANSIA.
Avevo intenzione di prendere il mantello e la mazza e d'andar a mangiare nella piccola trattoria "Zum alten Ungelt"(14) dove ogni sera Zwakh, Vrieslander e Procopio tenevan circolo fino a tarda notte raccontandosi le pi pazze storie, ma messo ch'ebbi appena piede nella mia stanza ne perdetti la voglia - come se delle mani mi avesser strappato di dosso un panno o qualcos'altro di cui fossi stato coperto.
C'era una tensione nell'aria, di cui non sapevo darmi la ragione, ma che, ciononostante, permaneva come qualcosa di concreto che, nel corso di pochi secondi, mi si comunic in cos violento modo, da farmi perder, sulle prime, per l'inquietudine grande, la nozione di quel che dovessi incominciare a fare: se accender la luce o chiuder la porta, se sedermi o camminar su e gi.
Che qualcuno in mia assenza si fosse introdotto e nascosto? Era la smania che prende chi si crede osservato, quella che cos mi turbava? Wassertrum? Non poteva esser lui l'intruso?
Rimossi le tende, apersi l'armadio - gettai uno sguardo nella stanza accanto: - nessuno.
Anche l'astuccio stava al posto suo.
Non sarebbe forse stato meglio ch'io, senza indugiar pi oltre, bruciassi le lettere per liberarmi una volta per sempre da tante preoccupazioni?
E gi stavo cercando la chiave nella tasca del panciotto. - Ma occorreva proprio che lo facessi adesso, subito? - Fino a domattina non me ne sarebbe davvero mancato il tempo.
Accendere la luce, prima di tutto!
Non riuscivo a trovare i fiammiferi.
La porta era chiusa? - Feci due passi indietro. Di nuovo mi fermai.
Ma perch d'un tratto quest'ansia?
Stavo per darmi forte del vigliacco: - ma di botto il pensiero mi s'arrest. In mezzo alla frase.
Una folle idea m'ossession - repentina: Su, presto, montar sulla tavola, dar di piglio a una sedia, tirarla su e dall'alto buttarla addosso, fracassare il cranio a "colui" che strisciava l sul pavimento, - se - se si fosse avvicinato.
"Ma se qui dentro non c' nessuno", mi dicevo a voce alta, stizzito. "Hai forse mai avuto paura in vita tua?"
Inutilmente. L'aria che respiravo diventava sottile e tagliente come l'etere.
Avessi almeno visto qualche cosa: ma la pi orrenda che imaginar si possa, - sarebbe bastato perch istantaneamente la mia paura vanisse.
Ma nulla si disvelava.
Dovunque cacciassi lo sguardo.
Nulla.
Tutt'intorno non altro che gli oggetti ben noti: mobili, cassapanche, la lampada, il quadro, il pendolo - vecchi, fedeli amici senza vita.
Io speravo ch'essi avessero a trasformarsi ai miei sguardi, s da darmi motivo d'attribuire ad inganno dei sensi la soffocante angoscia che m'opprimeva.
Macch! - Restavano rigidamente fedeli alle loro forme. Rigidi troppo, nella dominante penombra, perch ci dovesse apparir naturale.
"Sono dominati essi pure dalla coazione che ti ha in bala" sentivo. "Essi non s'attentano di fare il bench minimo movimento".
Perch non pi il ticchettare del pendolo?
Il circostante agguato assorbe ogni suono.
Presi a scuotere il tavolo e mi meravigliai di sentirne il rumore.
Se almeno il vento fischiasse intorno alla casa! - Manco questo! - O se la legna si mettesse a scoppiettare dentro la stufa. - Il fuoco era spento.
E sempre, sempre l'istesso spaventoso agguato nell'aria - senza tregua, senza rilasso, come uno stillicidio.
E quest'inutile stare sul "chi va l" di tutti i miei sensi! - Disperavo di potervi reggere pi a lungo. - E l'ambiente pieno d'occhi che non vedevo, pieno di mani senza scopo brancolanti che non potevo afferrare!
" il terrore che partorisce s da se stesso, la presenza orrenda e paralizzante dell'inafferrabile non-cosa, che non ha forma e corrode i confini del nostro pensiero" - compresi cupamente.
M'irrigidii tutto e aspettai.
Aspettai per un intero quarto d'ora: chi sa ch'esso non si lasciasse ingannare e avanzasse strisciando dietro le mie spalle - s ch'io potessi agguantarlo?
Con un balzo mi voltai: di nuovo nulla.
Lo stesso "nulla" smidollante che non era, eppure riempiva la stanza della sua terrificante vitalit.
E se scappassi via? Chi  che me l'impedisce?
"Fallo, e sei un uomo morto" compresi immediatamente con cristallina certezza. Questo, e che a nulla mi sarebbe giovato accender la luce.
Ci nondimeno cercai a lungo i cerini finch li trovai.
Ma per molto tempo il moccolo non si risolse a spandere pi d'una luce tremula e vacillante: la piccola fiamma non riusciva n a vivere, n a morire e, conquistatasi infine una esistenza tisicuzza, arse pallida come latta sudicia e gialla. No, no; meglio valeva l'oscurit.
Spensi la candela e mi gettai vestito sul letto. - Presi a contare i battiti del mio cuore Uno, due, tre, quattro.... fino a mille, e sempre da capo - per ore, giorni, settimane - parevami - fino ad averne le labbra aride ed irti in testa i capelli: e non un secondo di sollievo.
Non uno.
Incominciai a recitarmi delle parole cos come per caso mi venivano alla bocca: "Principe", "albero", "bimbo", "libro" - e a ripeterle spasmodicamente fino a che d'improvviso me le vedevo dinanzi nude, orridi suoni privi di senso, provenienti da un remotissimo evo barbarico; ed ero costretto a ripensarle con ogni mia forza quelle parole per ritrovarne il significato: Prin-ci-pe? Li-bro?
Non ero forse gi pazzo? O morto? - E andavo tastando gli oggetti che mi stavano accanto.
Alzarsi!
Sedersi sulla seggiola!
Mi lasciai cadere sulla poltrona....
Venisse, venisse la morte, alla malora!
Pur di non sentire pi quest'orribile agguato esangue! "Io - non voglio - io - non - voglio" - urlai - "Ma non sentite?!"
Caddi all'indietro sfinito.
Inetto a fare o a pensar checchessia, figgevo dritto a me dinanzi lo sguardo.
... 
"Ma perch mi porge con tanta ostinazione quei grani?" Questo pensiero mi lamb come una mareggiata, si ritir e ricomparve. Si ritir. Ricomparve.
A poco a poco capii finalmente che un essere strano mi stava di fronte - che ci stava forse gi da quando m'ero messo a sedere. - e che mi tendeva la mano.
Un individuo grigio dalle spalle larghe, dalla statura di un uomo tarchiato, che s'appoggiava a un nodoso bastone di legno bianco a forma di spirale.
Dove avrebbe dovuto esserci la testa, non riuscivo a distinguere che un globo di scialbi vapori nebbiosi.
Un odor tetro di legno di sandalo e d'ardesia bagnata si partiva dall'apparizione.
La sensazione d'esser affatto privo d'ogni difesa mi faceva quasi svenire. Tutto il lunghissimo spasimo lacerator di nervi subto fino allora s'addensava adesso, a mio mortale spavento, trovando in quest'essere una forma.
L'istinto di conservazione mi diceva che sarei impazzito dal terrore e dalla paura se avessi potuto scorgere il viso del fantasma - m'ammoniva che non lo tentassi, me lo gridava nelle orecchie - eppure mi sentivo attratto come da un magnete a non staccar lo sguardo dallo scialbo globo di nebbia e a cercarvi dentro, nolente ma volente, gli occhi, il naso e la bocca.
Ma, per quanto mi ci sforzassi, il vapore restava immobile. Ben mi riusciva a metter sul tronco ogni sorta di teste, ma capivo anche, ch'esse altro non erano che il frutto della mia fantasia.
Del resto vanivano sempre - quasi nello stesso secondo in cui le avevo create.
Solo la forma di una testa egizia di Ibis riusc a mantenersi pi a lungo.
I contorni del fantasma palliavano spettralmente l'oscurit, si restringevano quasi impercettibilmente e si espandevano di nuovo - come per una lenta respirazione che percorresse tutta la figura: era questo l'unico movimento che fosse dato di scorgere.
Al posto dei piedi, monconi d'osso toccavano il pavimento e su di essi la carne - grigia ed esangue - era in pi punti rattratta e terminava in slabbrature rigonfie.
Immoto l'individuo mi tendeva la mano.
C'eran dei granelli nel cavo. Grossi quanto ceci, roggi di colore e punteggiati a' margini di nero.
Cosa dovevo farmene?
Sentivo cupamente che d'un'immensa responsabilit mi sarei gravato - d'una responsabilit tale da travalicar di gran lunga ogni terrena misura - se non avessi fatto, ora, quel ch'era mestieri.
Due piatti d'una bilancia, carichi entrambi del peso di mezzo universo, stan sospesi non si sa dove nel Regno delle Cause - intuivo - e quello tra i due su cui avessi gettato un pulviscolo solo avrebbe dovuto cader nel profondo.
Ecco cos'era quel circuente agguato dianzi! - compresi. "Non muover dito!" m'ammoniva la ragione. "E non dovesse per tutta una eternit venir la morte a liberarti da codesto strazio".
Per anche cos la tua scelta tu l'avresti fatta: avresti insomma respinti i grani - sussurrava qualcosa dentro di me. - E qui non si pu tirarsi indietro.
Giravo intorno lo sguardo per cercare aiuto, per veder se un cenno vi fosse da cui arguire ci che avrei dovuto fare.
Nulla.
N in me trovavo consiglio, ispirazione - nulla: morto tutto - tutto spento.
La vita di miriadi d'uomini pesa in questo terribile istante quanto una piuma - divinai.
Notte alta doveva esser diggi, ch pi non mi riusciva distinguer le pareti della stanza.
Nello studio accanto, sordo rumor di passi.
Sentii qualcuno rimovere armadi, aprir cassetti e buttarli fragorosamente in terra. - Mi parve di riconoscer la voce di Wassertrum - bassa e rantolante, pronunziar orride bestemmie. Non vi facevo caso. M'interessava quanto, o meno, dello sfrascare d'un topo. - Chiusi gli occhi.
Volti umani, in lunghe teorie, mi passavan dinanzi. Con le palpebre abbassate - rigide maschere di morti, nell'aspetto. - La mia stirpe medesima, i miei antenati: essi.
Sorgevano dai sepolcri loro con la medesima forma di cranio per quant'anche i tipi sembrassero svariarne - co' capelli lisciati, o arricciati e corti, colle parrucche incipriate e il codino a treccia - sfilavano essi uscendo dalle nebbie dei secoli, finch, a poco a poco, i loro tratti diventandomi noti e sempre pi noti, in un ultimo viso confluirono alla fine: - nel viso del Golem con cui si spezzava la catena delle generazioni.
Poi l'oscurit fece dissolver la mia stanza in un immenso spazio vuoto, nel cui mezzo mi sapevo seduto in poltrona avendo novamente dinanzi l'ombra grigia col braccio teso.
E quando apersi gli occhi ci circondavano, in due cerchi intersecantisi a forma d'8, degli esseri estremamente singolari.
Avvolti quelli dell'un cerchio in paludamenti dal fulgore violetto, di cupo robbio quelli dell'altro. - Uomini di una razza diversa, di statura alta, magri in modo soprannaturale, i visi nascosti da fulgidi panni.
Il tremito del cuore nel petto mi diceva ch'era venuto il momento della decisione. Le mie dita palpitavano attratte dai grani: - e allora vidi un tremito passare tra le figure del cerchio rossigno....
Dovevo respingere i grani?; il tremito scoteva il cerchio azzurrognolo. - Gettai sull'uomo senza testa un'occhiata penetrante; egli stava l - sempre nello stesso atteggiamento: immobile come prima.
Aveva smesso perfino di respirare.
Io alzai il braccio senza saper tuttavia quel che dovessi fare, - e - andai a colpire la mano tesa del fantasma cos che i grani rotolarono sul pavimento.
Per un istante, improvviso come la scossa elettrica, perdetti i sensi e mi parve di precipitare in abissi senza fondo - poi mi ritrovai ben saldo sulle gambe.
L'individuo grigio era sparito. Cos pure gli esseri del cerchio rossigno.
Le figure azzurrognole invece avevano formato un circolo intorno a me. Portavano sul petto una scritta in geroglifici d'oro e tenevano sollevati tra indice e pollice - come per un giuramento - i grani ch'io avevo fatto cader di mano al fantasma senza testa.
Sentivo, fuori, una grandinata abbattersi rovinosa sui vetri e l'aria lacerata dal fragore dei tuoni.
Un temporale d'inverno infuriava pazzamente sulla citt. Dal fiume veniva a ritmici intervalli l'eco cupo delle cannonate che annunziavano il dirompersi del ghiaccio sulla Moldava. La stanza fiammeggiava nella luce dei lampi che ininterrottamente si susseguivano. Mi sentii d'improvviso cos debole che le ginocchia mi tremarono e mi fu mestieri sedermi.
"Calmati" disse ben chiaramente una voce accanto a me "calmati del tutto, oggi sono i Leishimurim:  la notte dell'usbergo".
... 
A poco a poco il fortunale cess e al rovinio assordante segu l'uniforme tambureggiare della gragnuola sui tetti.
La rilassatezza delle mie membra aument al punto da non farmi percepire che a sensi ottusi, e in una specie di dormiveglia, quel che succedeva intorno.
Qualcuno di quelli del circolo disse le parole:
"Colui che cercate non  qui".
Gli altri risposero qualcosa in una lingua straniera.
Al che il primo replic con una frase pronunziata a bassa voce in cui ricorreva il nome
"HENOCH".
Non mi riusc di comprendere il resto: dal fiume il vento portava troppo acuto il gemito delle infrante lastre di ghiaccio.
... 
Poi uno si distacc dal cerchio, mi si ferm dinanzi, addit i geroglifici sul suo petto - lettere identiche a quelle segnate sugli altri - e mi domand se fossi capace di leggere. E quand'io - balbettando dalla gran stanchezza - gli ebbi risposto di no, egli tese verso di me le palme e la scritta comparve fulgida sul mio petto in lettere, dapprima, latine
CHABRAT ZEREH AUR BOCHER
... 
che poi si trasformarono lentamente in una per me ignota grafia.
Ed io caddi in un sonno profondo e senza sogni, come non ne avevo conosciuto l'uguale dalla notte in cui Hiliel m'aveva disciolta la, lingua.
... 
13. FOGA.
In un baleno eran per me trascorse l'ore di quegli ultimi giorni. M'ero concesso appena il tempo strettamente necessario ai pasti.
Un'irresistibile smania d'attivit esteriore m'aveva inchiodato, da mane a sera, al mio tavolo di lavoro.
La gemma era stata ultimata e Mirjam, come una bambina, le aveva fatto mille feste.
Restaurata anche l'iniziale "I" nel libro "Ibbur".
M'affondai nella poltrona e mi feci sfilare tranquillamente dinanzi i piccoli incidenti occorsi nell'ultime ore: la mia vecchia donna di servizio, per esempio, e il suo precipitarsi in camera mia, all'indomani del temporale, con la notizia del ponte di pietra crollato durante la notte.
Strana cosa: - Crollato! E forse nello stesso istante in cui, quei grani, io li avevo - no, no, cacciare questo pensiero! - Ci che allora era accaduto poteva venir sfiorato da un soffio di banalit, ed io m'ero proposto di custodirlo sepolto in petto fino a quando da s avesse a ridestarsi; - lasciar dormire dunque, di grazia.
Quanto tempo fa? Ecco, passato il ponte, guardavo la statua di pietra - ed ora a ruderi informi era ridotto quel ponte che aveva sfidato i secoli.
Sentivo quasi malinconia al pensiero di non potervi pi mai metter piede. - Poich, se pur lo si fosse ricostruito, non sarebbe gi stato pi l'antico, misterioso ponte di pietra.
Per ore ed ore, mentre intagliavo la gemma, m'era toccato di ripensarvi, ricordando senza sforzi e rivivendo intensamente, quasicch mai le avessi dimenticate, le infinite volte che da bimbo, ed anche pi dopo, avevo alzato lo sguardo alla statua di San Luitgardo e alle altre tutte, sommerse ormai nell'acque romoreggianti.
Avevo in ispirito rivedute le mille, piccole, care cose che in giovent stimavo mie - e mio padre - e mia madre - e tutti, in folla, i condiscepoli miei. Della casa dove avevo un giorno abitato, d'essa sola, non riuscivo a rammentarmi.
Un giorno per - lo sentivo - un giorno, e d'un tratto, quando meno me l'aspettassi, mi ci sarei trovato dinanzi. Ed esultavo al pensiero.
La sensazione che tutto andasse a un tratto svolgendosi in me con tanta naturalezza e semplicit era cos riposante!
L'altro giorno, tirando fuori dall'astuccio il libro "Ibbur", non avevo trovato di che stupirmi nel constatare che aveva l'aspetto - ma s, che aveva lo stesso preciso aspetto d'un antico codice in pergamena adorno di preziose iniziali. Niente di pi naturale.
Non riuscivo a capire come mai un giorno m'avesse potuto cos spettralmnente inquietare.
Era scritto in lingua ebraica - del tutto incomprensibile per me.
Quand' che lo sconosciuto sarebbe venuto a riprenderselo?
L'amore alla vita, che segretamente s'era insinuato in me durante il lavoro, si ridest d'un tratto in tutta la sua ristoratrice freschezza, mettendo in fuga i pensieri notturni che stavan di nuovo per attaccarmi a tradimento.
Presi subito il ritratto d'Angelina (la dedica scritta sotto l'avevo tagliata via) e lo baciai.
Era cos sciocco ed insensato ci che facevo; - ma perch non sognare, una volta almeno, - la felicit? Tener fermo l'attimo fuggente e gioirne come d'una bolla di sapone?
Non poteva forse aver suo compimento quel che adesso l'appassionato cuore mi dipingeva? Era proprio da escludersi, nel modo pi assoluto, ch'io potessi, dal tramonto all'alba, diventare un uomo celebre? Cos da starle alla pari, pur prescindendo dalle origini? O d'essere almeno alla pari col dottor Savioli? Pensai alla gemma di Mirjam: se altre ancora mi fossero similmente riuscite - via, non si poteva dubitar pi: ch gli stessi sommi maestri d'ogni tempo non avevano raggiunto, nelle loro creazioni, maggiore compiutezza.
E se solo si ammettesse un caso fortuito: non potrebbe il marito d'Angelina morire d'improvviso?
Bruciavo insieme e rabbrividivo: un caso, un piccolo caso qualunque e la mia speranza, la speranza pi folle, avrebbe potuto assumer forma e consistenza. Ad un tenue filo che d'ora in ora poteva spezzarsi era sospesa la felicit che avrebbe dovuto cadermi tra le braccia.
Ma non m'eran forse accadute mille cose meravigliose? Cose di cui l'umanit non sogna neppure che esistano?
Non era forse un miracolo codesto svegliarsi in me, nel giro di poche settimane, d'una capacit artistica che gi adesso mi sollevava molto al disopra della media?
E non ero che al principio del mio cammino!
Non avevo dunque diritto alla felicit?
O che forse misticismo vuol dir quanto assenza di desideri?
Cercai di sopraffare il "S" che mi tuonava dentro - Oh sognare un'ora soltanto - un minuto solo - un breve attimo di vita!
E sognavo ad occhi aperti:
Le gemme sul tavolo si moltiplicavano e si moltiplicavano circondandomi d'ogni parte in aspetto di cascatelle multicolori. Alberi di opale, gli uni accanto agli altri, a gruppi, riflettevano le luminose onde del cielo che trionfava azzurro come le ali d'una gigantesca farfalla tropicale, piovendo azzurre scintille su campi d'infinito pieni di calda estiva fragranza.
Avevo sete; tuffavo, per rinfrescarmi, le membra nella spuma gelata dei ruscelli, scroscianti gi da massicce rupi di madreperla.
Un alito greve s'impigriva su clivi tempestati di fiori e m'inebbriava con profumi di gelsomino, di giacinto, di narciso, di camalea.
... 
Basta, basta!  insopportabile! Feci sparire la visione. - Avevo sete.
Eran le pene del paradiso, quelle.
Spalancai la finestra e lasciai che l'austro mi soffiasse in fronte.
C'era nell'aria come un profumo di primavera veniente... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Mirjam!
Ero costretto a pensare a Mirjam. A come, assai commossa - e reggendosi alle pareti per non cadere - era venuta a raccontarmi che era accaduto un miracolo - un miracolo vero che, cio, aveva trovato una moneta d'oro nella pagnotta che il fornaio, dal corridoio e traverso l'inferriata, aveva deposta sul davanzale di cucina....
Misi mano alla borsa. - Speravo che per quel giorno non fosse gi troppo tardi, che fossi ancora in tempo di farle di nuovo pervenire miracolosamente un ducato.
M'era venuta a trovare ogni giorno, per tenermi compagnia, come diceva. In effetti non aveva quasi mai aperto bocca, occupata com'era dal pensiero del "miracolo". L'accaduto l'aveva scossa fin nelle pi intime profondit dell'anima, tantoch, richiamandomi alla memoria certi momenti in cui d'un tratto senza apparente motivo - e unicamente sotto l'influenza del suo ricordo - la si sbiancava fin nelle labbra come una morta, mi sentivo mancare al solo pensiero d'aver, nella mia cecit, commesso cose la cui portata andasse di l da ogni limite.
Se poi ripensavo le ultime, oscure parole d'Hillel, e le ricollegavo a questa mia sensazione, ecco che un brivido diaccio mi correva le membra.
No, non bastava a scusarmi la purezza delle intenzioni. Avevo il senso preciso che il fine non valesse a giustificare i mezzi.
Che pensare poi, se, per soprappi, l'intenzione "di voler aiutare" non fosse pura che in apparenza? Non poteva forse, dietro ad essa, celarsi una segreta menzogna? - l'inconscio e fatuo desiderio di compiacersi nella parte del salvatore?
Cominciai a non capir pi nulla di me stesso e ad esserne del tutto sconcertato.
Ch'io avessi con troppa leggerezza giudicato Mirjam, era ovvio.
Gi i1 fatto d'esser lei figlia d'Hillel, avrebbe dovuto farmela ritenere diversa dalle altre ragazze.
Come dunque avevo potuto osare d'introdurmi, in cos stolto modo, in una vita intima che stava forse infinitamente al disopra della mia?
Eppure, per mettermi sull'avviso, avrebber dovuto esser pi che sufficienti le linee del volto di lei, assai pi adatte all'epoca della sesta dinastia egiziana - e fin per allora troppo spiritualizzate - che all'et nostra co' suoi tipi d'umanit raziocinante.
"Solo chi  del tutto stolto diffider di ci che esternamente appare". Ricordavo di aver letto questa frase, una volta chi sa dove. E quanta verit in quelle parole, quanta verit.
Per Mirjam ed io s'era diventati ormai buoni amici. E perch dunque non confessarle d'esser stato io ad introdurre quotidianamente, e di contrabbando, il ducato nella pagnotta?
Troppo repentino sarebbe stato il colpo - Troppo rude per lei.
Non m'era lecito osarlo - dovevo procedere con pi cautela.
Tentar forse d'attenuare in qualche modo il "miracolo"? Invece di ficcare il danaro nel pane, lasciarlo su di un gradino, cosicch lo dovesse trovare aprendo la porta, e via di questo passo? Ma s, ma s. Mi consolai pensando che avrei potuto ideare qualcosa di nuovo e di meno aspro, - un modo qualunque per farla passar gradatamente dal mondo dei miracoli a quello della quotidiana realt.
Benissimo! Era proprio quel che bisognava fare.
O invece recidere il nodo? Mettere suo padre al corrente di tutto e chiedergli consiglio? Sentii vampe di vergogna salirmi alla faccia. A batter questa via c'era sempre tempo dopo che ogni altro mezzo si fosse dimostrato insufficiente.
Adesso per occorreva mettersi subito all'opera, non perdere pi un minuto!
Mi venne un'ottima idea: dovevo indurre Mirjam a qualche cosa d'assolutamente eccezionale, strapparla per qualche ora all'ambiente consueto, cos da farle provare impressioni diverse dalle solite.
Si sarebbe potuto, mettiamo, far un giretto in botticella. - Chi ci avrebbe riconosciuti, se avessimo evitato il quartiere ebraico?
Forse poteva non dispiacerle d'andar a vedere il ponte crollato.
Dato poi ch'ella trovasse mostruoso uscire sola con me, si sarebbe potuta sollecitare la compagnia del vecchio Zwakh o di qualcuna delle sue antiche compagne.
Ero fermamente deciso a non tollerare obiezioni... . . . . . 
Alla soglia dell'uscio rischiai quasi di far cadere un uomo.
Wassertrum!
Doveva esser stato intento a spiar dal buco della serratura, perch stava curvato quando m'avvenne di cozzargli contro.
- Cerca di me? - domandai con asprezza.
Egli balbett nel suo gergo impossibile qualche parola di scusa; poi disse di s.
L'invitai a farsi avanti ed a sedersi; lui per rest in piedi tormentando nervosamente le falde del cappello. Un'avversione profonda, che invano cercava dissimularmi, gli si rispecchiava in viso e in ogni suo gesto.
Non avevo mai visto costui cos da presso. E non era gi la spaventosa sua bruttezza a mover tanta ripugnanza; (ch anzi mi suggeriva quasi un senso di piet: pareva egli infatti un essere cui la natura, fin dalla nascita, avesse sferrato in faccia una serie di calci rabbiosi e inorriditi) - n'era cagione piuttosto qualcosa di ben diverso e imponderabile che da lui si dipartiva.
Era il "sangue", secondo la calzante definizione di Charousek.
Involontariamente mi forbii la mano che gli avevo dato al suo ingresso.
Ma per quanto di nascosto lo facessi, egli parve lo stesso essersene avveduto, tale fu lo sforzo cui d'un tratto gli fu mestieri costringersi per soffocar la vampa d'odio che stava per infiammargli il volto.
-  accomodato bene qui - cominci finalmente a balbettare, quando comprese che non gli avrei fatto il piacere d'attaccar discorso.
E, in contrasto con quel che diceva, chiuse gli occhi per non incontrare il mio sguardo. Che credesse forse di dar cos al suo viso una aria meno atroce?
La fatica che faceva a parlare in lingua era evidente.
Ma io non mi sentivo per niente obbligato a venirgli incontro, ed aspettavo piuttosto di sentire quel ch'egli avesse in animo di dirmi.
Imbarazzato, e per darsi un contegno, sporse la mano verso la lima che - Dio sa come - era rimasta sul tavolo dal giorno della visita di Charousek, ma, senza volerlo, di botto la ritrasse come se fosse stato morso da una serpe. Stupii internamente, per tanta subcosciente finezza intuitiva.
- Eh, s'intende,  naturale, occorre sistemarsi bene quando si fa la sua professione - disse ricomponendosi - e si ricevono visite cos distinte. - Fu tentato d'aprire gli occhi per vedere che impressione mi facessero le sue parole; poi, ritenendo evidentemente prematura la mossa, rapidamente li richiuse.
Volli metterlo alle strette: - Lei allude forse alla signora ch'or non  molto venne qui in carrozza? Parli apertamente e mi dica dove vuole arrivare!
Egli esit un istante, poi m'afferr con impeto per il polso e mi trascin verso la finestra.
Quel modo d'agire singolare e non motivato mi ricord il gesto con cui, alcuni giorni prima, aveva trascinato nella sua tana Iaromir, il sordomuto.
Ed ora, mi mostrava, tenendolo tra le sue dita adunche, un oggetto scintillante:
- Che ne dice, signor Pernath? Se ne pu ancora cavar qualche cosa?
Si trattava d'un orologio d'oro con le calotte ammaccate al punto, da far ritenere che qualcuno l'avesse cos concie a bella posta.
Presi la lente: le cerniere erano mezze sconquassate - e dentro - non c'era inciso qualche cosa dentro? Delle parole leggibili appena e che per di pi s'era cercato di far sparire sotto una quantit di recentissime sfregiature. A poco a poco decifrai:
C-rl Zott-mann.
Zottmann? Zottmann? - E dove mai avevo letto questo nome? Zottmann? Non riuscivo a rammentarmene. Zottmann?
Wassertrum con un urto mi fece quasi cader di mano la lente:
- Nel meccanismo non c' niente, ho gi visto io. Guardi la callotta. Tutte scassata. Son pasticci.
- Non si tratta che di ribatterla - tutt'al pi occorrer qualche saldatura.  un lavoro che pu far fare da un qualsiasi orefice, signor Wassertrum.
- Ma io ci tengo, ci tengo proprio ad un lavoro per la quale. Artistico, quel che si dice artistico - m'interruppe con impeto. Quasi affannosamente.
- Beh, se proprio proprio ci tiene....
- Se ci tengo! - La voce gli straripava dallo zelo. - Sono io che devo portar l'orologio, io stesso. E mostrandolo a qualcuno, voglio poter dire: guardi un po', guardi: cos lavora il signor cavalier Pernath.
Quell'individuo mi faceva schifo. Me le sputava addirittura in viso le sue adulazioni nauseabonde.
- Se ripassa tra un'ora trover tutto fatto.
Wassertrum cominci a dimenarsi come in preda a un crampo: - Mai pi. Non voglio assolutamente. Fra tre giorni. Tra quattro. Basta la prossima settimana. Avrei per tutta la vita il rimorso d'averle fatto fretta.
Ma che diavolo aveva per sbracciarsi tanto? - Entrai nella stanza appresso e chiusi l'orologio nella cassetta. La fotografia d'Angelina stava sopra le altre carte. Richiusi di botto il coperchio. - Non poteva Wassertrum avermi seguito e spiarmi?
Quando ritornai lo vidi che s'era tutto sbiancato.
Lo squadrai con attenzione; ma tosto ogni mio sospetto cess: era impossibile! Non poteva aver visto nulla.
- E allora provi a passare la settimana entrante - dissi per tagliar corto.
Senonch lui d'un tratto sembr non aver pi fretta, prese una sedia e si mise a sedere.
Al contrario di quanto aveva fatto prima, adesso spalancava, parlando, i suoi occhi di pesce tenendoli fissi con insistenza sull'ultimo bottone del mio panciotto.
... 
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .Pausa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
- Quella puzzetta le avr detto naturalmente di fare il nesci nel caso che l'imbroglio si scoprisse. Eh? - m'url in faccia d'un tratto senza preamboli e battendo il pugno sul tavolo.
V'era qualcosa di spaventoso nella discontinuit di quel suo passare discorrendo da un tono all'altro - in quella sua capacit di saltare fulmineamente dalle adulazioni alla brutalit, sicch verosimile mi parve che la maggior parte degli uomini, e specialmente le donne, dovessero in un batter d'occhio divenir sua preda solo ch'egli possedesse contro di loro la bench minima arma.
Ebbi voglia di saltar su, di prenderlo per il collo e di metterlo alla porta. - Fu il primo impulso. Ma dopo breve riflessione, mi domandai se non fosse pi saggio ascoltarlo prima fino in fondo e con tutta attenzione.
- Io non capisco davvero quel che intenda dire, signor Wassertrum, - mi sforzavo di darmi l'aria pi stupida che potessi. - "Puzzetta? Cosa vuol dire puzzetta?".
- Devo forse darle delle lezioni? - m'invest egli villanamente. - Se ne freghi pure adesso. Vedremo quando si tratter di giurarlo davanti al tribunale. Capisce? Se non capisce glielo dico io! - e urlando a squarciagola - Mi neghi se pu, provi a negarmelo sul muso che quella tale non  scappata da l "ed accenn col pollice allo studio" per venirsi a nascondere qui da lei con indosso un tappeto - e nient'altro!
Non vedendoci pi dalla rabbia agguantai per il petto il losco messere e presi a squassarlo violentemente:
- Se dice un'altra sola parola su questo tono le fracasso le ossa. Capisce, capisce?
Egli si fece pallido come la creta, ricadde a sedere e balbett:
- Che c'? Cos'ha? Mi lasci. Dicevo. Dicevo. Cos.... per dire.
Feci tre o quattro passi nella stanza per calmarmi. Non ascoltavo nemmeno tutto ci che, a sua scusa, egli andava sbavando.
Poi mi sedetti proprio di fronte a lui, fermamente deciso a venire in chiaro sulla faccenda, che riguardava Angelina. Una buona volta per sempre. E se andava con le buone, bene; altrimenti avrei saputo costringerlo a sparare anzitempo quel suo paio di cartucce seminnocue.
Senza tenere in minimo conto le interruzioni di lui, gli dissi fuor dei denti che ricatti di qualsiasi genere - e scandii le parole - avrebbero senz'altro fallito al loro scopo dal momento ch'egli non era in grado di comprovare neppure una delle sue accuse e perch - dato pure che si dovesse arrivare (com'era assolutamente escluso) a deposizioni - io avrei senza alcun dubbio saputo sottrarmi a testimonianze. Che Angelina mi stava troppo a cuore perch'io rinunziassi a salvarla nell'ora del pericolo e che l'avrei fatto - costasse quel che costasse - ed anche a costo d'un giuramento falso!
Nel volto di lui non c'era muscolo che non guizzasse, il labbro leporino gli si sollevava fino all'altezza del naso. E mentre parlavo tentava continuamente d'interrompermi chiocciando come un tacchino: - Scusi? E che voglio forse qualcosa io dalla puzzetta? Ma dia retta, via! Ma mi ascolti! - Era fuor dai gangheri vedendo che non riusciva a turlupinarmi. - Ce l'ho con Savioli, io, con quel figlio di mignotta, - con quel - con quel - rugg d'improvviso e quasi inconsciamente.
Cercava di riprender fiato. Io tacqui di botto. Finalmente: era qui che lo volevo. Ma lui, lui era subito riuscito a dominarsi e fissava di bel nuovo il mio panciotto.
- Senta un po', Pernath - si sforzava adesso d'imitare parlando, il tono misurato e tranquillo d'un uomo d'affari - Lei seguita a parlare della puz.... di quella signora. Sta bene.  maritata. Sta bene: s' appiccicata a quel - a quel farabutto. Che c'entro io in tutto questo? (Egli si muoveva le mani sotto gli occhi, tenendo unite le punte delle dita come se stringesse un pizzico di sale). - Se la veda lei, la puzzetta, si arrangi. Io sono un uomo di mondo e lei pure  un uomo di mondo. Noi ci conosciamo. Non  vero? - Non voglio riavere che il mio danaro, alla fine. Capisce, Pernath!?
Restai sbalordito
- Quale denaro? E che forse Savioli le deve qualcosa?
Wassertrum divent evasivo:
- Ho da far dei conti con lui. In fondo,  quasi lo stesso.
- Lei vuole assassinarlo! - urlai.
Egli balz in piedi. Barcoll. Chiocci qualcosa.
- Sicuro! Vuole assassinarlo! Ed ora ne ho abbastanza di questa commedia. - Additai la porta -. Mi si levi di torno.
Egli prese lentamente il cappello, se lo mise in capo e fece per andarsene. Poi torn a fermarsi un momento e disse, con una calma di cui non l'avrei mai ritenuto capace:
- E sia. Va bene anche cos. Avrei voluto non tirare in ballo lei. Non importa. Non m' riuscito: ebbene non m' riuscito. Del resto i medici pietosi fan marcire la piaga. Lei avrebbe dovuto capirlo d'altronde - il Savioli non fa che sbarrarle la strada! - Vuol dire che adesso - v'aggiuster io - tutti e tre - tutti tre insieme - e illustr con un gesto l'intenzione: strangolare.
Il suo viso esprimeva una crudelt cos satanica ed egli pareva cos sicuro del fatto suo che il sangue mi si gel nelle vene. Egli doveva esser in possesso d'un'arma di cui non avevo idea - di cui lo stesso Charousek non doveva saper nulla. Sentivo il terreno mancarmi sotto ai piedi.
"La lima! la lima!" m'andava sussurrando una voce nel cervello. Misurai la distanza: un passo fino al tavolo - due fino a Wassertrum - gi stavo per spiccare il salto.
Quando sulla soglia, come se fosse uscito di sotto terra, apparve Hillel.
La stanza mi svan dinanzi agli occhi.
Vedevo soltanto - come traverso la nebbia - Hillel restare immobile e Wassertrum rinculare, passo dietro passo, fino alla parete.
Poi sentii Hillel che diceva:
- Aronne, Lei conosce certo il passo che dice: Ciascun ebreo  per l'altro mallevadore? Cerchi di non render troppo difficile il compito altrui. - Ed aggiunse qualche parola ebraica per me incomprensibile.
- Che bisogno ha Lei di schiacciarsi il naso contro le porte? - sbavacchi il rigattiere con le labbra che gli tremavano.
- Se sono stato a sentire o meno,  cosa che non la riguarda minimamente! - E di bel nuovo Hillel chiuse il suo dire con una frase ebraica che questa volta suonava come una minaccia. Aspettavo che scoppiasse una lite, ma Wassertrum non disse verbo; rimase un momento a riflettere e poi caparbiamente se ne and.
Guardai Hillel con l'animo sospeso. Egli mi fece cenno di star zitto. Evidentemente stava aspettando qualche cosa perch tendeva con gran fatica l'orecchio in direzione del corridoio. Feci per andar a chiudere la porta ma egli me ne trattenne con un gesto d'impazienza.
Pass un minuto buono. Poi s'udirono i passi striscianti del rigattiere risalire le scale. Senza dir parola Hillel usc e lo lasci entrare.
Wassertrum aspett, fino a quando gli parve che l'altro non potesse pi sentirlo, poi, volgendosi a me rabbiosamente, mugol:
- Mi rida l'orologio.
... 
 14. DONNE.
Dove s'era andato a cacciare Charousek?
Erano ormai trascorse quasi ventiquattr'ore e ancora non si faceva vedere.
Che avesse per caso dimenticato il convenuto segnale? O che forse non se n'accorgesse?
Andai alla finestra e misi lo specchio in modo che il raggio di sole che vi batteva andasse a riflettersi direttamente sull'inferriata della cantina dove lo studente abitava.
Il giorno avanti, l'intervento d'Hillel m'aveva tranquillizzato un poco. Certo egli non avrebbe tralasciato dal mettermi in guardia nel caso che un pericolo fosse stato imminente.
Wassertrum, poi, non poteva aver combinato nulla di grosso, giacch, dopo avermi lasciato, aveva fatto ritorno al suo negozio e - uno sguardo fuor dalla finestra: - eccolo l, infatti, appoggiato al muro, accanto ai suoi trabiccoli, proprio come l'avevo visto la mattina....
Davvero insopportabile quest'eterna attesa!
La mite aria primaverile, che entrava dalla finestra aperta della stanza accanto, mi faceva correr per le vene un languore estenuante.
Gocciolante sgelo dai tetti. Scintillo dei finissimi fili d'acqua, nel sole.
Sentivo l'irresistibile impulso d'uscire. Misuravo la stanza in lungo e in largo, pieno d'impazienza. Mi lasciavo andare su di una sedia. Tornavo ad alzarmi.
Non mi lasciava pace, non mi lasciava, il germinar smanioso nel mio petto di qualcosa come un'incerta alba d'amore.
M'aveva assillato tutta notte. Era stata Angelina dapprima che mi s'era stretta contro, poi parlavo con Mirjam, innocentemente a quanto pareva, e non appena fattane svanir l'imagine ecco che Angelina ricompariva e mi baciava. Sentivo il profumo dei suoi capelli; la sua morbida pelliccia di zibellino mi solleticava il collo, le cadeva dalle spalle nude - ed essa diventava Rosina, Rosina che ballava, ebbri e semichiusi gli occhi - in frak - nuda, ....e tutto ci in un dormiveglia singolare molto, molto simile all'esser desto. Desto a qualcosa di dolce, d'estenuante, di crepuscolare.
Verso mattina, poi, a capo del letto era comparso il mio sosia, Habal Garmin, lo spettro, "il soffio delle ossa" di cui aveva parlato Hillel. - Gli avevo fitto lo sguardo negli occhi: era in mio potere, doveva rispondere ad ogni domanda che gli avessi diretta e sulle cose terrene e su quelle dell'al di l. Ed egli n'era rimasto effettivamente in attesa, ma la mia sete di mistero aveva dovuto cedere all'ardore del mio sangue e s'era inaridita nella materialit del mio raziocinio. - Avevo imposto al fantasma di sparire, di trasformarsi nella figura d'Angelina ed ecco raggricchiandosi era diventato la lettera "Aleph", poi, ingigantendo, la donna-colosso, nuda nata, che gi avevo vista una volta nel libro "Ibbur", col polso pulsante come un terremoto. E si piegava su di me ed io respiravo l'inebriante fragranza della sua carne calda.
... 
E Charousek che non veniva ancora! - Cantavano da tutte le torri le campane.
Avrei aspettato un altro quarto d'ora - ma poi, via, fuori! Andar a zonzo per le vie affollate di gente vestita di festa, mescolarmi al gaio via vai dei quartieri signorili, veder belle donne dai visi civettuoli, dalle mani affusolate e dai piedini brevi.
Per caso mi sarebbe potuto capitare d'imbattermi in Charousek, mi dicevo quasi a scarico di coscienza.
Presi dallo scaffale l'antico gioco dei tarocchi per ammazzare in qualche modo il tempo.
Le figure non m'avrebbero potuto forse suggerire il motivo per un cammeo?
Cercai il matto.
Che! non mi riusciva di pescarlo. Dov'era andato a finire?
Passai ancora una volta in rivista le carte e mi divagai pensando alla loro recondita significazione "L'impiccato", l'"impiccato"specialmente - come si sarebbe potuto interpretare?
Un uomo  sospeso ad una corda tra cielo e terra, con la testa all'ingi, le mani legate dietro la schiena, il femore inferiore destro incrociato con la gamba sinistra, s che assomiglia a una croce sopra un triangolo rovesciato.
Incomprensibile paragone.
- Ma eccolo! - Finalmente! Charousek che viene.
O non  lui?
Lieta sorpresa. - Mirjam.
... 
- Sa, Mirjam che proprio adesso volevo scender da Lei per pregarla di venire a far con me una passeggiata in carrozza? - Non era precisamente la verit, ma non ci feci troppo caso. - Vero, che non vorr dirmi di no? Ho il cuore cos pieno di gioia oggi, che Lei, proprio, Lei, Mirjam dev'essere alla mia lietezza corona.
- Andare in carrozza? - ripet lei con uno sbalordimento che mi fece scoppiar dalle risa.
- La proposta Le sembra forse tanto strana?
- Non dico questo, ma, per (cercava le parole) curiosa, curiosa davvero. Andar a passeggio in carrozza!
- Non la troverebbe affatto curiosa se pensasse alle centinaia di migliaia di persone che lo fanno - anzi che, non fan altro per tutta la vita.
- Ma s, quegli altri, s - ammise lei, tuttavia sconcertata.
Le presi le mani:
- Quelle gioie che gli altri possono concedersi, io vorrei che a Lei, Mirjam, fossero in ben pi larga misura dispensate, che Lei ne potesse senza fine godere.
Ella si fece d'un tratto mortalmente pallida e dall'opacit del suo sguardo immobile compresi a che pensava:
N'ebbi come una stilettata.
- Ma Lei non deve, Mirjam, non deve portarlo sempre con s - dissi cercando di persuaderla - quel - quel miracolo. Me lo vuol promettere in nome, s, in nome - della - della nostra amicizia?
Ella cap tutta l'ansia che c'era in quelle mie parole e si mise a guardarmi stupta.
- Ecco, se la cosa non Le facesse tanta impressione, potrei gioirne con Lei, ma cos!.... Lo sa che il suo stato mi d molto da pensare, Mirjam? - Che sono preoccupato del - della - come dire? - della sua salute spirituale? Non prenda alla lettera quanto Le dico, ma, insomma - io preferirei che il miracolo non fosse mai avvenuto.
Aspettai che mi contraddicesse. Annuiva invece, ma come soprappensiero.
- Tutto ci la consuma. Non ho forse ragione, Mirjam? - Ella si riprese:
- A volte anch'io desidererei quasi che non fosse accaduto.
C'era un raggio di speranza per me in quelle parole. - Quando penso - (parlava molto lentamente e come trasognata) - che pu venire un tempo in cui dovr vivere senza questi miracoli.
- Ma Lei potrebbe diventar ricca da una notte all'altra e allora non ne avrebbe pi bisogno -, dissi sconsideratamente, interrompendola; ma subito smisi vedendo il terrore che le si dipingeva in volto - voglio dire Lei potrebbe da un momento all'altro venir liberata per via normale dalle Sue preoccupazioni, e i miracoli che in allora vivesse, sarebbero di natura spirituale: - esperienze intime.
Ella scosse la testa e disse con asprezza - Le esperienze intime non sono miracoli. Ed  abbastanza strano pensare che vi sieno uomini cui addirittura non capita di farne mai. - Dalla mia infanzia, giorno per giorno, notte per notte, succede che io - (s'interruppe di colpo ed io indovinai che c'era ancora qualcos'altro in lei di cui non m'aveva mai parlato, forse una trama d'invisibili eventi, simili ai miei) - ma questo non c'entra. Anche se qualcuno sorgesse e risanasse gli infermi con l'imposizione delle mani, io non griderei al miracolo. Solo quando la materia senza vita - la terra - verr animata dallo spirito e quando le leggi della natura saranno spezzate, avr avuto compimento quel ch' l'oggetto di ogni mia aspirazione da quando mi fu dato pensare. - Mio padre mi disse una volta che vi sono due parti nella cabala: magica l'una e l'altra astratta e che giammai non si sarebbe riusciti a identificarle. Pu infatti la magica attirare l'astratta, ma mai e poi mai avviene l'inverso. La parte magica  un dono: l'altra pu venir conquistata, per quanto non senza l'aiuto d'una guida. - E, riprendendo il primo filo, continu: -  al dono ch'io aspiro con ogni mia forza. Quel che potrei acquistarmi m' indifferente e non ha per me pi valore della polvere. E quando m'accade di pensare, che come prima dicevo, potrebbe venire un tempo in cui dovrei viver di nuovo priva di questi miracoli - vidi le sue dita contrarsi spasmodicamente e mi sentii lacerare dal rimorso e dalla disperazione.... ecco credo gi di morirne adesso solo ammettendone la possibilit.
-  questa la ragione per cui anche Lei desidererebbe che il miracolo non fosse mai avvenuto? - investigai.
- Solo in parte. C' qualcos'altro ancora. Io - io - s'arrest un istante per riflettere, - non ero ben cresciuta ad un miracolo sotto questa specie. Come devo spiegarglielo? Si figuri dunque - quanto le dico non  che un paragone - ch'io da anni ed anni sognassi ogni notte lo stesso sogno la cui trama si svolgesse senza interruzione, ed in cui qualcuno - mettiamo un abitante del mondo di l - mi istruisse, e non solo mi mostrasse in uno specchio me stessa i miei graduali mutamenti e la distanza che mi separa dalla magica maturit necessaria a sperimentare un "miracolo", ma mi risolvesse anche questioni d'intelletto, del genere di quelle che m'occupano durante il giorno, e in modo ch'io potessi, quando mi paresse, metterle in pratica. Lei certo mi capir: capir che un essere simile basta a sostituire tutte le gioie imaginabili in questo mondo, e ch'esso  per me il ponte che mi unisce all'al di l - la scala di Giacobbe per cui, dalle tenebre della vita quotidiana, posso ascendere verso la luce, - l'amico e la guida, e che tutta la fiducia ch'io nutro di non smarrirmi - seguendo le vie oscure che la mia anima percorre - nell'oscura selva della pazzia e delle tenebre, riposano in "lui" che non mi ha mai mentito. - Ed ecco d'un tratto, contrariamente a tutto quel ch'egli mi ha detto, un miracolo che mi traversa la strada! A chi devo credere ora? Tutto quel che per anni, ininterrottamente ha dato un contenuto alla mia vita, non sarebbe che un'illusione? Se dovessi dubitarne. precipiterei a capofitto in un abisso senza fondo. - Eppure il miracolo  avvenuto! Urlerei dalla gioia se -
- Se....? - l'interruppi senza pi fiato. Forse ella stessa stava per pronunziare la parola liberatrice ed io avrei potuto confessarle ogni cosa.
- ....se sapessi d'essermi ingannata, - se sapessi che, quanto  accaduto, non  affatto un miracolo. So per anche, cos come son certa d'esser qui, che per me sarebbe la fine! (il cuore mi si ferm) - Precipitare, dover ridiscender dal cielo alla terra! Crede Lei che vi sia qualcuno capace di rassegnarvisi?
- E perch non prega suo padre di venirle in aiuto? - domandai, smarrito nella mia disperazione.
- Mio padre? Chiedere aiuto? - mi guardava come se non capisse. - Quando non ci sono che due vie per me,  forse lui che pu trovarne una terza? - Sa quale sarebbe per me l'unica salvezza? Se a me pure succedesse quel ch' successo a Lei. Se in questo stesso istante potessi dimenticare tutto quello che mi sta dietro: tutta la mia vita fino ad oggi.
- Non Le pare strano? Quel che Lei sente come un'infelicit, sarebbe per me felicit assoluta!
Tacemmo entrambi, lungamente. Poi d'un tratto lei m'afferr la mano e sorrise. Quasi gaia.
- Io non voglio che Lei si crucci per me, - (era lei che mi confortava - lei!) - dianzi era cos pieno di gioia, di felicit per l'incalzante primavera, e adesso mi sembra la tristezza personificata. Io non avrei dovuto dirle nulla di nulla. Cancelli tutto dalla sua memoria e torni ad esser lieto come prima. - Non vede, sono cos gaia anch'io.
- Lei? Gaia? Mirjam? - l'interruppi amaramente.
Ella atteggi il volto a convinzione. - Ma s, davvero. Proprio gaia. Nel salire da Lei mi sentivo oppressa da un'ansia indescrivibile, - non so perch non potessi liberarmi dalla sensazione che un grave pericolo le fosse sopra, - rattenni il fiato - ma, invece di rallegrarmi per averla trovato sano e di buon umore, non ho fatto che affliggerla con discorsi sinistri e....
Mi forzai di parere allegro: - ed a questo non pu riparare che uscendo in carrozza con me. - (Feci del mio meglio per dar alla mia voce un timbro d'ardita intraprendenza). Staremo un po' a vedere, Mirjam, se non mi riuscir di liberarla dai suoi pensieri foschi. Dica pure quel che Le pare: ma intanto non posso considerarla affatto come un compiuto mago egiziano. Per il momento Lei non  che una ragazza, cui la ventata della giovent pu ancora giocare qualche brutto tiro.
Ella fu presa all'improvviso da una grande allegria:
- Ma cosa diavolo ha indosso oggi, signor Pernath? Non l'ho mai visto cos! - Lei parla di ventate: per noi ragazze ebree sono i genitori che, notoriamente, fan la pioggia e il bel tempo. A noi non resta che obbedire. Il che facciamo, senz'altro. Del resto ce l'abbiamo nel sangue - Per me, veramente, la cosa  diversa - soggiunse ella facendosi seria, - mia madre s' impuntata terribilmente, quando le volevano far sposare Aronne Wassertrum, quell'individuo mostruoso.
- Come? Sua madre? Il rigattiere di sotto?
Mirjam annu. - Grazie a Dio non se ne fece di nulla. - Certo per che per quel povero uomo il colpo  stato tremendo.
- Lo chiama pover'uomo! - scattai. - Quell'individuo  un delinquente.
Ella scosse pensierosamente la testa: - Certo,  un delinquente. Ma chi stesse in una pelle come la sua e non diventasse un delinquente, dovrebbe essere un profeta.
Mi accostai, preso da viva curiosit.
- Sa dirmi qualcosa di pi preciso sul suo conto? Mi interesserebbe. Per certi particolarissimi....
- Se Lei, signor Pernath, avesse visto una volta l'interno del suo negozio, capirebbe subito quel che deve avere nell'anima. Glielo dico perch da bambina ci andavo spesso. - Perch mi guarda con tanta meraviglia? Trova che ci sia molto strano? - Con me  stato sempre cortese e buono. Mi ricordo anzi che una volta mi regal una gran pietra scintillante che tra tutte le sue cose m'era particolarmente piaciuta. Mia madre disse ch'era un diamante ed io dovetti, naturalmente, riportarglielo subito.
Sulle prime si rifiut per un bel po' di riprenderlo, ma poi me lo strapp di mano e lo gett lontano, acceso tutto di rabbia. Io per m'accorsi come nel farlo gli occhi gli si riempissero di lacrime e gi allora conoscevo sufficientemente l'ebraico per capire ci che borbottava: - tutto quel che la mia mano tocca  maledetto! - Fu l'ultima volta che mi permisero d'andarlo a trovare. D'allora in poi egli non m'invit pi ad andare da lui. So anche perch: se non avessi tentato di confortarlo, tutto sarebbe rimasto come prima; cos invece, e perch mi faceva molta pena ed io gliel'avevo detto, non volle pi vedermi. - Non capisce, signor Pernath?  una cosa tanto semplice, infin dei conti; lui non  che un ossesso, - un uomo che si insospettisce, che s'insospettisce subito, che si insospettisce senza riparo quando qualcuno arriva a toccargli il cuore. Egli crede d'essere anche pi brutto di quel che non sia in realt - sempre ammesso che ci sia possibile - ed  qui la radice di tutti i suoi pensieri e di tutti i suoi atti. Si dice che sua moglie gli abbia voluto bene. Forse era pi per compassione che per amore; ma che cos sia stato, lo riferisce molta gente. L'unico profondamente convinto del contrario era proprio lui. Egli fiuta dappertutto tradimenti ed odio.
L'unica eccezione la fece per suo figlio. Era perch se l'era visto venir su dalle fasce, perch aveva per cos dire rivissuto nel bambino il germinare d'ogni qualit fin dai primi princip, e non era perci mai arrivato a un punto dove il suo sospetto avesse potuto attecchire, o invece dipendeva da qualcosa d'insito nel sangue ebraico che gli faceva riversare tutta quanta la sua capacit d'amare sul rampollo - per quella tema istintiva del nostro popolo di doversi una volta estinguere e di non poter compiere perci una missione che abbiamo dimenticata, ma che continua oscuramente a vivere in noi? - E chi pu saperlo?
Con un'avvedutezza, che confinava quasi con la saggezza, e che stupisce in un uomo come lui, digiuno d'ogni cultura, egli cur l'educazione di suo figlio. Con l'acume d'uno psicologo sbarazz la strada che il suo bambino doveva percorrere da tutto quanto potesse contribuire a sviluppare in lui le attivit della coscienza e ci allo scopo di risparmiargli per il futuro qualsiasi sofferenza spirituale.
Per maestro gli dette uno scienziato illustre che riteneva esser le bestie insensibili e le loro manifestazioni di dolore un riflesso meccanico.
Spremere da ogni essere a proprio vantaggio il massimo della gioia e del piacere possibili e poi buttarne via al pi presto l'inutile buccia: ecco qual'era press'a poco l'A B C del suo lungimirante sistema educativo.
La parte importantissima che al danaro, segnacolo e via alla potenza, era assegnato nel quadro di quest'etica, Lei pu di leggieri imaginarsela, signor Pernath. E cos com'egli stesso, Wassertrum, accuratamente dissimula le proprie ricchezze per avvolger di tenebre le fonti della sua influenza, non manc d'ideare un mezzo che, permettendo a suo figlio d'imitarlo, gli risparmiasse peraltro il tormento di simulare la miseria: egli cerc di saturarlo dell'infernale menzogna della "bellezza", gli apprese gli esterni ed interni atteggiamenti dell'estetica, gli insegn a far dinanzi agli occhi del mondo la parte del giglio dei campi e ad essere intimamente avvoltoio.
Quest'idea d'instillargli la "bellezza" non era naturalmente un'invenzione sua - ma piuttosto la "perfezionata" applicazione di un consiglio avuto da qualche persona istruita.
Pi tardi, quando suo figlio ebbe a rinnegarlo in ogni luogo ed occasione propizia, egli non se la prese mai in mala parte. Glielo imponeva, anzi, come un dovere: perch l'amore suo era materiato d'abnegazione, e come dissi una volta parlando di mio padre: della specie di quelli che vivono oltre la tomba.
Mirjam tacque per un istante ed io indovinai, guardandola, che sviluppava silenziosamente il suo pensiero. N'ebbi conferma, quando, con mutato tono di voce, soggiunse:
- Strani frutti crescono sull'albero del giudaismo.
- Dica un po' Mirjam, - domandai - non ha mai sentito parlare di una figura di cera che Wassertrum terrebbe nel suo negozio? Io non so chi me l'abbia detto, - forse me lo sono sognato addirittura....
- No, no, signor Pernath,  proprio cos: una figura di cera, in grandezza naturale, sta effettivamente vicino all'angolo dov'egli dorme sul suo pagliericcio in mezzo a cataste d'oggetti strani ed inutili. Si dice che se la sia procurata, a prezzo di strozzino, dal proprietario di un baraccone, or sono molti anni e che sia stato indotto a farlo solo per la somiglianza del manichino con una ragazza cristiana - che in altri tempi era stata, a quanto si dice, sua amante.
- La madre di Charousek - mi venne fatto repentinamente di pensare.
- Non ne conosce il nome, Mirjam?
Mirjam scosse il capo. - No, ma caso mai l'interessasse - vuole che me ne informi?
- Ma neanche per idea, Mirjam, la cosa m' del tutto indifferente, (m'accorsi dalla lucentezza del suo sguardo che s'era lasciata prendere dalla foga del discorso. Mi proposi di fare il possibile perch non tornasse a fissarsi sul pensiero di prima) - quel che piuttosto m'interessa vivamente  il suo accenno di poco fa. - La ventata della giovent, - per intenderci. - Suo padre, suppongo, non sarebbe di certo capace d'imporle uno sposo purchessia.
Ella rise allegramente:
- Mio padre? Che dice mai?
- E allora posso dirmi ben fortunato.
- E perch? - domand lei senza sospetto.
- Perch cos posso farmi ancora delle illusioni.
Non era che uno scherzo, n lei per altro lo prese. Il che non imped per che si voltasse di scatto e raggiungesse la finestra per non farmi vedere che arrossiva.
Per toglierla d'imbarazzo riattaccai:
- Nella mia qualit di vecchio amico vorrei pregarla di una sola cosa: di mettermi a parte, cio, dei suoi segreti, quando un evento del genere sia venuto a maturazione. - O pensa piuttosto di restar nubile per sempre?
- No! No! No! - replic lei con un'energia che mi fece sorridere senza volerlo. - Verr bene il momento in cui dovr sposarmi.
- Ma sicuro! ma si capisce! - commentai.
Divent nervosa come una sedicenne.
- Ma possibile che non possa parlare sul serio neppure un minuto Lei, signor Pernath? - Obbedii subito dando al mio viso l'aria grave di un direttore didattico, ed ella prosegu: - Dunque: quando dico che una volta mi toccher bene maritarmi, ci significa che per quanto finora io non mi sia mai data pena di scervellarmi intorno a tanti particolari, non capirei davvero il senso della vita, se ammettessi d'esser venuta al mondo donna per restar senza figli.
Era la prima volta da quando la conoscevo che la femminilit m'appariva nei suoi tratti.
- Spesso sognando - prosegu lei a bassa voce - mi vien fatto di pensare, come ad uno scopo finale, al fondersi di due esseri in un essere solo, al fondersi in quello - non ha mai sentito parlare dell'antico culto egiziano d'Osiris? - che l'ermafrodito vuol forse come simbolo significare.
Sussultai e mi raccolsi in uno sforzo d'attenzione: - L'ermafrodito?
- Voglio dire: il magico congiungimento di ci che nell'umano genere  maschile e femminile, in un semidio. Come scopo finale! - No, non come scopo finale, come principio di una nuova via, eterna - senza fine.
- E spera Lei, di trovare un giorno - le domandai colpito - colui che cerca? - Non pu darsi forse ch'egli viva in un paese lontano o che addirittura non esista su questa terra?
- Non son io che posso saperlo - rispose ella con semplicit - a me non resta che aspettare. Se lo dividono da me il tempo e lo spazio, cosa che non credo, perch dunque io dovrei essere legata qui, a questo ghetto? - o da lui separata dagli abissi del reciproco non riconoscersi? - Se non dovessi trovarlo, la mia vita non avrebbe avuto scopo alcuno, e sarebbe stata il gioco distratto d'un demone idiota.
- Ma per favore, per favore, non ne parliamo pi - mi supplic. - Quando solo se ne formuli il pensiero, un sapore terreno, pesante vi si viene ad aggiungere ed io non vorrei....
S'arrest di colpo.
- Cos' che non vorrebbe, Mirjam?
Fece un gesto della mano. S'alz rapidamente e disse:
- Visite per Lei, signor Pernath!
Il frusco d'una veste di seta nel corridoio.
Impetuoso bussare alla porta. Poi:
- Angelina!
Mirjam si mosse per andarsene. La trattenni:
- Permettano che le presenti: - la figlia di un mio caro amico - la signora duchessa....
- Passare in carrozza da queste parti  un affar serio. Il lastrico  tutto a pezzi. Quand' che si decider a lasciar questa tana, signor Pernath?  inumano abitare qui. Ma scusi; fuori sgela la neve, giubila il cielo e comunica ai cuori la sua festa incontenibile, e Lei se ne sta qui come un vecchio rospo nel pantano.... - poi, del resto, senta, senta un po'! Sono stata ieri dal mio gioielliere, e m'ha detto, m'ha detto che Lei  il pi grande artista, il pi fine intagliatore di gemme che esista, forse, anzi il pi grande che sia vissuto mai! - Angelina chiacchierava, chiacchierava, come una fresca cascatella. Ne ero affascinato. Non vedevo pi che i suoi occhi azzurri e stellanti; i suoi piedini imprigionati nelle minuscole scarpine di lacca, il viso capriccioso che sbocciava chiaro dalla molle pelliccia - i suoi piccoli lobi rosati.
Non si concedeva neppure il tempo di respirare.
- La mia carrozza aspetta all'angolo. Temevo gi di non trovarla in casa. Spero che non abbia gi fatto colazione; no, vero? E allora, andiamo, - s andiamo - dov' che vogliamo andare prima? Andremo prima di tutto - aspetti - ecco: forse al parco, oppure semplicemente in un posto qualunque, all'aria aperta, dove s'intuisce quasi nell'aria il germogliare segreto d'ogni cosa. Venga, venga, prenda il cappello, poi verr a colazione da me - e noi chiacchiereremo fino a sera. E prenda il cappello! Si sbrighi! Cos' che aspetta? - Sotto c' una coperta calda e morbida morbida; noi ci ficcheremo dentro, ci copriremo fino agli orecchi e poi via in carrozza, caldi caldi e stretti stretti. Va bene?
Che dovevo dire?! - Stavo parlando proprio adesso con la figlia del mio amico di una passeggiata in carrozza.
Prima ancora che potessi finire, Mirjam aveva preso congedo in fretta da Angelina.
L'accompagnai fino alla porta per quanto amichevolmente ella se ne schermisse.
- Senta, Mirjam, senta, non posso dirglielo qui sulle scale, s, non posso dirle quanto affetto Le porti e come preferirei mille volte restar con Lei anzich....
- Non faccia attendere la signora, signor Pernath - ella insistette. - Arrivederla e buon divertimento!
Lo disse cordialmente, con schiettezza, senza finzione; io vidi per spegnersi, negli occhi di Lei, ogni splendore.
Rapidamente scese le scale. A me la pena stringeva un nodo alla gola.
E fu come se un mondo mi si sprofondasse.
... 
... 
Sedevo come un ebbro a fianco di Angelina. La vettura passava a corsa sfrenata per le strade piene di gente.
Un mareggiare di vita intorno a me. Non distinguevo, mezzo intontito, che le piccole macchie di luce del quadro che rapido s'andava svolgendo innanzi al mio sguardo: gioielli rutilanti negli orecchini, morbide nevi di boa, lucide tube, candidissimi guanti femminili, un cagnolino dal collare rosa che s'avventava abbaiando contro le ruote, morelli focosi in corsa rapidissima tra i guizzi delle bardature d'argento, una mostra da cui venivano i mille barbagli di coppe piene di vezzi di perle e di scintillanti monili - serici splendori intorno a snelle anche verginali.
Il vento frizzante che ci mordeva il viso, mi faceva sentir doppiamente il perturbante calore del corpo d'Angelina.
Ai crocicchi i poliziotti balzavano indietro deferenti al turbinoso passaggio del cocchio.
Poi si sbocc a piccolo trotto sul lungo fiume che pareva diventato un'unica teoria di vetture e davanti alle rovine del ponte di pietra dove una folla di gente curiosa sostava commentando.
Ma non volsi che di sfuggita lo sguardo da quella parte: - una sola parola dalla bocca di Angelina, le sue palpebre, il rapido gioco delle sue labbra - tutto, tutto mi pareva senza paragone pi importante dello spettacolo dei piloni che opponevan le spalle al barcollante assalto delle natanti lastre di ghiaccio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
I viali d'un parco. Poi - terra battuta, elastica. Quindi frusco di fogliame sotto gli zoccoli equini, aria umida, arborei giganti senza foglie pieni di nidi di cornacchie, spento verdeggiar di prati con bianche isole sperse di neve in isgelo - tutto mi passava dinanzi come l'ombra di un sogno.
Con poche brevi parole, quasi indifferenti, Angelina accenn al dottor Savioli.
- Ora che il pericolo  passato - disse con una spontaneit infantile e piena di fascino, - e so che anche a lui va meglio, tutta questa storia mi sembra terribilmente noiosa. - Voglio tornare ancora a godere, chiudere gli occhi, tuffarmi nella spuma scintillante della vita. Credo che tutte le donne sien fatte cos. Manca loro unicamente il coraggio di confessarlo. Oppure sono tanto stupide che non se n'accorgono nemmeno. Non lo crede anche Lei? - Non stette neppure a sentire ci che le rispondevo. - Del resto le donne non m'interessano punto. Lei non deve credere gi ch'io lo dica per adulare: ma, sinceramente, l'aver vicino un uomo simpatico mi piace mille volte di pi della conversazione quanto si voglia intelligente con una donna, sia pure di molto ingegno. Si finisce sempre per chiacchierare d'un monte di futilit. - O, al massimo, d'acconciature, di toilettes. Bel sugo! La moda non cambia poi ogni secondo giorno. - Quanto sono fatua, vero? - domand d'un tratto con civetteria, s che, ammaliato da tanto fascino, durai fatica a non serrar tra le mani quella testolina e baciarla sul collo - dica dica, che sono molto fatua!
Ella mi si strinse ancora pi contro. M'aderiva tutta.
La carrozza abbandon il viale, costeggiando boschetti di piante ornamentali rivestite di paglia, simili, in quella loro acconciatura, a torsi mostruosi senza capo n membra.
Sui banchi qualche coppia prendeva il sole e ci seguiva con lo sguardo, testa contro testa.
Restammo per un po' silenziosi seguendo il corso dei nostri pensieri. Com'era diversa Angelina da quella finora vissuta nella mia fantasia! - Mi pareva quasi che appena adesso nascesse per me alla realt.
Era lei, era proprio lei la signora che avevo confortato allora in Duomo?
Non riuscivo a staccare lo sguardo dalla sua bocca semiaperta.
Ed essa continuava a tacere. Pareva intenta a inseguir l'imagine d'un sogno.
Il cocchio svolt passando sull'umido tappeto di un prato.
C'era nell'aria un afrore di terra che si risveglia.
- ....Sa.... - signora....
- Mi chiami Angelina - mormor lei.
- Sa, Angelina, - che, - che stanotte non ho fatto che sognar di Lei? - proruppi dopo uno sforzo.
Fece un piccolo gesto repentino come se volesse liberare il suo braccio dal mio e mi guard, spalancando gli occhi. - Strano! Ed io di Lei. - E in questo momento pensavo - la stessa cosa.
Il discorso torn ad arenarsi ed indovinammo entrambi d'aver fatto il medesimo sogno.
Me lo diceva l'inquietudine del suo sangue. Il braccio che teneva contro il mio petto era scosso da un appena sensibile tremolo. Cerc di guardar subito fuori della vettura per sottrarre dal mio il suo sguardo spaurito.
Lentamente portai alle labbra la sua mano, la sguainai adagio adagio dal candido guanto profumato e, pazzo d'amore, premetti i denti contro il suo pugno chiuso.
... 
... 
Qualche ora dopo ridiscendevo come un ebbro in citt, avvolto dalle nebbie della sera. Imboccavo a caso le strade e a lungo m'aggirai, senza saperlo descrivendo un circolo.
Mi trovai infine sul lungofiume chinato sopra una ringhiera di ferro a fissar lungamente le onde romoreggianti.
Sentivo ancor sempre le braccia d'Angelina intorno alla nuca, vedevo tuttavia la vasca di pietra della fontana zampillante presso la quale gi un'altra volta, tant'anni fa, c'eravamo congedati. Dentro natavano ancora, macerandosi, le foglie d'olmo e lei mi passeggiava accanto, proprio come poco fa, la testa abbandonata sulla mia spalla, silenziosamente, traverso il parco freddo e crepuscolare del suo castello.
Mi sedetti su di una panca e mi tirai sugli occhi le falde del cappello: per poter sognare.
Muggivano le acque contro la diga e quello sciabordare ingoiava gli ultimi guizzanti romori della citt che andava a dormire.
Se, di quando in quando, nell'avvolgermi meglio dentro al mantello, alzavo lo sguardo, vedevo il fiume ingoiato da ombre sempre pi fitte fino a trascolorare, come vinto dalla gravezza della notte, in un grigiore nerastro su cui la spuma della sassaia tracciava, fino alla riva opposta, un nastro d'abbacinante candore.
Rabbrividivo al pensiero di dover tornare alla mia casa tristissima.
La magnificenza d'un breve pomeriggio aveva fatto di me, definitivamente, un estraneo nella sua stessa dimora.
Il giro di poche settimane, di alcuni giorni forse.... e la felicit sarebbe vanita - lasciando, come unica traccia, un dolce ricordo di melanconia.
E poi?
Poi sarei diventato un senza-patria, ivi e quivi, di qua e di l dal fiume.
M'alzai. Volevo vedere ancora una volta, oltre la cancellata del parco, il castello dietro le cui finestre dormiva lei - prima di ritornare nell'oscurit del ghetto. - Mi diressi dalla parte donde ero venuto, camminai tastoni tra la nebbia lungo file di case, oltre piazze assonnate, vidi emerger minacciosi neri monumenti, e garritte solitarie, e marmoree volte su facciate barocche. Il fioco lume d'una lanterna s'allargava oltre gli acquei vapori in un alone infinito d'anelli fantastici dal colore di un'iride sbiadita, si tramutava in un occhio color giallo appannato e si dissolveva nell'aria dietro alle mie spalle.
Il mio piede tentava gli ampi gradini d'una scala di pietra cosparsa di ghiaia. Dove mi trovavo? In una strada affossata che saliva ripidamente?
I muri lisci d'un giardino a destra e a sinistra? I rami nudi d'un albero vi fan capolino. Calano dal cielo: il tronco si nasconde dietro la parete di nebbia.
Qualche frasca secca e sottile si spezza non appena il mio cappello la sfiora e cade lungo il mantello nel grigio abisso nebbioso che mi nasconde i piedi.
Poi un punto luminoso: - una solitaria luce lontana - chi sa dove - misteriosa - tra cielo e terra.
Dovevo aver sbagliato strada. Non poteva esser che "l'antica scala del castello"(15) presso i declivi dei giardini Frstenberg.
Lunghi tratti di terra melmosa. - Una via lastricata.
Un'ombra massiccia s'erge altissima, con sulla testa un berretto nero e rigido: "La Daliborka" ovvero la torre della fame in cui gli uomini avevano un giorno languito mentre sotto nella "Fossa dei cervi"(16) i re facevan la battuta della selvaggina.
Una viuzza stretta e ad anse, munita di feritoie, un camminamento a chiocciola largo appena tanto da potervi passar le spalle: - ed ecco che mi trovavo davanti ad una fila di casette nessuna delle quali era pi alta di me.
Stendendo il braccio potevo toccarne i tetti.
Ero capitato nel "Vicolo dell'oro"(17) dove nel medioevo gli alchimisti avevan fatte le loro misture cercando la pietra filosofale e avvelenando coi loro scongiuri i raggi lunari.
Per uscir di l non v'era altra via fuor di quella da cui provenivo.
Ma cercai invano la breccia da cui m'ero introdotto, - e andai invece a sbattere contro un cancello di legno. . . .
Inutile: bisogna che svegli qualcuno perch m'insegni la strada, mi andavo dicendo. Strana cosa che qui la via sia sbarrata da una casa - pi grande delle altre, e abitabile, a quanto pare! Non so davvero ricordarmi d'averla vista altre volte.
Dev'esser tinta di bianco: altrimenti come tralucerebbe cos chiara traverso la nebbia?
Apro il cancelletto, percorro una stretta aiola, premo la faccia contro i vetri: - buio pesto. Busso alla finestra. - Ed ecco l dentro un vegliardo che esce da una porta con in mano una candela accesa, s'avanza fino in mezzo alla stanza a passo lento e affaticato, s'arresta, gira lentamente la testa verso le ritorte alchimistiche polverose e verso i lambicchi appesi alla parete, fissa soprapensiero le gigantesche tele di ragno agli angoli dei muri e poi volge fulmineamente lo sguardo su di me.
L'ombra delle sue mascelle gli si addentra nelle occhiaie sicch sembrano vuote come quelle d'una mummia.
Egli, evidentemente, non mi vede.
Busso sul vetro.
Egli non mi sente. - Esce, in silenzio come un sonnambulo, dalla stanza.
Attendo. Invano.
Batto al portone: nessuno viene ad aprire.
... 
... 
Non mi rest altro da fare che andar in cerca della via d'uscita, finch la trovai.
... 
Forse  meglio di tutto ch'io torni in mezzo alla gente, conclusi dopo averci pensato su un pochino. - Tra gli amici: Zwakh, Procopio, Vrieslander. Li avrei trovati di certo alla trattoria "Zum alten Ungelt" - Cos, tanto per liberarmi in qualche modo, e fin che fosse possibile, da quella sete dei baci d'Angelina che mi torturava. Detto, fatto. Rapidamente m'avviai.
... 
... 
Terzetto macabro, li trovai che sedevano uno accanto all'altro intorno al vecchio tavolo tarlato - tutti e tre col sottile cannello della loro pipa di coccio bianco tra i denti nel locale pieno di fumo.
Quasi impossibile distinguerne i tratti. I muri anneriti ingoiavano letteralmente la grama luce proveniente dall'antiquata lampada sospesa.
In un canto, intenta a far la solita calza, l'ostessa dall'et imprecisabile, allampanata come un fuso, di poche parole, con quell'occhio senza sguardo e il naso giallo a becco d'anitra!
Coperte d'un rosso sbiadito appese davanti a porte chiuse, cos che le voci dei clienti nelle stanze vicine non arrivavano all'orecchio che come il bruso d'un alveare.
Vrieslander, con quel cappello a cono dalla falda dritta ficcato in testa, con quei mustacchi, con la sua faccia color grigio-piombo e con una cicatrice sotto l'occhio, pareva un olandese annegato in qualche secolo di cui non restasse memoria. Giosu Procopio s'era ficcato una forchetta nella ricciuta chioma da musicista e tamburellava continuamente con le sue lunghe ossute dita spettrali e guardava ammirato Zwakh, occupato a mettere intorno ad un panciuto fiasco d'Arak la gonnella d'una marionetta.
- Verr fuori Babinski - mi spieg Vrieslander con grande seriet - Lei non sa chi era Babinski? Zwakh, racconti subito a Pernath chi era Babinski!
- Babinski - cominci tosto Zwakh senza staccare per nemmeno un secondo gli occhi dal suo lavoro -  stato in altri tempi un assassino, molto rinomato a Praga. - Egli esercit per molti anni il suo mestiere riprovevole, senza che nessuno se ne accorgesse. A poco a poco per nelle migliori famiglie s'and notando l'assenza all'ora dei pasti or dell'uno or dell'altro membro della prosapia che, una volta spariti, non si facevano pi vivi.
Ora, per quanto sulle prime si tacesse per i lati buoni che la faccenda presentava, come quello, ad esempio, di aver da cucinare di meno, occorreva d'altra parte considerare com'era facile, non scomponendosi, che il buon nome in societ avesse a soffrirne e come si potesse esser fatti argomento di chiacchiere.
Specie trattandosi della scomparsa senza tracce di figliole in et da marito.
L'alto rispetto per se stessi imponeva oltreci di dar un certo peso alla morale borghese della famiglia in quelli che ne potevan essere i riflessi verso l'esterno.
Gli avvisi economici: - Torna presto, tutto  perdonato - che di giorno in giorno aumentavano - circostanza con cui Babinski, sconsiderato come la maggior parte degli assassini, non aveva fatto i conti - attirarono alla fine l'attenzione di tutti.
Nel piccolo, ridente villaggio di Kitsch presso Praga, Babinski che in fondo aveva un carattere spiccatamente idilliaco, era riuscito a crearsi col tempo, e grazie l'indisturbata attivit sua, un nido piccolo s, ma pieno d'intimit. Una casetta linda linda con davanti un giardinetto di gerani in fiore.
E come le sue entrate non gli consentivano d'acquistar nuove terre, si vide costretto, per seppellire le salme delle sue vittime senza dar nell'occhio, a farlo, anzich sotto un'aiola fiorita - come avrebbe tanto desiderato - sui margini erbosi d'una collina sepolcrale, modesta quanto si voglia, ma adatta alla circostanza, indicatissima anzi, e che aveva almeno il vantaggio d'offrirgli, senza che dovesse darsene pena, un'area che poteva estendersi a seconda che le necessit dell'azienda - o della stagione - lo richiedessero.
Ogni sera Babinski soleva riposarsi dalle fatiche d'una giornata laboriosa in quella localit consacrata, seduto ai raggi del sol morente e suonando sul flauto ogni sorta di patetiche melodie.
- Alt! - interruppe bruscamente Giosu Procopio e, cavando di tasca la chiave di casa, se la port alle labbra come un clarinetto e si mise a cantare:
- Zimzerlim, zambusla - deh.
- Mi scusi, o che forse ci stava allora Lei, che conosce cos bene la melodia? - domand con meraviglia Vrieslander.
Procopio lo guard brutto: - No. E per di pi Babinski  vissuto troppo tempo fa. Ma quello che pu aver suonato, io che sono compositore ho da saperlo meglio degli altri. Lei non ha nessun diritto di giudicare: che ne capisce Lei di musica? - Zimzerlim - zambusla - busla - deh.
Zwakh stette ad ascoltare stupto fino a che Procopio rimise in tasca la chiave. Poi continu:
- L'elevarsi continuo della piccola quota insospett a poco a poco i vicini e si deve ad un poliziotto del sobborgo di Zizkov, cui riusc una volta di veder da una certa distanza Babinski occupato a strozzare una vecchia signora della buona societ, la definita cessazione dell'attivit egoistica di quel mostro.
Babinski venne arrestato nel suo eremo.
La Corte d'Assise, concedendogli le attenuanti dovute all'ottima riputazione fino allora goduta, lo condann alla pena di morte per capestro e incaric nel contempo la ditta, Fratelli Leipen - vendita di cordami all'ingrosso e al minuto - di fornire ad un alto funzionario dello Stato, a modici prezzi e contro ricevuta, tutti gli utensili necessar al supplizio che rientrassero in qualche modo nella sua branca d'attivit.
Ma nel fatal momento la corda si spezz e a Babinski la condanna fu commutata in galera a vita.
L'assassino scont vent'anni della sua pena dietro le mura di San Pancrazio senza che mai un rimprovero partisse dalle sue labbra - oggi ancora il corpo degli impiegati di quell'istituto s'effonde in lodi sul suo contegno esemplare. Gli fu perfino concesso, allora, di suonar di quando in quando il flauto nelle ricorrenze del genetliaco del nostro beneamato, graziosissimo Sovrano.
Procopio mise immediatamente mano alla chiave di casa, ma Zwakh glielo imped.
- Grazie ad un'amnistia generale venne condonato a Babinski anche il resto della pena e lo si colloc, in qualit di portinaio, al Convento delle "Suore di Carit".
Il facile lavoro d'ortolano, cui contemporaneamente aveva l'obbligo di dedicarsi, gli portava via cos poco tempo, grazie alla grande destrezza acquisita da lui nel maneggio del badile durante l'esercizio della sua precedente attivit, che pot, a suo agio, elevare il cuore e lo spirito con frequenti e sceltissime letture.
I risultati che ne derivarono furono oltremodo edificanti.
Ogni qualvolta, di sabato sera, la superiora lo mandava all'osteria perch si svagasse un poco, egli tornava puntualmente a casa prima che annottasse e sempre lamentandosi del gran dolore che gli dava la generale rilassatezza dei costumi e il veder tanta gente sospetta, e della peggior specie, aggirarsi di nottetempo per le strade cos da costringere gli amanti del quieto vivere a ritirarsi prudentemente in casa prima che fosse tardi.
Fu proprio in quel torno di tempo che i figurinai in cera di Praga ebbero l'immorale idea di esporre al pubblico certe statuette con un piccolo mantello rosso sulle spalle che pretendevano di rappresentare il brigante Babinski.
Non v'era forse nessuna tra le famiglie in lutto che ne fosse sprovvista.
Di solito per stavano esposte nelle mostre dei negozi sotto campane di vetro e non v'era cosa che potesse irritar tanto Babinski, quanto la vista d'una di quelle figurine di cera.
 una cosa assolutamente indegna e che testimonia di una singolare rozzezza d'animo, questo continuo rinfacciare ad un uomo i suoi errori di giovent, soleva esclamare Babinski in quei casi "ed  veramente deplorevole che nulla si faccia da parte dell'autorit per metter fine a tanto e pubblico sconcio".
Perfino sul suo letto di morte egli ebbe ad esprimersi in questo senso.
E non invano, perch poco dopo l'autorit dispose che fosse proibita la vendita delle scandalose statuette babinskiane ... Zwakh tracann un mezzo bicchiere di ponce e tutti e tre ghignarono diabolicamente. Poi volse la testa con aria circospetta verso l'ostessa incolore ed io la scorsi intenta ad asciugarsi una lacrima furtiva.
... 
- Beh, e Lei non ci racconta nulla? Preferisce - naturalmente - bere a sbafo, dimostrando cos la sua gratitudine per il godimento artistico che le  stato offerto, o ristorarsi per la fatica sostenuta nell'ascoltare. Non  cos, stimatissimo collega e intagliatore di gemme? - mi domand Vrieslander dopo un lungo e generale silenzio meditativo.
Raccontai loro la mia camminata in mezzo alla nebbia.
Quand'arrivai, narrando, a dire della casa bianca che avevo visto, tutti e tre si tolsero per l'emozione la pipa di bocca e, finito che ebbi, Procopio dette un gran pugno sul tavolo ed esclam:
- Ma questo  un vero....! Non v' una leggenda, una, dico, che questo Pernath non riviva di persona. - A proposito di quella storia del Golem - ricorderete? Ebbene  chiarita ogni cosa.
- Chiarita come? - domandai sbalordito.
- Lei conosce di certo Hascile, il mendicante ebreo, quello pazzo? No? Ebbene: il Golem non era altri che Hascile.
- Il Golem  un mendicante?
- Sicuro. Hascile era il famoso Golem. Oggi dopopranzo lo spettro se la passeggiava glorioso e trionfante per la Salnitergasse, di pieno, nel suo famigerato costume del diciasettesimo secolo, e fu cos che un acchiappacani gli tir il laccio riuscendo magnificamente nell'operazione.
- Ma che diavolo dice? Io non ci capisco nulla - scattai.
- Ma se le dico ch'era proprio lui, Hascile! Quegli abiti li aveva trovati tempo fa, mi dissero, dietro un portone. - Ma torniamo piuttosto a parlare della famosa casa bianca. La cosa m'interessa enormemente. Un'antica leggenda narra infatti di una casa nella via degli alchimisti, visibile solo quando  tempo nebbioso e, per di pi, soltanto ai "figli dell'oca bianca". La si chiama "Muro all'ultima lanterna". Chi sale lass di giorno non vede che una gran pietra grigia e dietro il vuoto: - un salto di parecchi metri sopra la "Fossa dei cervi". Lei pu dirsi fortunato, caro Pernath, di non aver fatto un passo di pi: altrimenti sarebbe caduto di sotto rompendosi senz'altro l'osso del collo.
Si dice che sotto la pietra sia sepolto un tesoro incalcolabile e ch'essa sia stata messa l dall'ordine dei "fratelli asiatici" cui si attribuisce la fondazione di Praga. Doveva servire di fondamento ad una casa in cui alla fine dei secoli dovrebbe prender dimora un uomo - o, per meglio dire, un ermafrodito - un essere met uomo e met donna. E costui porter nello scudo una lepre, - tra parentesi: la lepre era il simbolo d'Osiris ed  a ci che risale il costume della lepre pasquale.
Fino a che il tempo non sia venuto, Matusalemme in persona, se si ha da credere alla leggenda, vigila il posto perch Satana non abbia a fornicare con la pietra e insieme ad essa concepire un figliolo: il cosidetto Armilos. - Non ha mai sentito parlare di codesto Armilos? - si sa perfino l'aspetto che dovrebbe avere (cio, i rabbini pi anziani lo sanno) - se, putacaso, dovesse venire al mondo, avrebbe capelli d'oro legati a ciuffo dietro la nuca e spartiti in quattro, occhi falciformi e braccia lunghe fino ai piedi.
- Varrebbe quasi la pena di disegnarlo, questo dandy singolare - borbott Vrieslander cercando una matita.
- Dunque, caro Pernath, se una volta o l'altra le capitasse la fortuna di diventare un ermafrodito e di trovare, cos, per incidente, un tesoro - concluse Procopio - non dimentichi, la prego, ch'io le sono stato sempre un ottimo amico.
Io non avevo voglia di scherzare, anzi sentivo un certo vago stringimento al cuore.
Zwakh se ne doveva essere accorto, pur non comprendendone il motivo, perch subito mi venne in aiuto:
-  in ogni modo curiosissimo, vorrei dire quasi sconcertante, che a Pernath sia accaduto d'aver una visione sul posto cos strettamente connesso a un'antichissima leggenda. - Ecco dei collegamenti dalle cui tenaglie sembra che un uomo non possa liberarsi, a meno che l'anima sua non sia capace di vedere forme la cui percezione si sottragga al controllo del tatto. - Che volete mai: l'ultrasensibile  per me, pi d'ogni altra cosa, pieno di fascino. - Non vi pare?
Vrieslander e Procopio s'eran fatti seri e a ognuno di noi rispondere sembr superfluo.
- Che ne pensa lei, Eulalia? - fece Zwakh voltandosi indietro e ripetendo la domanda.
La vecchia ostessa si gratt la testa col ferro da calza, sospir, arross e disse:
- Ma la smetta! - non faccia il cattivo.
... 
- C'era oggi nell'aria, per tutto il giorno, una cos fottuta tensione - incominci Vrieslander cessate che furono le nostre risate - che non sono stato capace di prender in mano il pennello. Non potevo cacciarmi di mente la Rosina e quella sera che ballava in frak.
- L'hanno poi ritrovata? - domandai.
- Altro che ritrovata! La polizia che sorveglia i lupanari se l' voluta scritturare per un periodo piuttosto lungo. Che abbia dato nell'occhio - quella sera, da Loisitschek - al signor commissario? - Fatto si  che adesso - si d d'attorno straordinariamente e contribuisce non poco all'incremento dell'industria del forestiero nel quartiere ebraico. In cos poco tempo ha fatto, del resto, dei progressi incredibili.  proprio in gamba. Te lo dico io.
- Quando si pensa a quel che una donna riesce a tirar fuori da un uomo facendolo semplicemente innamorare, c', in verit, da stupire - soggiunse Zwakh -. Per metter insieme il danaro che occorre per possederla, quel povero diavolo di Jaromir  diventato artista di punto in bianco. Lo trovi che gira le osterie e che ritaglia silhouettes per gli avventori cui piace quella specie di ritratti.
Procopio, che non aveva sentita la chiusa, si lecc le labbra:
- Davvero?  diventata cos bella la Rosina?  Lei gi riuscito a darle qualche bacetto, Vrieslander?
L'ostessa s'alz di scatto e abbandon, con indignazione, la stanza.
- 'sta verginella! Non le manca altro. - Attacchi di virt. Ma guarda che roba! - le borbott dietro Procopio, irritato.
- Che vuol mai,  andata via proprio quando meno toccava. E del resto aveva per l'appunto finita la calza - fece Zwakh per abbonirlo.
... 
L'oste port degli altri ponci e i discorsi cominciarono a poco a poco a farsi soffocanti. Troppo perch non avessero a comunicarmisi al sangue, febbricitante come sentivo di essere.
Cercavo di dominarmi, ma pi mi chiudevo in me stesso ripensando ad Angelina, e pi sentivo una fiammata salirmi ronzando alle orecchie.
Mi congedai quasi bruscamente.
La nebbia s'era fatta un po' pi trasparente, mi copriva di ghiaccioli minuti, ma era ancora fitta abbastanza per impedirmi di leggere il nome delle strade e farmi scostare un poco dal cammino che conduceva a casa mia.
Avevo imboccato un'altra strada e volevo per l'appunto tornare indietro, quando m'intesi chiamar per nome:
- Signor Pernath! Signor Pernath!
Mi volsi, guardai in alto:
Nessuno!
Un portone aperto, una piccola, discreta lampada rossa mi sbadigli accanto e scorsi - o mi parve - una figura chiara in fondo all'androne.
Di nuovo: - Signor Pernath! Signor Pernath! - Come in un soffio.
Entrai stupito nel sottoportico - calde braccia femminili s'avvinghiarono allora al mio collo e, al raggio di luce che usciva dal vano d'una porta lentamente socchiusa, vidi ch'era Rosina quella che si stringeva a me con tanto ardore.

15. SERPI.
Giornata grigia, cieca.
Avevo dormito fin verso mezzod, senza sogni, opacamente, come un colpito da catalessi.
La mia vecchia serva o non era venuta o s'era scordata d'accendere il fuoco.
Vecchia cenere nella stufa.
Polvere sui mobili.
Il pavimento non spazzato.
Camminavo su e gi tremando dal freddo.
Nella stanza c'era un sito nauseabondo di acquavite. Il mantello e gli abiti puzzavano di tabacco.
Spalancai la finestra, la richiusi: - il soffio gelato, il putrido afrore che venivan su dalla strada erano insopportabili.
Passeri tutti zuppi stavano immobili, fuori, sulle grondaie.
Ovunque girassi lo sguardo, null'altro che accidia incolore. Dentro di me umida nebbia, pantano abulico.
Quel cuscino sulla poltrona - Dio come era sfilacciato!
Bisognava che lo mandassi dal tappezziere - ma no, restasse pur cos - per tutto il tempo della mia vita senza scopo, andasse pure a rotoli tutto!
E l, guarda l alle finestre che desolazione ossessionante quelli stracci di tendine!
Perci non le attorcigliavo e non mi ci appendevo?!
Non avrei pi veduto, per lo meno, tutte queste cose che offendon la vista, e questa grigia desolante esistenza sarebbe finita - una volta per sempre.
Ma s! Era il meglio che si potesse fare. Farla finita.
Oggi stesso.
Adesso proprio - stamattina. E senza andar a mangiare. - Nauseante idea quella di togliersi da questo mondo a stomaco pieno! Andar sottoterra, star disteso nell'umidit avendo nel ventre cibi non digeriti che si putrefanno.
Non splendesse pi il sole almeno, non facesse brillare al cuore inconscio la sfacciata bugia della gioia dell'esistenza.
No! non mi sarei pi fatto giocare, non volevo pi continuare ad esser lo zimbello di un destino subdolo e senza scopo che a tratti mi sollevava ai cieli per poi rigettarmi nel fango solo perch riconoscessi che tutto in questo mondo  perituro, cosa che gi sapevo da quel d; che ogni bambino sa, che sanno perfino i cani in istrada.
Povera, povera Mirjam! - Potessi almeno aiutar lei!
Ma ora occorreva prendere una decisione, seria, irrevocabile, prima che l'istinto di conservazione si ridestasse in me illudendomi con nuovi miraggi.
A che m'eran poi serviti tutti quei messaggi dal regno dell'immarcescibile?
A nulla, proprio a nulla.
O forse soltanto a farmi camminare in circolo com'un ebbro perch adesso sentissi questa terra come il pi intollerabile dei tormenti.
Non c'era da far che una cosa.
Feci a memoria il conto del danaro che avevo in deposito alla banca.
S, s, non occorreva far altro. Era l'unica minuscola cosa che tra tutte le inani azioni della mia vita poteva avere ancora qualche valore.
Metter insieme tutto quanto possedevo - quelle poche gemme che stavano nel cassetto - farne un involtino e mandarlo a Mirjam. Sarebbe servito a liberarla, almeno per qualche anno, dalle preoccupazioni della vita quotidiana. Poi non mi restava che scrivere una lettera ad Hillel per spiegargli com'era andata la faccenda del "miracolo".
Lui solo poteva aiutarla.
Sentivo che avrebbe trovato senza dubbio il modo di venirle incontro.
Radunai le pietre preziose, me le misi in tasca, guardai l'orologio: se alla banca ci andavo subito - tutto potrebbe esser sbrigato in un'ora.
E poi comprare un mazzo di rose rosse per Angelina!
Il dolore il desiderio selvaggio m'urlavano dentro. - Un giorno, un solo giorno vorrei vivere ancora!
Ma a quale scopo? Per rivivere forse la stessa soffocante disperazione?
No! non aspettare un minuto di pi. Affior in me qualcosa come la pacata soddisfazione di non essermi lasciato vincere.
Guardai intorno. Mi rimaneva dell'altro da fare?
Ah giusto: quella lima. Me la cacciai in tasca con l'intenzione di buttarla, giunto che fossi in istrada, come gi altra volta m'ero proposto.
Odiavo la lima! Poco era mancato che per essa non fossi diventato assassino.
... 
E chi era che veniva a seccarmi, ora?
Era il rigattiere.
- Un momento solo, signor cavaliere Pernath - mi preg scombussolato quando gli feci capire che non avevo tempo da perdere - proprio un momentino solo. Due sole parole.
Aveva il viso inondato di sudore e tremava dall'emozione.
- Si pu parlare qui senz'essere disturbati, signor cavalier Pernath? Non vorrei che - ecco - che Hillel ricapitasse. Non sarebbe meglio che Lei chiudesse la porta o che andassimo addirittura nell'altra stanza? - egli mi tir dietro col suo selvaggio impeto abituale.
Poi si guard intorno pavidamente, una o due volte, e mormor a voce rauca:
- Ci ho pensato su, sa - a quella storia dell'altra volta.  meglio fare cos. Tanto non si combina niente. Inteso? Quel ch' stato  stato.
Cercai di leggergli le intenzioni negli occhi.
Egli sostenne il mio sguardo, ma strinse con mano convulsa la spalliera della poltrona. Durava un'improba fatica.
- Ne ho piacere, signor Wassertrum - dissi sforzandomi d'essere, a mio potere, cortese - la vita  gi abbastanza triste di per se stessa, perch si cerchi d'amareggiarcela anche pi odiandoci a vicenda.
- Proprio cos. Lei parla come un libro stampato - grugn lui, sollevato, e frugando nelle tasche dei pantaloni tir di nuovo fuori l'orologio d'oro dalle callotte sconquassate. - E perch desidero dimostrarle le mie buone intenzioni, io proprio la pregherei d'accettare questa piccolezza che le offro in dono.
- Ma che le salta in mente? - feci, schermendomi - Lei non vorr mica credere.... Senonch a questo punto mi ricordai di quel che Mirjam m'aveva detto di lui ed allungai la mano perch non s'offendesse.
Egli non ci fece caso; divent, all'improvviso, bianco come la creta, tese l'orecchio e rantol:
- Ecco! Ecco! lo sapevo io! Hillel anche stavolta: ecco che bussa!
Mi posi in ascolto, tornai in anticamera ed accostai, per tranquillizzarlo, la porta interna.
Questa volta non era Hillel. Charousek si fece avanti, mise un dito traverso le labbra per farmi capire che sapeva chi ci fosse nella stanza accanto e mi affog un secondo dopo, e senza aspettare quel che avrei potuto dirgli, sotto una valanga di parole:
- O venerato ed amatissimo Maestro Pernath, quali parole dovrei usare per manifestarle tutta la gioia che provo nel trovarla a casa solo e in perfetta salute? - Parlava come un attore, e quel suo modo d'esprimersi ampolloso ed innaturale contrastava cos crassamente col suo viso patito, ch'io non potei ascoltarlo senza orrore.
- Mai e poi mai, illustre maestro, avrei osato presentarmi a Lei nelle vesti cenciose in cui certamente Ella m'avr spesso visto in istrada - visto! ma che dico mai? o che forse Lei non m'ha teso spesso, con graziosa degnazione, la mano?
Se oggi posso venire al suo cospetto con un colletto inamidato e un abito pulito - sa Lei, a chi lo devo? Ad una delle pi nobili e - ahim! - troppo sovente incomprese creature della nostra citt. Quando ci ripenso, sento che la commozione mi vince.
Pur vivendo egli stesso in istrettezze, ha sempre il cuore aperto ai bisogni dei poveri e dei diseredati. Quante volte, per lo passato, vedendolo triste alla soglia del suo negozio, ho sentito prepotente il bisogno di corrergli incontro e di stringergli silenziosamente la mano!
Ora pochi giorni fa, mentre passavo,  stato lui a chiamarmi, a regalarmi del danaro e a mettermi cos in condizione da comprare un abito a rate.
E sa, maestro, chi  stato il mio benefattore?
Glielo dico con vero orgoglio, perch da lungo tempo sono stato l'unico ad intuire che cuore, che cuore d'oro batta in quel petto:
 stato - il signor Aronne Wassertrum! -
Compresi naturalmente che Charousek recitava una parte per farsi sentire dal rigattiere che nella stanza accanto stava tutt'orecchi, ma non capii dove volesse andar a sbattere. Comunque, quelle smaccate adulazioni non mi parvero il mezzo pi adatto per darla a bere a Wassertrum che sapevo sospettosissimo. E dalla mia aria poco convinta Charousek dovette di certo indovinare ci che ne pensavo. Perch scosse ghignando la testa, come per farmi intendere che le parole successive m'avrebbero dimostrato che conosceva i suoi polli e che sapeva benissimo come dosare il discorso.
- Sicuro! Il signor - Aronne - Wassertrum! Sento un peso qui, al cuore, non potendo esprimergli personalmente l'infinita gratitudine che gli debbo e la supplico, maestro, di non dirgli mai e poi mai che sono stato qui e che le ho detto ogni cosa. - So che l'egoismo degli uomini l'ha colmato d'amarezza insinuandogli in cuore una profonda, inguaribile - ed, ahi!, quanto purtroppo giustificata sospettosit!
Io sono psicologo, sa, ma basta il mio solo sentimento a dirmi che  meglio che il signor Wassertrum non sappia mai - neppure dalla mia bocca - il concetto altissimo che ho di lui. - Sarebbe quanto seminar dubbi nel suo cuore infelice. Lungi da me tale pensiero.-Preferisco ch'egli mi creda ingrato.
- Maestro Pernath! Io stesso sono un infelice e so, fin dall'infanzia, ci che voglia dire esser solo al mondo e derelitto! Io non conosco di mio padre neppure il nome. N mi  stato dato di vedere la mia mamma mai, nemmeno una sola volta. - La voce di Charousek assunse un tono singolarmente misterioso e perturbante. - E dev'esser stata ella, come fermamente credo, uno di quei temperamenti profondissimi che non sanno dir mai tutta l'immensit del loro amore, un carattere molto affine a quello del signor Aronne Wassertrum.
- Ho una pagina staccata del diario di mia madre - e la tengo qui, sempre qui sul petto. Ivi ella dice d'aver amato mio padre - malgrado la di lui bruttezza - come mai donna mortale am un uomo su questa terra.
- Eppure non sembra ch'ella gliel'abbia detto mai. - Forse per un motivo non diverso da quello che, ad esempio, impedirebbe a me - anche se il cuore me ne desse la forza - di dire al signor Wassertrum quanta gratitudine io senta per lui.
- Ma un'altra cosa ancora risulta da quella pagina di diario, per quanto da me, pi che letta, intuita traverso le frasi rese monche e illeggibili dalle tracce che v'han lasciato le lacrime: mio padre - che la sua memoria sia dispersa in cielo e in terra - dev'essersi comportato con la mia mamma come un bruto.
Charousek cadde improvvisamente in ginocchio con un fracasso che fece tremare il pavimento, e si mise a gridare con una voce cos lacerante ch'io non capii pi se continuasse a recitare o se fosse impazzito:
- Dio Onnipotente, il cui nome l'uomo non deve pronunziare, io sono qui prostrato in ginocchio davanti a te: sia maledetto, sia maledetto, maledetto per l'eternit mio padre!
Egli spezz addirittura coi denti l'ultima parola e stette in ascolto un secondo con gli occhi fuori dell'orbita.
Poi ghign satanicamente. Anche a me parve d'aver sentito nella stanza accanto Wassertrum singhiozzare impercettibilmente.
- Perdoni, maestro - continu, dopo una pausa, Charousek con voce ad arte soffocata "perdoni se mi sono lasciato vincere, ma  ben questo ch'io supplico sera e mattina all'Onnipotente: ch'egli voglia disporre che mio padre, dove anche si trovi, possa un giorno morire la pi orribile tra le morti imaginabili".
Non so perch fui tentato d'interromperlo, ma Charousek non me ne lasci il tempo e continu:
- E adesso, maestro Pernath, permetta che Le parli d'un favore ch'io debbo chiederle:
- Il signor Wassertrum aveva una persona che proteggeva e che amava sopra ogni cosa al mondo - un nipote, a quanto pare. Si dice anzi che fosse suo figlio; ma io mi rifiuto di credervi ch, in tal caso, avrebbe portato senza dubbio l'istesso nome, mentre invece si chiamava Wassory, dottor Teodoro Wassory.
Mi vien sempre da piangere, quando lo ripenso cos com'era. Gli volevo un bene dell'anima, come se stretti vincoli d'amore o di parentela mi legassero a lui.
Charousek singhiozz, come se per l'emozione gli riuscisse a mala pena di continuare.
- Ah! E fu lui, proprio lui, anima santa, che dovette andarsene da questo mondo! Lui, lui!
Per che motivo? Non lo so - non l'ho saputo mai. So soltanto che da s egli s' dato la morte. Arrivai io stesso coi primi chiamati allora in soccorso - ma, ahim! tardi.... tardi.... troppo tardi! E fu allora, stando solo solo, accanto al suo letto di morte a coprir di baci la sua mano fredda e bianca, fu allora - e perch non dovrei confessarglielo signor Pernath? non si tratta gi d'un furto - fu allora che presi una rosa dal petto della salma e m'appropriai della fiala col contenuto della quale l'infelice aveva messo una fine cos repentina alla sua fiorente giovent.
Charousek tir fuori una bottiglietta da preparati farmaceutici e continu con voce tremante:
- Metto l'una e l'altra cosa qui sul suo tavolo: questa rosa appassita e questa fiala. Le ho tenute finora per ricordo del mio amico che non  pi.
- E quante volte nelle ore d'intimo abbandono, desiderando la morte per guarire dalla solitudine disperata della mia vita e dal desiderio che avevo di rivedere la povera mamma mia, quante volte non ho giocato con questa boccetta, non mi sono consolato dolcemente al pensiero che bastava aprire versare il liquido nel fazzoletto ed aspirarlo per andarsene senza sofferenza alcuna nelle sfere dell'al di l dove il mio caro, buon Teodoro si riposa dalle pene di questa nostra valle di lacrime.
E adesso La prego, venerato maestro - e sono venuto da Lei appunto per questo - di prendere entrambe le cose e di portarle al signor Wassertrum.
Gli dir d'averle avute da persona amica del dottor Wassory, alla quale Lei ha promesso per di non svelare il suo nome, - dica magari ch' stata una signora.
Egli lo creder e sar per lui un ricordo, com' stato un caro ricordo per me.
Questo ha da essere il mio ringraziamento segreto. Sono povero ed  tutto quel che posseggo, ma mi rallegro al pensiero ch'entrambe le cose apparterranno d'ora in poi a lui, senza ch'egli possa imaginare che sono stato io ad avergliele donate.
C' in tutto ci qualcosa d'infinitamente dolce anche per me.
E adesso arrivederla, caro maestro, stia bene e permetta che fin d'ora la ringrazi mille e mille volte. -
Egli mi teneva la mano stretta tra le sue, mi strizzava l'occhio e mi bisbigliava - accorgendosi che ancora non capivo - in modo appena percettibile, qualche cosa.
-Aspetti, - signor Charousek, voglio farle strada per le scale - ripetei meccanicamente le parole che gli leggevo sulle labbra ed uscii insieme a lui.
Ci fermammo sul pianerottolo buio del primo piano ed io feci per congedarmi da lui.
- Credo di capire a che cosa tendesse tutta la sua commedia. - Lei - Lei vuole che Wassertrum s'avveleni con quella boccetta. - Glielo dissi fuor dai denti.
- S'intende - ammise Charousek senza scomporsi.
- E mi crede proprio capace di tenerle bordone?
- Non ce n' affatto bisogno.
- Ma non dovrei io stesso portare la boccetta a Wassertrum, come Lei diceva dianzi?
Charousek scosse la testa.
- Adesso che ritorna vedr che se l' gi messa in tasca.
- E come mai pu supporlo? - domandai meravigliato. - Un uomo come Wassertrum non s'ammazza -  troppo vile per farlo - non agisce seguendo impulsi improvvisi.
- E allora Lei non conosce il veleno strisciante della suggestione - m'interruppe Charousek facendosi serio. - Se avessi parlato come si parla di solito, Lei potrebbe aver ragione, ma avevo in precedenza calcolato tutto, anche l'accento della pi piccola frase. Solo il pathos pi repellente pu aver presa sull'animo di simile gena. Creda a me! Ad ogni periodo che pronunziavo avrei saputo riprodurle il corrispondente effetto sulla faccia di colui. Non v' che il tono melodrammatico che, per quanto di perfido gusto, sappia carpire le lacrime a costoro - colpirli al cuore. Non crede forse che si sarebbero gi messi a ferro e fuoco tutti i teatri del mondo, se cos non fosse? Dal loro sentimentalismo si riconoscono le canaglie. Mille poveri diavoli possono crepar di fame e non si piange, ma se un manichino imbellettato torce gli occhi sulla scena, vestito da contadino, ecco che costoro guaiscono come cani a catena. - Anche se Wassertrum, il mio caro pap, dovesse gi domani dimenticare quel che oggi gli tocc.... il cuoricino,  certo che ogni mia singola parola gli torner in mente quando verranno le ore in cui sentir di doversi infinitamente compiangere. - In quei momenti di miserere grande basta il pi piccolo pretesto - ed io non mancher di dispor tutto all'uopo - perch anche il pi vile tra i conigli stenda la zampa verso il veleno. Basta trovarlo sottomano. Teodoruccio non avrebbe fatto probabilmente quella tale inalazione, se io non gli avessi con tanta cura preparato tutto.
- Charousck, Lei  un uomo spaventevole - esclamai inorridito. - Ma non sente orro....
Egli mi tapp di colpo la bocca e mi spinse dentro a una nicchia l vicina.
- Zitto! Eccolo qua!
A passo barcollante, reggendosi al muro, Wassertrum ci pass accanto scendendo le scale.
Charousek mi strinse la mano in fretta e gli si mise strisciando alle calcagna.
Tornato che fui nella mia stanza vidi che rosa e boccetta erano scomparse e che sul tavolo c'era, al loro posto, lo sconquassato orologio d'oro del rigattiere.
... 
... 
- Per riavere il mio denaro bisognava che aspettassi otto giorni, com'era uso prima di tutte le liquidazioni - mi avevano detto alla banca.
- Si chiamasse il direttore, ch avevo fretta dovendo partire tra un'ora - inventai l per l tanto perch si persuadessero.
Mi fu risposto che non era possibile parlare col direttore e che neppur lui avrebbe potuto derogare da quella ch'era la regola della banca; e un individuo con la caramella, che s'era messo davanti allo sportello insieme a me, ne rise maliziosamente.
Dunque dovevo aspettare la morte per otto giorni grigi e terribili!
A pensarci mi parevano un'eternit. Ero cos depresso da non rendermi neppur conto di quanto tempo fossi rimasto a passeggiar su e gi davanti alla porta di un caff.
Finalmente, entrai al solo scopo di liberarmi dall'odioso individuo con la caramella che m'aveva seguito fin l dalla banca, standomi sempre appresso, e guardando per terra come se avesse perduto qualche cosa quando gli piantavo addosso gli occhi.
Portava una giacchetta a scacchi, esageratamente attillata, dei pantaloni neri e tutti lustri che gli ballavano intorno alle gambe come sacchi. Sulla scarpa sinistra aveva una toppa grande come un uovo e cos rilevata che pareva che sotto, sul dito del piede, portasse un anello col sigillo.
Non m'ero neanche messo a sedere che gi c'era anche lui e aveva preso posto a un tavolo accanto.
Mi figuravo gi che volesse chiedermi dei soldi, e stavo cercando il portamonete, quando m'accorsi d'un grosso brillante che gli scintillava sulle tozze dita da macellaio.
Restai seduto per ore ed ore in quel caff credendo d'impazzire per l'intima irritazione; - ma dove avrei potuto andare del resto? - A casa? A zonzo? Una cosa mi sembrava pi repellente dell'altra.
L'aria viziata, le palle di bigliardo che senza posa idiotamente andavano a cozzare una contro l'altra, quel divoratore di giornali semicieco che mi stava dirimpetto e si raschiava continuamente la gola, un ufficiale di fanteria dalle gambe di cicogna che alternativamente si frugava nelle narici o si pettinava i baffi tenendo tra le dita, ingiallite dal fumo delle sigarette, uno specchietto tascabile; un gruppetto di giocatori sudici che berciavano di continuo battendo col pugno sul tavolo le loro briscole, o che sputavano sul pavimento tossendo come se dovessero vomitare: tutto ci si rifletteva due, tre volte negli specchi alle pareti. Ed io dovevo sopportare. Mi pareva che mi si stesse succhiando lentamente il sangue dalle vene.
S'era fatto buio a poco a poco e un cameriere dai piedi dolci, e tutto dinoccolato, armeggiava con una stanga intorno ai becchi del gas per persuadersi alla fine, scotendo la testa, che non volevan ardere.
Ogni volta che volgessi il viso andavo ad incontrare lo sguardo strabico e volpino dell'uomo dalla caramella, che spariva tosto dietro un giornale o affondava i suoi luridi baffi nella tazza da caff, vuota da non so quanto tempo.
S'era ficcato in testa la sua bombetta rotonda, cos che le orecchie gli stavano quasi orizzontali, ma pareva che non avesse nessuna intenzione d'andarsene.
Non potevo pi resistere.
Pagai e mi mossi verso l'uscita.
Ma, come feci per chiudere la vetrata, qualcuno afferr in mia vece la maniglia.
Di nuovo quell'individuo!
Irritato volli prendere a sinistra nella direzione del quartiere ebraico, ma egli mi si mise a fianco e mi tagli la strada.
- Perdio - urlai - questo poi  troppo!
- A destra si passa - replic lui brevemente.
- Ma che diavolo dice?
Egli mi fiss sfacciatamente.
- Non  forse il Pernath, Lei?
- Evidentemente vorr dire il signor Pernath.
Non fece che sorridere sornionamente.
- Andiamo, non cominci a far storie, ora. Favorisca con me!
- Ma Lei  pazzo! Ma chi , Lei - scattai.
Egli non rispose; apr la giubba e m'addit con fare circospetto uno scalcinato distintivo di stagno con l'aquila bicipite che teneva appuntato dietro l'occhiello.
Compresi: la carogna era un agente investigativo e mi traeva in arresto.
- Ma, mi dica dunque, per l'amor di Dio, cosa diavolo  successo?
- Ve lo diranno tra poco. Alla Sezione - rispose sgarbatamente. - E adesso, camminate!
Gli proposi di prendere una carrozza.
- Niente!
Ci avviammo verso la questura.
... 
Un gendarme mi accompagn davanti una porta.

lessi sulla targhetta di porcellana.
- Avanti, entrasse! - mi disse il gendarme.
C'eran due tavoli uno dirimpetto all'altro sepolti sotto valanghe di scartoffie accatastate. Dietro: un paio di seggiole zoppe. Il ritratto dell'imperatore alla parete. Una bacinella di vetro, con dentro dei carpi dorati, sul davanzale.
Del resto nella stanza non c'era altro.
Un piede stravolto e accanto una grossa scarpa di feltro che usciva da certi pantaloni grigi e sfilaccicati facevan capolino sotto lo scrittoio di sinistra.
Sentii un frusco. Qualcuno borbott qualche parola in boemo, e subito dopo il signor delegato comparve da dietro lo scrittoio di destra e mi venne incontro.
Era un ometto dai baffi grigi ed aveva la strana abitudine di digrignare i denti prima d'incominciar a parlare, come chi sia abbacinato da un raggio di sole troppo vivo.
E, facendolo, strizzava gli occhi dietro le lenti, ci che gli conferiva un'aria d'impressionante ribaldera.
- Lei si chiama Atanasio Pernath e fa - diede un'occhiata a un foglio di carta su cui non c'era scritto nulla - fa l'intagliatore di gemme.
Tosto - sotto l'altro scrittoio - il piede stravolto dette segni di vita e cominci a temperarsi contro il piede della seggiola mentre lo scricchiolo d'una penna sulla carta si faceva sentire.
Confermai: - Pernath. Intagliatore di gemme.
- E dunque eccoci qua a discorrere insieme, signor.... Pernath - sicuro, Pernath. Gi, gi, sicuro, gi, gi. - Il signor delegato era diventato, di punto in bianco, sbalorditivamente cortese come se gli fosse stata comunicata la pi rallegrante notizia di questo mondo. E faceva sforzi ridicoli per darsi un'aria bonacciona.
- Dunque, signor Pernath, mi dica un po' cosa fa di bello, come impiega la sua giornata.
- Credo che ci non la riguardi affatto, signor Otschin - risposi freddamente.
Egli strizz gli occhi, aspett un momento, poi d'un tratto sbott:
- Quand' incominciata la relazione della contessa col Savioli?
Ero preparato a qualcosa di simile e non mossi palpebra.
Egli cerc di farmi cadere in contraddizione stringendomi abilmente in una rete insidiosa di domande, ma per quanto sentissi il cuore saltarmi in gola, riuscii a non tradirmi e a ripeter sempre, ostinatamente, che non conoscevo Savioli neppur di nome e ch'ero in amicizia con Angelina fin da quando viveva mio padre e ch'essa m'aveva spesso commissionato dei cammei.
Tuttavia sentivo distintamente che il delegato mi leggeva in faccia la menzogna e che dentro fremeva di bile non riuscendo a strapparmi una parola che mi compromettesse.
Si mise un momento a riflettere, poi mi tir a s per le falde della giubba, accenn cautamente con un gesto del pollice allo scrittoio di sinistra e mi bisbigli all'orecchio:
- Atanasio. Il vostro povero pap era il mio migliore amico. Voglio salvarvi, Atanasio! Ma voi dovete dirmi tutto quel che sapete della contessa. - Capite? Tutto.
Non capii dove volesse arrivare - Ma scusi cosa significa questo volermi salvare? - domandai a voce alta.
Il piede stravolto pest irritato il pavimento. Il delegato si fece livido dall'odio. Sollev il labbro. Aspett. - Io sapevo che stava per dare un altro balzo (il suo sistema di sconcertare mi ricordava quello di Wassertrum) e perci mi misi anch'io ad aspettare - vidi una faccia da caprone - il proprietario del piede stravolto - apparire guatando da dietro lo scrittoio di sinistra. - Poi, d'improvviso il delegato m'invest con un urlo:
- Assassino!
Lo sbalordimento mi lasci senza parole.
La faccia da caprone torn a ritirarsi con malumore dietro lo scrittoio.
Anche il signor delegato sembrava molto colpito dalla mia tranquillit, ma riusciva abilmente a dissimularlo nel mentre avvicinava una sedia e m'invitava a prender posto.
- Dunque Lei, signor Pernath, si rifiuta di darmi le informazioni che le ho richieste a proposito della contessa?
- Non posso dargliene, signor delegato, o per meglio dire non di quelle che Lei s'aspetta. Prima di tutto non conosco nessuno che si chiami Savioli e poi sono fermissimamente convinto che sia calunnia dire che la contessa tradisca suo marito.
-  pronto anche a giurarlo?
Mi manc il respiro: - S, sempre che occorra.
- E va bene!
Segu una pausa un po' pi lunga, durante la quale il delegato parve immerso in gravi meditazioni.
Quando torn a guardarmi, aveva atteggiato il muso a una specie di tristezza melodrammatica. Mi venne fatto involontariamente di pensare a Charousek quando con una voce soffocata dalle lacrime ricominci:
- A me lo potrebbe ben dire, Atanasio - a me, al vecchio amico del suo pap - a me che l'ho tenuta in braccio - facevo una gran fatica a trattenermi dal ridere: egli poteva avere appena dieci anni pi di me - non  vero, Atanasio, che si  trattato di legittima difesa?
La faccia da caprone ricomparve.
- Quale legittima difesa? - domandai stupefatto.
- Quella usata contro.... Zottmann! - mi url in faccia il delegato.
Quel nome mi colp come una pugnalata: Zottmann! Zottmann! L'orologio! Era bene Zottmann il nome che vi stava inciso.
Sentivo tutto il sangue affluirmi al cuore: Wassertrum, quel farabutto, m'aveva dato l'orologio per far cader su di me tutti gli indizi del delitto.
Immediatamente il delegato gett la maschera, digrign i denti e strizz gli occhi:
- Confessa dunque 1'assassinio, Pernath?
- Si tratta di un equivoco, d'un orribile equivoco. M'ascolti per l'amor di Dio. Le dar schiarimenti, signor delegato - gridai.
- Lei ora mi dica tutto quel che sa della signora contessa, - m'interruppe lui bruscamente - l'avverto che ci potr risultare di vantaggio per Lei.
- Non posso dirLe di pi di quanto ho gi detto: la contessa  innocente - esclamai.
Egli digrign i denti e si volse verso la faccia da caprone:
- Suvvia: - Dunque, Pernath confessa di aver consumato un assassinio nella persona dell'impiegato d'assicurazioni Carlo Zottmann.
Fui preso da un accesso di rabbia cieca e folle.
- Infame poliziotto! - ruggii - Lei si permette questo!
Cercavo un oggetto pesante.
Un momento dopo due guardie m'agguantavano e mi mettevano le manette.
Il delegato si pavoneggiava ora, gonfio come un tacchino quando fa la ruota.
- E quest'orologio? - egli teneva in mano d'improvviso l'orologio sconquassato. - Il povero Zottmann era ancor vivo quando lo derubaste, o no?
Ero diventato di nuovo calmissimo e risposi, perch lo si mettesse a protocollo, a voce distinta:
- L'orologio mi  stato regalato stamani dal rigattiere Aronne Wassertrum.
Una risata scoppi che parve un nitrito ed io vidi - sotto lo scrittoio - il piede stravolto eseguire insieme alla pantofola di feltro una allegra e sfrenata tarantella.
... 
16. CELLA.
E via, per le strade notturne illuminate, con le manette ai polsi e con alle costole un gendarme a baionetta inastata.
Codazzi di monelli ci accompagnavano a dritta e a manca schiamazzando, le donne spalancavan le finestre, facevan gesti minacciosi coi mestoli e mi gridavan dietro degli improperi.
Gi da lontano m'apparve il petroso dado massiccio della Corte d'Assise con la sua scritta sotto il cornicione:
"LA GIUSTIZIA PUNITIVA 
L'USBERGO DEGLI ONESTI".
Poi un portone gigantesco m'inghiott. Venni introdotto in una stamberga appestata dal puzzo di cucina.
Un uomo barbuto - con la sciabola alla cintola e con indosso una giubba e un cappello da impiegato, e le gambe infilate dentro a certe mutande lunghissime co' lacci alla noce dei piedi - s'alz, pos il macinino che teneva tra le ginocchia e mi impose di spogliarmi.
Poi perquis le mie tasche, tir fuori quel che ci stava e mi domand se avessi.... le cimici.
Alla mia risposta negativa mi sfil gli anelli dalle dita e disse che stava bene e che potevo vestirmi.
Poi mi fecero salire diversi piani e passar per dei corridoi in cui qua e l, nei vani delle finestre, c'erano certe casse grigie e capaci, munite di serrature.
Lungo il muro, in teoria sterminata, una fuga di porte sprangate su ognuna delle quali s'apriva una spia ad inferriata e ardeva una fiamma di gas.
Un carceriere colossale, dal piglio soldatesco - la prima faccia onesta che vedevo dopo qualche ora - dischiuse una di quelle porte e, spingendomi in un loculo oscuro, specie d'armadio da cui si sprigionava un puzzo pestilenziale, chiuse l'uscio alle mie spalle.
Buio pesto: cercai d'orientarmi tastoni.
Il mio ginocchio urt contro una secchia di latta.
Finalmente acchiappai - il luogo angusto non mi consentiva quasi di voltarmi - una maniglia, e capii di trovarmi in una cella.
Di qua e di l, ai muri, due tavolacci con dei pagliericci.
Il passaggio in mezzo non pi largo d'un piede.
Un metro quadrato d'inferriata, su, in alto nel muro di fronte, faceva passare il fioco lume del cielo notturno.
Caldo insopportabile, aria appestata dal lezzo d'abiti sudici, dentro il chiuso vano.
Quando gli occhi si assuefecero all'oscurit, vidi su tre dei materassi - il quarto era vuoto - seder degli uomini in grigie vesti da carcerati con le braccia poggiate sulle ginocchia e il volto nascosto tra le mani.
Nessuno parlava.
Mi misi a sedere sul letto vuoto ed aspettai, aspettai, aspettai.
Un'ora.
Due - tre ore!
Quando credevo di sentire un passo avvicinarsi sobbalzavo:
Ecco, ecco: adesso mi vengono a prendere per portarmi dal giudice istruttore.
Ed ogni volta non era che illusione. Ogni volta i passi s'eran tornati a perdere nel corridoio.
Mi strappai il solino, credevo di morir soffocato.
Sentivo i reclusi stirarsi, uno dopo l'altro, con gemiti sommessi.
- Non si potrebbe aprir quella finestra lass? - domandai disperatamente in quella oscurit. Ebbi quasi paura del suono della mia stessa voce.
-  scassata - mi rispose uno sgarbato mugolo da uno dei pagliericci.
Cionondimeno passai tastando la mano lungo tutta la parete: all'altezza del petto un asse vi scorreva traversalmente.... Sopra l'asse: due brocche d'acqua.... qualche tozzo di pane raffermo.
Riuscii a montarvi su non senza fatica, e, tenendomi aggrappato alle sbarre dell'inferriata, premetti la faccia contro le fessure della finestra per respirare almeno un po' d'aria pura.
... 
Rimasi cos fino a che le ginocchia m'incominciarono a tremare. Nebbia, uniforme, grigiastra e cupa davanti agli occhi.
Le ferree sbarre trasudavano.
Presto doveva esser mezzanotte.
Sentii russare alle mie spalle. Uno solo pareva che non riuscire a prender sonno: si voltava e si rivoltava sulla paglia gemendo a tratti, pianamente.
E il giorno che non voleva ancora venire! Ecco!
Tornano a battere le ore.
Contai con le labbra tremanti.
Uno, due, tre! - Dio sia lodato, poche ore ancora e sarebbe venuta l'alba. I tocchi continuarono.
Quattro? Cinque? - La fronte mi si imperl di sudore. - Sei!! - Sette.... Erano le undici appena.
Appena un'ora era passata da quando avevo sentito i tocchi l'ultima volta.
... 
I pensieri mi si andarono gradatamente riordinando:
Wassertrum mi ha appioppato l'orologio dello scomparso Zottmann perch si sospettasse in me l'autore del consumato assassinio. - L'assassino doveva quindi esser lui. Ch altrimenti non si sarebbe capito come mai potesse trovarsi in possesso dell'orologio. Se avesse trovata in qualche posto la salma, rapinandola appena in un secondo tempo, sarebbe certamente andato a riscuotere i cento fiorini di premio che pubblicamente eran stati assegnati a chi avesse rintracciato lo scomparso. - Ma questo non era possibile: i manifesti stavano ancora affissi alle cantonate, come infatti avevo visto benissimo, via facendo prima di entrare in carcere.
Che, a denunziarmi, dovesse esser stato il rigattiere, era chiaro.
Come pure che fosse perfettamente d'accordo col delegato almeno per quel tanto che riguardava Angelina. A che scopo altrimenti l'interrogatorio su Savioli?
D'altra parte risultava da quel complesso di fatti che Wassertrum non aveva ancora messo le mani sulle lettere d'Angelina.
Cercai di concentrarmi alquanto....
Ed ecco d'un tratto mostrarmisi tutto con orribile evidenza, proprio come se ci assistessi.
Certo, non poteva essere andata che cos: Wassertrum s'era impadronito di soppiatto del mio astuccio di ferro, supponendo che contenesse delle prove, proprio quando, insieme al poliziotto suo complice, aveva, perquisendola, messo a soqquadro la mia abitazione; - non aveva potuto subito aprirlo perch la chiave me la portavo appresso io ed ora - forse proprio adesso stava nella tana occupato a far saltar le serrature.
Preso da folle disperazione cercavo di scuoter le sbarre dell'inferriata, vedevo in ispirito Wassertrum affondar le mani nelle lettere d'Angelina....
Se almeno avessi potuto avvertire Charousek di metter in guardia Savioli finch fosse tempo!
Per un momento m'aggrappai alla speranza che la notizia del mio arresto si fosse sparsa in un baleno per il quartiere ebraico e confidai in Charousek, come in un angelo salvatore. Il rigattiere non ce l'avrebbe fatta contro la sua astuzia infernale; e non aveva detto Charousek un giorno: - Lo terr per la gola l'ora stessa in cui cercher di far la pelle al dottor Savioli?
Ma gi un minuto dopo tutto mi pareva impossibile ed un'ansia selvaggia s'impadroniva di me. E se Charousek fosse arrivato troppo tardi?
Angelina era perduta allora....
Mi morsi a sangue le labbra e affondai l'unghie nel petto dal rimorso di non essermi subito deciso a bruciar quelle lettere.... giurai a me stesso di levar di mezzo Wassertrum uscito appena che fossi dal carcere.
Morisse per mano mia o sulla forca - e che me ne importava in fin dei conti?
No. Nessun dubbio. Se avessi cercato di render plausibile al giudice istruttore la faccenda dell'orologio, se gli avessi detto delle minacce di Wassertrum, egli m'avrebbe certamente creduto.
Domani mi dovevano senz'altro rilasciare; o, quanto meno, il tribunale avrebbe dovuto spiccar mandato di cattura anche contro Wassertrum, sospettandolo reo d'assassinio.
Contavo le ore e pregavo che passassero pi presto; m'affissavo a guardar fuori nelle tenebre nebbiose.
Dopo un tempo indicibilmente lungo cominci finalmente ad albeggiare. Dalla nebbia affior dapprima qualcosa come una macchia scura, poi sempre pi distintamente apparve un'enorme tonda faccia di rame: il quadrante dell'orologio d'un'antica torre. Le sfere per non c'erano, - rinnovato tormento.
Poi scoccarono le cinque.
Sentii i carcerati risvegliarsi e incominciare sbadigliando a discorrere in lingua boema.
Una delle voci mi parve nota; mi voltai, scesi dall'asse e - vidi Loisa, il butterato, seder sulla cuccia dirimpetto alla mia e fissarmi stupefatto.
Gli altri due erano degli individui dalla faccia patibolare e mi squadravano con aria sprezzante.
- Truffa? Eh? - domand a mezza voce al camerata uno dei due e l'urt col gomito.
L'interpellato brontol con disprezzo qualche cosa, frug dentro il pagliericcio, tir fuori un pezzo di carta nera e lo mise in terra.
Poi vi vers sopra dalla brocca qualche goccia d'acqua, s'inginocchi, vi si specchi e servendosi delle dita come d'un pettine si cacci i capelli sulla fronte.
Poi asciug con la pi tenera cura il pezzo di carta e lo nascose di nuovo sotto la cuccia.
- Pan Pernath(18), Pan Pernath - continuava intanto a borbottare tra s Loisa, com'uno che veda uno spettro.
- I signori si conoscono, come vedo - disse, accorgendosene, il pettinato nel gergo di un cecoslovacco che parli il dialetto viennese, e mi fece per burla un mezzo inchino: - Permetta che mi presenti: il mio nome  Vssatka. Vssatka il nero. - Incendiario - soggiunse orgogliosamente un'ottava pi sotto.
Il pettinato sput traverso i denti, mi guard per qualche istante con disprezzo, poi appuntando l'indice sul petto disse laconicamente:
- Scasso.
Tacqui.
- Beh, e per quale imputazione Ella si trova qui, signor conte? - domand il viennese dopo una pausa.
Restai un momento a riflettere, poi dissi tranquillamente: - Per omicidio a scopo di rapina.
I due messeri sobbalzarono stupefatti e la espressione sfottente spar loro dal volto per dar luogo ai segni della pi profonda stima. Poi esclamarono quasi ad una voce:
- Onoratissimo, onoratissimo.
Quando per s'accorsero che non mi curavo affatto di loro, si ritrassero in un canto e si misero a discorrere sottovoce.
Una sola volta il pettinato s'alz, mi venne vicino, mi esamin in silenzio i muscoli del braccio e torn dall'amico scuotendo la testa.
- Anche Lei  qui perch sospettato di aver ucciso lo Zottmann? - domandai a Loisa in modo che non avesse ad allarmarsi.
Egli annu. - S, gi da molto tempo.
Torn a passare qualche ora.
Chiusi gli occhi e feci finta di dormire.
- Signor Pernath, signor Pernath - mi intesi d'un tratto chiamare, con un filo di voce, da Loisa.
- Beh? - ....Feci finta di svegliarmi.
- Signor Pernath, mi scusi tanto - mi scusi, la prego - mi scusi - sa dirmi cosa fa la Rosina? -  a casa? - balbett il povero ragazzo. Mi faceva una gran pena a vederlo con quelli occhi infiammati pendere dalle mie labbra e torcersi sovreccitato le mani.
- Sta bene. Adesso - adesso fa la cameriera - al - alla - trattoria Zum alten Ungelt - inventai.
Lo vidi tirare un sospiro di sollievo.
... 
Due carcerati erano entrati in silenzio portando su di un'asse delle gavette con dentro del cotechino bollito, e ne avevan lasciate tre nella cella. Qualche ora dopo si sent di nuovo scorrere la spranga e una guardia carceraria venne a prendermi per portarmi dal giudice istruttore.
Mi tremavano le ginocchia, mentre salivamo e scendevamo una quantit di scale, al pensiero di ci che poteva aspettarmi.
- Lei crede che mi potrebbero rilasciare anche oggi stesso? - domandai, pieno d'ansia, al custode.
Lo vidi che pietosamente dissimulava un sorriso. - Uhm. Quest'oggi? Mah - Dio mio - tutto  possibile.
Mi sentii gelare.
Lessi anche stavolta, su di una targhetta di porcellana, un nome:

Un'altra stanza disadorna e due scrittoi sepolti sotto cataste di carta.
Un vecchio alto dalla barba bianca spartita in due, dal palamidone nero, dalle labbra rosse e tumide e dagli stivali che scricchiolavano.
- Lei  il signor Pernath?
- Sissignore.
- Intagliatore di gemme?
- Sissignore.
- Cella numero 70?
- Sissignore.
- Imputato dell'assassinio di Zottmann?
- Senta, signor giudice istruttore....
- Imputato dell'assassinio di Zottmann?
- Probabilmente. Cos almeno suppongo. Ma....
- Lei  confesso?
- E che devo confessare, signor giudice istruttore, se sono innocente!
-  confesso?
- No.
- E allora istruir un processo a suo carico. Carceriere, porti via costui.
- Ma La prego, signor giudice istruttore, La prego, mi ascolti - oggi debbo essere assolutamente a casa. Ho cose importantissime da sbrigare.
Dietro al secondo scrittoio qualcuno sghign belando.
Il signor barone rideva sotto i baffi.
- Carceriere, porti via costui.
... 
Passavano i giorni, uno dopo l'altro, passavano le settimane ed io ero sempre l, nella mia cella.
Ogni giorno a mezzod ci permettevano di scender nell'umido cortile delle carceri a passeggiare in circolo, ordinati per due; tutti insieme: imputati e reclusi. Quaranta minuti precisi.
Proibito parlar gli uni con gli altri.
In mezzo alla corte c'era un albero spoglio e agonizzante nella cui scorza stava incastrato un quadretto ovale con l'imagine della Madre di Dio.
Crescevano sui muri ciuffi di ligustri tisici con foglie quasi annerite dalla fuligine che cadeva.
Torno torno le inferriate delle celle da cui si sporgeva di quando in quando per guardar gi qualche viso color cemento con le labbra esangui.
E poi su, di nuovo, ne' nostri loculi sepolcrali dove ci aspettavano pane, acqua e cotechino e la domenica una razione di lenticchie putride.
Una sola volta m'avevan fatto chiamare ancora per interrogarmi:
Avevo testimoni che fossero in grado di dimostrare che l'orologio m'era stato effettivamente regalato dal "signor" Wassertrum? - m'avevano chiesto.
- S: il signor Scema'jah Hillel.... cio - no - (ricordavo che non era stato presente allora).... - lui no, ma il signor Charousek - (no, lui neppure c'era).
- Alle corte: testimoni oculari, nessuno.
Alle mie preoccupazioni per Angelina era seguita una cupa rassegnazione. Il momento in cui avrei dovuto tremare per lei era passato. O il piano di Wassertrum era gi riuscito da tempo, o Charousek aveva potuto far qualcosa - mi dicevo.
Quel che invece m'assillava follemente era la preoccupazione per la sorte di Mirjam.
Me l'imaginavo in attesa che d'ora in ora il miracolo avesse a rinnovarsi - la vedevo correr fuori, la mattina, quando veniva il fornaio e frugar dentro il pane con le mani tremanti - e, per colpa mia, consumarsi dall'ansia.
Spesso di notte quel pensiero mi faceva svegliare di soprassalto. E allora, non potendo pi dormire, salivo sull'asse e guardavo in su, verso il volto di rame dell'orologio della torre e morivo dal desiderio che i miei pensieri arrivassero fino ad Hillel e gli gridassero all'orecchio che salvasse Mirjam e la liberasse dalla tormentosa aspettazione di un miracolo.
E poi tornavo a buttarmi sulla paglia e trattenevo il respiro fino a farmi quasi scoppiare il petto - per far s che il mio sosia fosse costretto a venirmi dinanzi e potessi mandarlo da lei per darle conforto.
E una volta era infatti comparso presso il mio giaciglio con le parole: Chabrat Zereh Aur Bocher scritte a rovescio sul petto, come riflesse da uno specchio, sicch avrei voluto urlare dalla gioia, certo, ormai, che tutto si sarebbe potuto accomodare. Ma poi s'era sprofondato sotterra prima ancora che riuscissi a ordinargli di comparire a Mirjam.
... 
Non aver notizie degli amici!
Era forse proibito di scrivere qualche lettera? domandai ai miei compagni di cella.
Non lo sapevano.
Essi non ne avevano mai ricevute - e del resto, avevan risposto, non troveremmo nessuno che ce le sapesse scrivere.
Il carceriere mi promise d'assumere informazione non appena un'occasione si fosse presentata.
M'ero consumate le unghie a forza di rodermele, i capelli m'eran cresciuti in disordine selvaggio, perch non si potevano avere n pettini, n forbici, n spazzole.
Non c'era neppure acqua per lavarsi.
Lottavo di continuo con gli sforzi di vomito, perch il cotechino lo condivano con la soda invece che col sale. - Cos disponeva il regolamento carcerario - al fine di prevenire possibili eccessi sessuali provocati dall'astinenza.
Il tempo passava orribilmente grigio e monotono.
Lento ne' suoi giri come la ruota d'uno strumento di tortura.
E allora venivan momenti - ben noti a noi tutti - in cui uno qualunque tra i reclusi s'alzava di botto e per ore ed ore non faceva che correr su e gi per la cella come una belva infuriata per poi cadere esausto sul pagliericcio e tornar, rimbecillito, ad attendere - ad attendere - ad attender chi sa che cosa.
Quando imbruniva, le cimici si mettevano a passeggiar a schiere, come formiche, lungo le pareti. Ed io mi chiedevo stupto perch mai quell'individuo in mutande e con la sciabola agganciata avesse voluto con tanta coscienziosit assicurarsi che non avessi indosso degli insetti.
O che forse temevano, i signori del Tribunale, che potessero aver luogo incroci tra insetti di razza diversa?
Ogni mercoled s'affacciava alla nostra cella un grifo di porco con un cappello a larghe falde: era il medico delle carceri, il dottor Rosenblatt che veniva ad assicurarsi che tutti noi crepavamo di salute.
Se poi qualcuno accusava dolori - non importa di che specie - egli invariabilmente prescriveva pomata di zinco per frizioni al petto.
Un giorno venne ad accompagnarlo nel suo giro il presidente del Tribunale provinciale - un gaglioffo slanciato o profumato appartenente alla "buona societ" e sul cui viso si leggevano le pi repugnanti abitudini viziose. Veniva ad assicurarsi che - tutto procedesse nel massimo ordine, o - come diceva il pettinato - a vedere se ancora a nessuno di noi fosse venuta l'idea d'impiccarsi.
Io avevo cercato d'avvicinarlo per domandargli un favore. Ma lui, vistomi appena, aveva spiccato un salto riparandosi dietro le spalle del carceriere e m'aveva spianato contro una rivoltella. - Poi m'aveva domandato urlando cosa volessi.
Gli domandai cortesemente se vi fossero lettere per me. Invece di risposta n'ebbi una gomitata in petto dal dottor Rosenblatt che tosto prese il largo. Anche il signor presidente si ritir e affacciatosi poi alla spia ironicamente mi consigli - di confessare piuttosto l'assassinio commesso. Altrimenti avrei potuto addirittura rinunziare per tutta la vita a ricever lettere.
... 
M'ero gi abituato da tempo all'aria cattiva e al caldo soffocante e rabbrividivo in permanenza. Perfino quando splendeva il sole.
A due de' reclusi era stato dato il cambio pi volte. Io quasi non me n'ero accorto. Una settimana avevan portato dentro un borsaiolo e un vagabondo, la settimana di poi un falsario e un manutengolo.
Un giorno dopo non ricordavo pi quel che m'era capitato il giorno avanti.
In confronto alle ansie che mi dava il pensiero per la sorte di Mirjam tutti gli avvenimenti esteriori impallidivano.
Una sola cosa m'era rimasta pi profondamente impressa - anzi mi perseguitava talora, deformata, perfino in sogno.
Una volta che stavo in piedi sull'asse a guardare le nuvole m'ero sentito d'un tratto pungere alle reni con un oggetto accuminato. Cercando da che provenisse la puntura vidi che si trattava della lima che, bucata la tasca, era andata a cacciarsi tra la fodera e la stoffa della giubba. L dentro ci doveva stare da molto tempo ch altrimenti l'uomo che m'aveva perquisito nella stamberga se ne sarebbe accorto senza dubbio.
La tirai fuori e sbadatamente la buttai sul pagliericcio.
Un giorno ch'ero sceso, vidi tornando che era sparita e non dubitai un istante che a trafugarla fosse stato Loisa.
Poco tempo dopo lo si venne a prendere in cella per tradurlo al piano di sotto.
Non era lecito che due imputati del medesimo reato, come io e lui, stessero chiusi insieme in una cella. Cos mi spieg il carceriere.
Ed in cuor mio feci voti sinceri perch, con l'aiuto della lima, riuscisse a quel povero ragazzo di riacquistare la perduta libert.

17. MAGGIO.
Avendogli chiesto in che mese e in che giorno fossimo - il sole bruciava come d'estate e l'esausto albero nel cortile aveva messo qualche germoglio - il carceriere tacque dapprima e poi mi disse, con un filo di voce, ch'eravamo ai 15 di maggio. Soggiunse che, a rigore, non me l'avrebbe potuto dire perch era proibito parlare coi reclusi - e con quelli che ancora non avessero confessato era prescritto, in ispecial modo, di non lasciarsi scappar nulla che potesse dar loro nozione del tempo.
Ero dunque in carcere da tre mesi e ancora stavo ad aspettare che m'arrivasse qualche notizia da fuori!
... 
All'imbrunire, ora, penetravano dall'inferriata, aperta nei giorni caldi, le note fioche d'un pianoforte.
 la figlia del custode che suona, m'aveva detto un condannato.
Sognavo Mirjam giorno e notte. Chi sa mai come stava!
A volte avevo la sensazione confortante che i miei pensieri fossero arrivati fino a lei e stessero presso al suo letto mentre dormiva e le mettessero, a lenirle l'affanno, la mano sulla fronte.
Ma poi, altre volte, in momenti di sconforto, quando uno dopo l'altro i miei compagni di cella venivan condotti dal giudice per essere interrogati - ed io solo no - mi sentivo prender alla gola dalla cupa sensazione paurosa ch'ella fosse morta gi da tempo.
Allora tentavo l'oroscopo per sapere se vivesse o no, se fosse sana o ammalata, e il numero dei fili di paglia strappati al mio pagliericcio - e che tenevo in mano - dovevan darmi la risposta.
E quasi ogni volta "andava male" ed io frugavo nel mio interno coll'intento di scorgervi qualcosa che illuminasse il mio avvenire - cercavo d'ingannare l'anima mia, che me ne velava gli arcani, chiedendole cose in apparenza diverse; per esempio: se infine potesse sorgere ancora per me un giorno in cui avrei potuto esser lieto e ridere spensieratamente.
L'oracolo, in questi casi, rispondeva sempre di s ed io per un'ora mi sentivo felice e beato.
Come una pianta che segretamente cresca e metta germogli, era andato crescendo in me un incomprensibile, profondo amore per Mirjam, tale che non capivo come mai tante volte avessi potuto sederle accanto e conversar con lei senza fin d'allora essermene reso conto.
Il tremante desiderio che anche lei potesse pensare a me con lo stesso animo mio cresceva in quegli istanti fino a parermi certezza, tanto da farmi temere, ad ogni passo che sentivo nel corridoio, che si venisse a prendermi e a liberarmi, facendo svanire cos il mio sogno a contatto con la crassa realt del mondo esterno.
L'udito, durante la lunga detenzione, mi si era affinato al punto da farmi percepire fino il pi lieve de' romori.
Cos, ogni volta che annottava, sentivo una carrozza rotolar lontana e mi scervellavo a pensar chi potesse sedervi dentro.
Com'era strano considerare che fuori vi fosse tuttavia della gente, libera di fare o di non fare quanto pi le piacesse, di muoversi, di andar liberamente di qua e di l senza sentirsi invasa solo per questo dalla gioia pi sconfinata.
Ah! tornare un giorno ad esser felice cos, poter passeggiare ancora per le strade baciate dal sole.... No, no. Non ero pi in grado di figurarmelo nemmeno.
Il giorno in cui avevo stretto tra le braccia Angelina mi pareva gi che appartenesse a una vita lontana e vanita - e vi ripensavo con la stessa sottile melanconia che invade l'animo di chi, aperto un libro, vi ritrovi, appassiti, i fiori che la bella de' suoi giovani anni portava allora in seno.
Chi sa se ancora il vecchio Zwakh passava le sue sere alla trattoria Zum alten Ungelt, con Vrieslander e Procopio a far ammattire con que' suoi racconti l'incartapecorita Eulalia?
Ma no, ma no. Ch'era diggi maggio: - stagione in cui egli, col suo teatro di burattini, se n'andava da uno sperduto borgo all'altro a rappresentare sui prati fuori porta la storia del cavalier Barbabl.
... 
Ero solo in cella - Vssatka, l'incendiario, unico mio compagno da una settimana, l'avevan portato qualche ora prima dal giudice istruttore.
L'interrogatorio durava stavolta assai pi del solito. Strano davvero.
Ma ecco: - la spranga della porta che cigola.
Ed ecco Vssatka precipitarsi dentro raggiante, gettare sul pagliericcio un fagotto d'abiti e incominciar a cambiarsi ratto come il vento.
Buttava per terra uno dopo l'altro, bestemmiando, i capi della sua tenuta da recluso.
- Nulla hanno saputo provarmi - i fatebenefratelli.
- Incendiario, io? - Ma fossi mico! - e con l'indice s'abbassava la palpebra inferiore - Per far fesso Vssatka il nero sono ancora troppo giovani. - Il vento,  stato il vento ci ho detto. E ho tenuto duro. Mettano dentro il signor vento adesso se ci riesce d'acchiapparlo. - Quanto a me stasera piglio la sbronza. E pago a tutti: da Loisitschek. - Apr le braccia e si mise a ballare una polca. - Fugge la giovinezza, la primavera non torna pi.... - Poi, con un lattone si cacci fin sopra le orecchie un tubino spelacchiato dal cui nastro usciva una penna di schiaccione picchiettata di bl. - Cribbio, cribbio, dimenticavo quasi di dirle una cosa che forse la interesser, signor conte: sa che c' di nuovo? Un nostro amico, il Loisa, se l' battuta. Fin dagli ultimi del mese scorso  riuscito a tagliare la corda ed ora - accompagn le parole con un gesto sconcio - quelli l son fottuti e posson metterci il sale sulla coda.
- La lima - pensai, e sorrisi.
- E adesso sotto anche lei, signor conte - l'incendiario mi tese familiarmente la mano. - E cerchi di cavarsela al pi presto possibile. Se poi, una volta o l'altra, dovesse trovarsi al verde, non faccia complimenti: domandi pure da Loisitschek di Vssatka - il nero. - Laggi tutte le ragazze mi conoscono. Inteso? - E adesso addio, signor conte. Felice d'aver fatto la sua conoscenza. -
Non era ancora uscito, che gi il carceriere spingeva nella cella un altro imputato.
Riconobbi in lui fin dal primo sguardo il tipaccio dinoccolato dal berretto militare che mi stava accanto, sotto al portone della Hahnpassgasse, quel giorno che diluviava. Lieta sorpresa! Che avesse saputo darmi per caso qualche notizia di Hillel e di Zwakh.
Volevo incominciare subito a interrogarlo. Senonch con mia grande sorpresa lo vidi che si metteva l'indice sulle labbra con aria di mistero come per farmi cenno che tacessi.
N dette altro segno di vita, se non quando la porta venne chiusa dal di fuori e l'eco dei passi del carceriere nel corridoio and spegnendosi.
Per l'agitazione il cuore mi batteva freneticamente.
Che significava tutto ci?
Mi conosceva forse, e che voleva egli mai?
La prima cosa che fece quel figuro fu di mettersi a sedere e di levarsi la scarpa sinistra.
Poi strapp coi denti un turacciolo dal tacco, tir fuori dalla cavit un piccolo pezzo di latta torta, strapp la suola che pareva allentata nelle cuciture e mi porse entrambe le cose con fare orgoglioso.
E tutto questo in un battibaleno e senza badare minimamente alle affannose domande che gli rivolgevo.
- Ecco fatto! E tanti saluti dal signor Charousek.
Ero cos sconcertato che non mi riusc di spiccicar parola.
- Basta prendere la latta e aprire con essa la suola. Di notte. O anche quando nessuno veda. Di dentro, infatti,  vuota - mi spieg il figuro con aria di superiorit - e vi trover una letterina del signor Charousek.
Lasciandomi trasportare dall'eccesso della mia commozione gettai le braccia al collo del figuro piangendo dirottamente.
Egli si scherm con molta indulgenza e mi disse in tono di rimprovero:
- Deve dominarsi un po' pi, signor cavalier Pernath! Non abbiamo un minuto da perdere. Da un momento all'altro potrebbero accorgersi che questa non  la cella mia. Infatti gi, in guardina, io e Cecchino abbiamo scambiato i numeri.
Dovevo aver fatto proprio una faccia da cretino perch il figuro soggiunse:
- Anche se non lo capisce, fa niente. Sono qui, ecco tutto. E basta.
- Dica un po' - interloquii - dica un po', signor - signor....
- Venceslao - mi sugger il figuro - mi chiamo il bel Venceslao.
- Dica un po', Venceslao, che fa l'archivista Hillel e come sta sua figlia?
- Non ci ho tempo da perdere io - m'interruppe con impazienza il bel Venceslao - sa pure che mi posson sbatter fuori da un momento all'altro. - Dunque: sono qui per aver confessato a bella posta un'aggressione a scopo di rapina....
- Ma come Lei ha aggredito qualcuno solo per causa mia, unicamente per venir da me, Venceslao? - domandai sbalordito.
Il figuro scosse la testa sprezzantemente - Se avessi davvero aggredito qualcuno, non sarei mica stato tanto fesso da venirlo a confessare. Per chi mi prende?!
A poco a poco compresi: - il buon diavolo s'era servito d'un'astuzia per portarmi in carcere di straforo una lettera di Charousek.
- Ecco; prima di tutto - egli assunse un'aria molto grave - devo darle una lezione di pilissia.
- Di che?
- Di pilissia! - Stia bene attento e cerchi di tener a mente tutto. - E adesso guardi: prima si riempino le ganasce di saliva; - gonfi le gote movendole di qua e di l come uno che si sciacqui la bocca - poi ci si fa venire la schiuma sul grugno, vede? cos: - esegu anche questo, con una naturalezza repellente.
- Dopodich si girano i pollici nel pugno. - Dopodich si caccian gli occhi fuor dalla testa - e li torceva orrendamente - e poi - sempre pi difficile - si tira un urlo mezzo e mezzo. Senta, cos: Be - be - be, e contemporaneamente ci si butta per terra. - Egli si lasci cadere, quant'era lungo, con un tonfo che fece tremar la casa e sollevandosi disse:
- Questa sarebbe la pilessia naturale, come ce l'ha insegnata al "Battaglione" quella buon'anima del dottor Halbert.
- S, s  imitata alla perfezione - convenni - ma a che serve tutto ci?
- Ma per far fessi tutti costoro e per uscirsene prima dalla cella - mi spieg il bel Venceslao. - Il dottor Rosenblatt  una vera testa di rapa. Anche se li presentassero un uomo senza testa, il Rosenblatt continuerebbe a dire ch' sano come un pesce. Della sola pilessia ha una paura cane. Se uno sa dargliela da bere vien subito passato in infermeria.... E allora evadere diventa un gioco da bambini, - e con l'aria di chi riveli un profondo mistero, soggiunse: - l'inferriata dell'infermeria  infatti segata oltre per oltre, e sta dritta per miracolo, attaccata quasi con lo sputo. - Questo  un segreto del battaglione. - Basta che Lei faccia attenzione per una o due notti, e quando vedr calare dal tetto una corda e penzolare fino all'altezza della finestra alzi adagio adagio l'inferriata facendo in modo che nessuno si svegli, ficchi le spalle dentro il laccio e noi la tiriamo sul tetto e la caliamo poi dall'altra parte in istrada. - Ho detto.
- E perch dovrei evadere dalla prigione? - obbiettai timidamente - non sono forse innocente?
- Non  questa una buona ragione per non evadere - replic il bel Venceslao sbarrando gli occhi per la meraviglia.
Dovetti far sfoggio di tutta la mia eloquenza per farlo desistere dal piano furfantesco che, come egli mi disse, era stato formulato e deciso in una seduta del battaglione.
Ch'io sdegnassi d'approfittare d'un "dono" che mi faceva la Provvidenza, e preferissi aspettare che la libert mi fosse ridata, era una cosa ch'egli non arrivava a capire.
- In ogni modo ringrazio di tutto cuore Lei e i suoi bravi compagni - dissi commosso e gli strinsi la mano. - Quando sar passato per me questo periodo doloroso sar mio primo pensiero di dimostrare a tutti voi la mia infinita gratitudine.
- Non ce n' affatto bisogno - fece Venceslao cortesemente, esimendosi. - Se vorr pagarci qualche bicchierino di grappa l'accetteremmo con gioia, ma proprio nient'altro. Pan Charousek, che adesso  tesoriere del battaglione, ci ha gi detto quanto bene lei abbia fatto in segreto. Ho da fargli qualche ambasciata, se tra qualche giorno mi mollano?
- S, la prego - dissi prendendo la palla al balzo - gli dica d'andare da Hillel e di dirgli che sono tanto in pensiero per la salute di sua figlia Mirjam. Il signor Hillel non dovrebbe perderla di vista - Si ricorder questo nome? Hillel!
- Hirral?
- No: Hillel.
- Hillar?
- No: Hill-el.
Venceslao sput quasi l'anima cercando di pronunziar quel nome inarticolabile per un ceco, ma alla fine riusc a ritenerlo e ripeterlo non senza scontorcere il viso nelle pi pazzesche smorfie.
- Ancora d'una cosa vorrei pregarla: dica al signor Charousek che lo prego caldamente di volersi occupare - per quanto sta in lui - di quella "nobile signora" - sa gi lui di chi si tratta.
- E forse la ristocratica che aveva per amico quel tedesco - il dottor Sapoli? Beh, quella l ha bell'e fatto divorzio e se l' squagliata con la ragazzina e col Sapoli.
- Ne  proprio sicuro?
Sentivo che mi tremava la voce. Per quanto ne avessi piacere per Angelina - il cuore mi si stringeva come in una morsa.
Quanta mai pena m'ero dato per lei ed ora.... eccomi qua, dimenticato.
E forse credeva ch'io fossi davvero un assassino.
Un fiotto amaro mi sal alla gola.
L'altro, con quella finezza d'intuito tutta particolare ai reietti quando si tratta di cose d'amore, sembr indovinare ci che mi turbava perch volse timidamente lo sguardo altrove e non rispose.
- Dica un po': saprebbe forse dirmi come sta la figlia del signor Hillel, la signorina Mirjam? La conosce? - domandai con l'animo sospeso.
- Mirjam? Mirjam? - Venceslao aggrott la fronte riflettendo.
- Mirjam? - Viene spesso di notte da Loisitschek?
Mio malgrado dovetti sorridere. - No. No davvero.
- E allora non la conosco - rispose, asciutto asciutto, Venceslao.
Tacemmo alquanto entrambi.
Trover forse notizie di lei nella lettera - pensai per incuorarmi.
- Che Wassertrum se l' portato via il diavolo, - riprese d'un tratto Venceslao - Le sar gi noto, imagino.
Sobbalzai inorridito.
- Ma s. - Venceslao si mise un dito sulla gola e lo gir a succhiello. - Sgozzato. Come un pollo. Parola di giovinotto, una cosa da far paura. Erano due o tre giorni che non si faceva vedere. E allora, quando buttarono gi la porta, entrai anch'io - primo, s'intende. E lui era l, il Wassertrum, seduto su di un seggiolone fetente, col petto tutto sporco di sangue e con gli occhi che parevan di vetro. Parola d'onore, io sono un ragazzo in gamba, ma mi venga un accidente se in quel momento non mi pareva che tutto ballasse intorno. Ho creduto di cader per terra, ho creduto. E avevo un bel dirmi: Venceslao, dai retta - Venceslao non te la prender calda, non si tratta che d'un giudo che ha tirato le cuoia. Ch! - Ci aveva una lima piantata in gola e nel negozio tutto stava a gambe all'aria. - Assassinato, s'intende.
- La lima! la lima! - Sentivo il respiro farmisi per l'orrore diaccio. - La lima! Aveva trovato la sua strada infine; se l'aveva trovata!
- So anche chi  stato - continu a bassa voce Venceslao, dopo una pausa - Non altri, creda a me, che Loisa, il butterato. Ho visto infatti per terra, nel negozio, il suo temperino e ho fatto a tempo a cacciarmelo in tasca di fretta perch la polizia non mangiasse la foglia. - Nel negozio egli dev'esser riuscito ad entrare da un corridoio sotterraneo e.... s'interruppe di colpo, tese l'orecchio per due secondi trattenendo il fiato, poi si butt sul pagliericcio e incominci a russare come un orco.
Dopo un istante la chiave cigol nella serratura e il carceriere si fece avanti misurandomi da capo a piedi con uno sguardo sospettoso.
Io feci un viso indifferente e per svegliare Venceslao ci volle del bello e del buono.
Solo dopo molti scossoni si decise a tirarsi su sbadigliando. E quando usc, seguto dal carceriere, barcollava ancora dal sonno.
... 
... 
Con un'ansia che mi dava la febbre apersi la lettera di Charousek e lessi:
12 maggio
"Mio caro povero amico e benefattore,
"Ho aspettato settimane e settimane sperando che le riuscisse di uscir di carcere - e sempre invano. Ho cercato in tutti i modi d'adunar materiale che servisse a Sua discolpa, ma non sono riuscito a trovarne.
"Ho pregato il Giudice istruttore di sollecitare l'inizio del processo, ma ogni volta egli mi fece rispondere che la cosa era di competenza del Pubblico Ministero e che lui non c'entrava.
"Burocrate incancrenito!
"Non m' riuscito che un'ora fa di combinar qualcosa da cui m'attendo il pi brillante successo: sono arrivato a sapere che Jaromir ha venduto a Wassertrum un orologio d'oro trovato nel pagliericcio di suo fratello Loisa qualche giorno dopo l'arresto di costui.
"Da Loisitschek dove, come Lei sa, bazzicano spesso dei detectives, s' sparsa la voce che l'orologio di Zottmann, - di quel vecchio, cio caduto vittima, a quanto pare, d'un assassinio e la cui salma  tuttora irreperibile - sia stato ritrovato come corpus delicti indosso a Lei. Il resto me lo sono ricostruito io: insomma Wassertrum ecc. ecc.
"Sono andato a scovare Jaromir, gli ho dato 1000 fiorini....". - Lasciai cadere la lettera e piansi lacrime di gioia: solo Angelina poteva aver dato a Charousek quella somma. Perch n Zwakh n Procopio n Vrieslander avrebber potuto metter insieme tanto danaro. - Non m'aveva dimenticato dunque, non mi aveva dimenticato davvero! - Ripresi a leggere:
"- 1000 fiorini e gliene promisi altri 2000 a patto che venisse immediatamente in questura con me e confessasse d'aver trovato in casa l'orologio e d'esserselo appropriato mentre suo fratello stava in carcere.
"Egli acconsent.
"Io per non posso svolgere il mio piano prima che questa lettera che Venceslao  incaricato di recapitarle sia gi per istrada.
"Il tempo stringe. Ma tenga per fermo che sar fatto. Entro quest'oggi. Gliene do parola.
"Non esito un istante a creder Loisa il vero autore dell'assassinio e son certo che l'orologio non pu esser d'altri che di Zottmann.
"Se per, malgrado l'eloquenza di tanti indizi, non dovesse esser cos - Jaromir sa lo stesso quel che deve fare: - Riconoscere comunque l'orologio per quello ch' stato trovato nella di Lei abitazione.
"Si faccia animo dunque e non disperi! Il giorno della sua liberazione  forse imminente.
"Cos potesse, a dispetto dell'avverso destino, venire un giorno in cui ci rivedessimo.  possibile?
"Non lo so.
"Starei quasi per dire che non lo credo, perch sento che mi consumo rapidamente e faccio gi uno sforzo per stare in guardia affinch l'ultima mia ora non abbia a prendermi di sorpresa.
"Sia per certo d'una cosa: noi ci rivedremo. Se anche non sar in questa vita, n, come i morti, in quell'altra, sar nel giorno in cui il tempo s'infranger - in cui, come nella Bibbia sta scritto, il Signore sputer dalla sua bocca i tiepidi, quelli che non sono stati n caldi n freddi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
"Non si meravigli di sentirmi parlare cos! Non ho mai tenuto parola con Lei di queste cose, ed anzi una volta che Lei fece accenno alla "cabbala" sono stato io a risponderle evasivamente; ma - so quel che so.
"Forse non capir quel che voglio dire. Se  cos cancelli, La prego, quanto le ho detto dalla Sua memoria.
"....Una volta, nei miei deliri, ho creduto - di vedere un segno sul suo petto. - Posso ammetter del resto d'aver sognato ad occhi aperti.
"Supponga, se davvero non Le riesce di capirmi, ch'io abbia avuto - fin dall'infanzia - certe intime rivelazioni; rivelazioni che non vanno in nessun modo d'accordo con quello che la medicina insegna o, grazie a Dio, ancora non sa e che, sperabilmente, non riuscir mai ad apprendere.
"Io per non mi sono mai lasciato abbindolare dalla scienza, il cui scopo supremo  di organizzare alla meglio una sala d'aspetto che meglio si provvederebbe a distruggere dalle fondamenta.
"Ma punto su ci.
"Preferisco metterla al corrente di quanto nel frattempo  accaduto:
"Alla fine d'aprile, Wassertrum era gi arrivato al punto in cui la mia suggestione cominciava a funzionare.
"Me ne accorsi dal suo modo d'andar su e gi per la strada gesticolando e discorrendo a voce alta.
" questo il segno pi evidente che i pensieri d'un uomo s'addensano tempestosamente per poi piombare addosso al loro signore.
"Dopodicch si compr un taccuino e cominci a prendere appunti.
"Scriveva!
"Scriveva, capisce? Roba da schiattar dalle risa. Scriveva, lui, proprio lui!
"Poi and a trovare un notaio. Stando nella mia cantina di fronte al fondaco, sapevo cosa stesse combinando lui, l dentro: - faceva testamento.
"Che costituisse me suo erede universale,  una di quelle cose che non avrei mai potuto supporre. Ch, se l'avessi solo subodorato, mi sarebbe venuto, dalla troppo gioia, il ballo di San Vito.
"Egli mi costitu erede universale, solo perch ero l'unico, favorendo il quale, egli credeva di poter porre in qualche modo riparo alle sue tante malefatte. La coscienza gli ha giocato un brutto tiro.
"Lo faceva forse anche per la speranza ch'io lo benedissi trovandomi ad esser, dopo la sua morte, improvvisamente milionario, e per scongiurare cos la maledizione ch'era uscita allora dalle mie labbra, in camera sua, e ch'egli era stato costretto ad ascoltare.
"Come vede la mia suggestione ha agito in tre sensi.
"Ed  veramente grazioso constatare come nel suo segreto, egli credesse a una ricompensa nell'al di l, mentre, vivendo, cerc sempre e con molta pena di convincersi del contrario.
"Ma cos avviene a tutti i supersavi; lo si pu scorgere gi nella folle ira che li prende, quando uno lo dice loro in faccia. Si sentono toccati sul vivo.
"Dal momento in cui Wassertrum torn dal notaio non lo perdetti pi di vista.
"La notte origliavo ai battenti del suo negozio, perch ogni minuto poteva portare la decisione.
"Penso che avrei sentito traverso i muri il rumore schioccante che aspettavo con ansia, s'egli finalmente avesse tolto il turacciolo alla boccetta di veleno.
"Mancava forse un'ora soltanto, perch l'opera, a cui avevo impiegato tutta la mia vita, si compisse.
"Ed ecco uno che non v'era chiamato mettervi mano ed ucciderlo. Con una lima.
"I particolari se li faccia raccontare da Venceslao. Proverei un'amarezza troppo grande a doverle scriver tutto per filo e per segno.
"Dica che sono superstizioso - ma quando vidi che il sangue era stato sparso - tutti gli oggetti del negozio ne furono macchiati - mi parve, non so perch, che l'anima sua mi si fosse sottratta.
Qualcosa in me - un fine istinto che non inganna - mi dice che non  lo stesso che un uomo muoia per mano d'altri o per mano propria: - solo se Wassertrum avesse dovuto portar con s, sottoterra, il suo sangue, la mia missione avrebbe avuto termine. Ora che la cosa  andata altrimenti, mi sento come un espulso - come uno strumento di cui la mano dell'angelo della morte ha sdegnato servirsi.
"Ma io non voglio gi ribellarmi. L'odio mio  di quelli che vanno oltre la tomba e d'altronde ho ancora il mio sangue che posso versare come voglio perch passo per passo possa seguire il suo nel regno delle ombre. . . .
"Dacch hanno sepolto Wassertrum, vado a sedermi ogni giorno accanto a lui in cimitero e cerco di percepire le mie voci interne per saper ci che devo fare.
"Credo comunque di saperlo diggi, ma voglio aspettare ancora, fino a che quel che spira dentro diventi chiaro come una sorgente. - Noialtri uomini siamo impuri, e ci occorrono talvolta lunghe veglie e digiuni prima di comprendere il sommesso bisbigliare dell'anima nostra.... La scorsa settimana il Tribunale mi comunic in via ufficiale che Wassertrum mi aveva costituito erede universale.
"Non occorre che Le assicuri, signor Pernath, che non toccher uno di quei soldi - mi guarder bene dal fornirgli degli appigli nell'al di l.
"Le case che gli appartenevano le far mettere all'asta e ordiner che si dia fuoco ai mobili ch'egli ha toccati. Il ricavato in danaro e beni lo lascier, morendo, per un terzo a Lei.
"Mi par di vederla saltar su a protestare. Pu starsene tranquillo: quel che riceve  quanto per diritto le appartiene con in pi gli interessi semplici e composti. Sapevo bens da lunga pezza che anni fa Wassertrum aveva del tutto rovinato suo padre e la di Lei famiglia - ma appena adesso sono in grado di averne le prove legali.
"Un altro terzo sar diviso tra i 12 membri del "battaglione" che hanno conosciuto personalmente il defunto dottor Hulbert. Voglio che ognuno di essi diventi ricco e per tal modo trovi accesso nella - "buona societ" di Praga.
"L'ultimo terzo ho disposto che venga suddiviso tra i primi sette assassini della contrada che ottengano l'assoluzione per non provata reit.
"Di ci vado debitore al pubblico scandalo.
"E cos mi pare che tutto sia a posto.
"Ed ora, mio caro, caro amico, stia bene e pensi qualche volta al Suo
"gratissimo ed affezionatissimo
Innocenzo Charousek".
Profondamente scosso lasciai cadere la lettera.
N mi riusc di gioire al pensiero della mia scarcerazione imminente.
Charousek! Povero Charousek! Si prendeva cura della mia sorte come un fratello. E solo perch una volta gli avevo regalato 100 fiorini! Ah se avessi almeno potuto stringergli la mano una volta ancora.
E sentivo invece che aveva ragione, che quel giorno non sarebbe venuto mai.
Me lo vedevo innanzi agli occhi: col suo sguardo tutto fiamma, con quelle spalle da tisico, con quella sua fronte alta e nobilissima.
Forse tutto sarebbe proceduto diversamente, solo che avesse trovato una mano soccorrevole tesa verso di lui nel corso della sua vita sconsolata.
Rilessi la lettera.
Di quale metodo era per capace la follia di Charousek! Ma che fosse poi pazzo?
Mi vergognai quasi d'aver avuto, anche per un solo istante, simile pensiero.
Non eran forse abbastanza eloquenti i suoi accenni? Egli era un uomo come Hillel, come Mirjam, come me, un uomo di cui l'anima s' impadronita - trasportandolo traverso gli abissi e le scogliere della vita, in alto, in alto, sulle vette nevose d'un paese immacolato.
Non era forse pi puro lui, che per tutta la vita non aveva pensato che ad uccidere, d'uno qualunque di quelli che se ne vanno attorno pudibondi, dando ad intendere che si conformano ai comandamenti, imparati a memoria, d'uno sconosciuto e mistico profeta?
Egli teneva fede a un comandamento dettatogli da un impulso invincibile senza pensare nemmeno a "ricompense" di qua o di l dalla morte.
Quel che aveva fatto era forse qualcosa di diverso dal pi devoto compimento d'un dovere, nel pi recondito significato della parola?
- Vile, subdolo, assetato di sangue, malato, un carattere problematico - da delinquente. - Sentivo letteralmente il giudizio che avrebbe dato di lui la folla, se avesse potuto guardargli dentro all'anima con le sue mille lanterne cieche, - la folla idiota che non arriver mai a capire che il velenoso crocco autunnale  mille volte pi bello e pi nobile dell'utile cipolla porraia. . . . . . . . .
La serratura cigol di nuovo e sentii che spingevano dentro un uomo.
Non mi voltai nemmeno, preso com'ero dall'impressione che m'aveva fatto la lettura di quelle pagine.
In esse non c'era una parola che riguardasse Angelina, non una su Hillel.
Certo: Charousek doveva aver vergato quelle righe in gran fretta, la scrittura me lo diceva.
E chi sa che un'altra sue lettera non potesse essermi recapitata?
Speravo segretamente in ci che avrebbe potuto succedere l'indomani, durante la passeggiata collettiva dei carcerati nel cortile. - Qualche membro del "battaglione" sarebbe stato senza dubbio capace, casomai, di cogliere il destro per passarmi qualcosa.
Un'esile voce mi strapp alle mie meditazioni.
- Scusi, signore, vuol permettere che mi presenti? Io mi chiamo Laponder. - Amedeo Laponder.
Mi voltai.
Un uomo piccolino, patito e abbastanza giovane, vestito distintamente, e cui non mancava che il cappello, come a tutti gli imputati, stava inchinandosi correttamente.
Era sbarbato come un attore. Gli occhi grandi, tagliati a mandorla, con le pupille lucenti color verde chiaro, avevano la specialit che, per quanto fossero diretti verso di me, pareva che non mi vedessero. C'era dentro qualcosa come.... spirito assente.
Biascicai il mio nome, e come lui m'inchinai e volli tornare a voltarmi. Ma non mi riusc per un bel po' di staccar lo sguardo da quell'uomo, tale strana influenza esercitava su di me con quel sorriso da pagoda che gli angoli volti in su delle labbra finemente disegnate imprimevano continuamente al suo volto.
Pareva quasi una di quelle statuette cinesi del Buddha, intagliate in quarzo rosa, con la sua pelle trasparente e senza rughe, con quel fine naso virginale dalle delicate narici.
- Amedeo Laponder, Amadeo Laponder - ripetevo mentalmente.
- Cosa diavolo potr aver commesso?
... 
 18. LUNA.
-  gi stato dal giudice istruttore? - domandai dopo un po'.
- Per l'appunto ne vengo. - E spero di non dover restar troppo tempo qua dentro, a incomodarLa. - rispose amabilmente il signor Laponder.
- Povero diavolo - dissi tra me - egli non ha la pi pallida idea di ci che tocca agli imputati.
Cercai di prepararvelo gradatamente:
- A star seduti qui si finisce a poco a poco per abituarsi, passati che sieno una volta i primi giorni: i peggiori.
Stette ad ascoltarmi con deferenza cortese.
Silenzio.
- Ed  durato molto l'interrogatorio, signor Laponder?
Egli sorrise distrattamente:
- No. M'han domandato semplicemente se confessassi e m'han dato il protocollo da firmare.
- E Lei ha firmato che confessava? - proruppi.
- Ma certo.
Lo diceva come se si trattasse della cosa pi naturale del mondo.
Non pu aver commesso niente di grave, argomentai tra me, dal momento che non si mostra per nulla turbato. Sar stata una sfida a duello o un'altra inezia del genere.
"Io son qui dentro, per mia sciagura, da tanto, che gi mi par di starvi da un secolo", sospirai senza volerlo, ed egli assunse subito un'aria di pietoso interessamento. - Le auguro di non dover subire la stessa sorte mia. Da quel che riesco a capire, pare, d'altronde, che Lei non tarder ad esser messo a piede libero.
- A seconda dei punti di vista - rispose lui pacatamente, ma lasciando intuire un larvato doppio senso.
- O che forse non lo crede? - domandai sorridendo. Egli scosse la testa.
- Com' che devo interpretare le Sue parole? - Cos' dunque che ha commesso di tanto orribile? - Perdoni, signor Laponder, se insisto. Non  per mera curiosit - ma unicamente per umano interessamento.
Esit un istante; poi, senza batter ciglio, disse:
- Assassinio con stupro.
Fu come se m'avesse dato una mazzata in testa.
Dal ribrezzo, dall'orrore mi sentivo incapace di profferir parola.
Egli parve accorgersene perch volse discretamente lo sguardo altrove. Ma sul suo volto sorridente d'automa non la pi lieve contrazione di muscoli rivel s'egli si fosse o no risentito del mio contegno, d'improvviso cos diverso.
N pi scambiammo parole e, muti entrambi, evitammo di guardarci. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Quando all'imbrunire mi coricai egli segu immediatamente il mio esempio: si spogli, appese con ogni cura gli abiti a un chiodo che sporgeva dalla parete, si distese e parve, a dedur dal respiro tranquillo e regolare, che s'addormentasse subito e profondamente.
A me non riusc d'aver requie per tutta notte.
Il sentirmi incessantemente accanto un mostro di quella fatta, l'esser costretto a respirare l'aria stessa che respirava lui, mi terrorizzavano e m'inquietavano al punto da cacciar quasi nell'ombra le vive impressioni di quella giornata, la lettera di Charousek non esclusa.
M'ero posto a giacere in modo d'aver sempre sott'occhio l'assassino, comecch mi sarebbe riuscito intollerabile sapermelo dietro le spalle.
La cella era fiocamente illuminata dall'albor della luna, s che vedevo Laponder giacersi immobile, rigido quasi.
I suoi tratti avevano assunto un non so che di cadaverico e la bocca semiaperta dava risalto a quest'impressione.
Per molte ore egli non cambi, nemmeno una volta, di posizione.
Solo molto dopo la mezzanotte, quando un raggio di luna and a battergli in viso, fu preso da una leggera inquietudine e cominci a mover impercettibilmente le labbra come uno che parli in sogno. - Pareva che fosse sempre la stessa parola - di tre sillabe forse - qualcosa come:
"- Lasciami. Lasciami. Lasciami".
... 
I giorni seguenti trascorsero senza ch'io mi curassi menomamente di lui, n avvenne ch'egli rompesse mai il silenzio.
Nelle sue maniere sempre la stessa amabilit del primo momento. Quando mi veniva voglia d'andar su e gi per la cella, egli immediatamente lo capiva e, se stava seduto, s'affrettava a tirar indietro i piedi per lasciarmi libero il passaggio.
Quasi mi rimproveravo d'avergli usato troppa asprezza, ma d'altra parte non riuscivo a vincere - con tutta la buona volont - il senso d'orrore ch'egli m'inspirava.
Per quanto avessi sperato di potermi abituare a lui vivendogli accanto - vedevo che era impossibile.
Perfino di notte l'inquetudiue angosciosa mi teneva desto. Non riuscivo a dormire filato neppure un quarto d'ora.
Ogni sera si ripeteva la stessa storia, uguale fin ne' minimi dettagli: egli aspettava con deferenza che mi fossi coricato, poi si svestiva, piegava con minuziosa cura i pantaloni, appendeva la giubba eccetera, eccetera.
... 
Una notte - potevano essere le due - mi alzai, ebbro di sonno e mezzo morto di stanchezza, montai sull'asse, mi misi a fissar la luna piena i cui raggi si riflettevano oleosi e rilucenti dal viso di rame dell'orologio sulla torre e pensai con molta tristezza a Mirjam.
E d'improvviso sentii, impercettibile quasi, la sua voce dietro di me.
Subito mi destai e desto - pi che desto - guardai dappertutto e mi posi in ascolto.
Un minuto pass.
Gi credevo d'essermi ingannato, quando la sentii di nuovo. Non riuscivo a capir bene le parole, ma suonavan come:
"Interrogami. Interrogami".
Era senz'altro la voce di Mirjam.
Con le gambe che non mi reggevano dall'emozione, discesi, pi piano che potei, e m'avvicinai al letto di Laponder.
La luce lunare gli batteva in pieno sul volto ed io vidi distintamente che teneva le palpebre aperte, ma che solo il bianco degli occhi era visibile.
Dalla rigidezza dei muscoli delle guancie mi convinsi che dormiva profondamente.
Solo le labbra si muovevano proprio come l'ultima volta.
E a poco a poco compresi le parole che gli uscivan di dietro ai denti!
"Interrogami, interrogami".
La voce somigliava a quella di Mirjam in modo strabiliante.
- Mirjam? Mirjam? - esclamai senza volere, abbassando subito la voce, per non svegliare il dormiente.
Attesi finch il suo viso torn a irrigidirsi, poi ripetei a bassa voce:
"Mirjam? Mirjam?"
La sua bocca articol un appena percettibile, ma deciso.
"S".
Misi l'orecchio proprio contro le sue labbra.
Dopo un po' sentii la voce di Mirjam ribisbigliare. - E v'era tale identit in quella voce che sentii passarmi, tra pelle e pelle, brividi di gelo.
Bevevo le parole con tanta avidit da non capirne altro che il senso. Ella parlava del suo amore per me e della gioia indicibile d'esserci finalmente ritrovati - per non lasciarci mai pi - e tutto ci in fretta - senza pause: come chi tema di venire interrotto e voglia profittare d'ogni secondo.
Poi la voce ebbe degli arresti - si spense a tratti del tutto.
- Mirjam? - domandavo io tremando d'ansia e trattenendo il respiro - Mirjam, sei morta?
Nessuna risposta per un pezzo.
Poi, quasi incomprensibile:
- No. - Vivo. - Dormo.
Nient'altro.
Restai teso in ascolto, ancora, ancora.
Invano.
Pi nulla.
Sconvolto, tremante dovetti aggrapparmi alla sponda del pagliericcio per non cader svenuto addosso a Laponder.
L'illusione era stata cos completa che per alcuni istanti m'era parso di veder effettivamente Mirjam giacermi vicino e avevo dovuto chiamare a raccolta tutte le mie forze per non deporre un bacio sulle labbra dell'assassino.
"Henoch! Henoch!" sentii balbettare d'improvviso e poi sempre in modo pi chiaro e distinto: "Henoch! Henoch!"
Riconobbi immediatamente Hillel.
"Sei tu, Hillel?"
Nessuna risposta.
Mi ricordai che per far parlare chi dorme non bisogna far le domande all'orecchio, ma contro i tessuti nervosi dell'esofago.
Lo feci:
- Hillel?
- S, t'ascolto.
- Mirjam sta bene? Sai tutto? - domandai in fretta.
- S. So tutto. Sapevo tutto da tempo. - Stai tranquillo, Henoch, e non aver paura.
- Puoi perdonarmi, Hillel?
- Ma se te lo dico! Stai tranquillo.
- Ci rivedremo presto? - Temevo di non poter pi sentire la risposta, comecch gi l'ultima frase era stata detta quasi in un soffio.
- Lo spero. T'aspetter - se posso - poi devo - terra.
- Dove devi andare? In che terra? - stavo quasi per cadere su Laponder - In che terra? In che terra?
- Terra - Gad - al sud - Palestina - La voce mor.
Cento domande confuse mi s'affollavano alla mente: Perch mi chiama Henoch? - Zwakh, Jaromir, l'orologio, Vrieslander, Angelina - Charousek.
"Stia bene, e si ricordi qualche volta di me", tornarono a dire d'un tratto chiaramente e decisamente le labbra dell'assassino. Adesso era l'intonazione di voce di Charousek, ma quasi come se io stesso avessi parlato.
Mi rammentai: era, parola per parola, la chiusa della lettera di Charousek.
Il volto di Laponder era gi sommerso nell'oscurit. La luce della luna cadeva sul capezzale del pagliericcio. Tra un quarto d'ora sarebbe sparita dalla cella.
Feci domande su domande, senza pi ottener risposta.
L'assassino stava sempre disteso, immobile come un cadavere, e aveva chiuse le palpebre.
... 
Mi rimproveravo aspramente di non aver saputo scorgere in Laponder, durante tutti quei giorni, altro che il delinquente, l'uomo mai.
Ora, dopo quanto m'era successo, capivo che doveva senz'altro trattarsi di un sonnambulo - d'un essere soggetto alle influenze lunari.
Forse aveva commesso lo stupro e l'assassinio in una specie di crepuscolare annebbiamento. Anzi - senza forse - non poteva esser stato che cos.
Ora, con le prime luci del mattino, gli era sparita dal volto la rigidezza, per dar luogo a un'espressione di pace beata.
Come potrebbe dormir cos un uomo che avesse sulla coscienza un omicidio? - m'andavo dicendo.
E non stavo pi in me tanto mi pareva tardasse il momento del suo risveglio.
Avrebbe egli saputo rendersi conto di quanto era successo?
Egli dischiuse alla fine gli occhi, incontr il mio sguardo, ne distolse il suo.
M'avvicinai subito a lui e gli presi la mano - Le chiedo scusa, signor Laponder, d'esser stato finora cos scortese con Lei. Era perch non sapevo abituarmi a....
- Per carit, signore, creda pure che capisco benissimo - m'interruppe lui con vivacit - quanto debba essere increscioso ed orribile dover vivere accanto a uno stupratore.
- Non ne parli pi - supplicai. - Stanotte mi son passate per il capo tante idee, e non so liberarmi dall'impressione ch'Ella possa esser, forse.... andavo in cerca di parole adatte.
- Lei mi crede ammalato - disse lui traendomi d'impaccio.
Annuii: - Credo di doverlo concludere da determinati indizi: Lei - Lei permette ch'io le rivolga senz'altro una domanda, signor Laponder?
- Prego, faccia pure.
- Forse le sembrer strano, - ma - pu dirmi per caso quel che ha sognato stanotte?
Egli scosse sorridendo la testa: - Io non sogno mai.
- Ma Lei parlava dormendo.
Egli mi guard. Rest un poco a riflettere. Poi rispose decisamente.
- Pu esser accaduto solo nel caso che Lei m'abbia rivolto delle domande. - Ammisi d'averlo fatto. - Perch, come le dicevo, io non sogno mai. Io - io cammino - soggiunse, dopo una pausa, a mezza voce.
- Lei cammina? Si spieghi, La prego, perch la cosa non m' chiara.
Mi parve che non avesse troppa voglia di parlare, tanto che credetti opportuno indicargli i motivi che m'avevan mosso a interrogarlo, narrandogli in succinto quant'era accaduto la notte.
- Tenga pure per fermo - dichiar lui con seriet, dopo avermi ascoltato - che tutto quel che posso aver detto in sogno, non  che la pura verit. Quando affermavo dianzi che non sogno, ma cammino, non intendevo dir altro che il mondo dei miei sogni  diverso da quello dei, diciamo cos, uomini normali. Lo chiami, se cos le pare, una fuoruscita dal corpo. Stanotte per esempio, sono stato in una stanza molto stravagante in cui s'accedeva da sotto in su, traverso una botola.
- Com'era fatta? - domandai subitatamente. - Era disabitata? vuota?
- No, c'erano dei mobili, ma non molti. E un letto dove una giovane dormiva - o era distesa come se fosse morta. - Un uomo le sedeva accanto tenendole la mano sulla fronte. Laponder mi descrisse i volti d'entrambi. E come pi dubitare? Altri non potevan essere che Hillel e Mirjam.
L'ansia mi teneva cos sospeso che non m'attentavo quasi di respirare.
- Continui, La prego. Nella stanza non c'era nessun'altro?
- Se c'erano altri? Aspetti - no: nella stanza non c'era nessun'altro. Una lucerna a sette becchi stava accesa sul tavolo. - E una scala a chiocciola conduceva abbasso.
- Era rotta? - domandai interrompendo,
- Rotta? No, no; era perfettamente a posto. Ad un lato di essa c'era l'accesso ad una camera dove stava seduto un uomo con delle fibbie d'argento alle scarpe e dal tipo straniero, tanto che non ricordo di averne visto mai d'uguale: aveva un viso colore giallo, occhi obliqui - e stava piegato in avanti come se aspettasse qualcosa. Forse un incarico da espletare.
- Non ha visto, in un punto o nell'altro, un libro - un vecchio libro piuttosto grande? investigai.
- Un libro, dice un libro? - Ma s. Per l'appunto: per terra c'era un libro. Aperto, legato in pergamena e la prima pagina cominciava con l'iniziale A, grande e dorata.
- Vuol forse dire con un I?
- No, con un A.
- Ne  certo? Non era un I?
- No, era certo un A.
Scossi la testa e cominciai a nutrir qualche dubbio. Evidentemente Laponder aveva letto dormendo nel mio mondo d'imagini e aveva accozzato insieme ogni cosa: Hillel, Mirjam, il Golem, il libro Ibbur e il corridoio sotterraneo.
- Questa sua qualit di "camminare", come Lei la chiama, la possiede gi da tempo?
-Dal mio ventunesimo anno.... - egli s'interruppe come se non amasse discorrerne, ma d'un tratto atteggi il volto a maraviglia sconfinata e si mise a guardarmi il petto con una insistenza che faceva supporre che vi scorgesse qualcosa.
Senza badare al mio stupore, egli afferr con slancio la mia mano e mi preg - mi supplic quasi:
- Per l'amor del cielo, mi dica tutto. Oggi  l'ultimo giorno che m' dato passare con Lei. Forse gi tra un'ora mi verranno a prendere per darmi lettura della mia condanna a morte.
L'interruppi terrorizzato.
- Ma allora deve citarmi come testimonio, Attester con giuramento che Lei  malato. - Lei  sonnambulo.  intollerabile che la si giustizi senza aver prima sottoposto a perizia lo stato del suo spirito. Ma sia ragionevole, perdio!
Egli si scherm nervosamente: - Ci  del tutto secondario, - parli Lei piuttosto, mi dica tutto, La prego!
- Ma cos' che devo dirle? - Parliamo invece di Lei che....
- Le devono esser capitate - ora appena me n'accorgo - una quantit di cose singolari ed arcane che mi riguardano strettamente - che mi toccano pi vicino di quanto Ella possa imaginare. Mi dica tutto, La prego! - supplic.
Non riuscivo affatto a spiegarmi come la vita mia potesse aver per lui interesse maggiore della situazione in cui si trovava, abbastanza tremenda in verit. Tuttavia, perch si calmasse, cominciai a raccontargli per disteso tutto quel che m'era successo.
Dopo ogni pausa egli annuiva soddisfatto come chi veda una cosa fino in fondo.
Quando arrivai a raccontargli dell'apparizione che m'era venuta davanti senza testa e m'aveva teso i granelli nero-roggi, sembr quasi che gli tardasse di sentir la conclusione.
- Dunque, glieli ha fatti cader di mano mormor pensieroso. - Io non avrei mai creduto che ci potesse essere una terza via!
- Ma non era la terza via, quella - dissi - sarebbe stato perfettamente lo stesso se avessi respinto i granelli.
Egli sorrise.
- Non crede, signor Laponder?
- Se li avesse respinti, Lei si sarebbe per certo incamminato sulla "via della vita", ma i granelli, che simboleggiano le forze magiche, non sarebbero rimasti l. - E infatti sono andati a finir per terra, come Lei dice. Cio essi sono rimasti qui e saranno custoditi dai suoi avi fino a quando sar sorto il tempo dei germogli. Allora le forze che ora sono assopite in Lei, si desteranno.
Non capivo: - I granelli verranno custoditi dai miei avi?
- Quel che Lei ha vissuto, deve in parte concepirlo simbolicamente - spieg Laponder - Il cerchio degli uomini dal fulgore azzurro era la catena degli "Ii" ereditati che ogni nato di madre trascina con s. L'anima non  "particolare" - deve appena diventarlo; e allora  ci che comunemente si chiama immortalit; l'anima Sua consiste ancora di molti ii, - cos come un formicaio di molte formiche; Lei porta in s i resti d'anima di molte migliaia di suoi antenati: - dei capi della Sua stirpe. E cos avviene per ogni essere creato. Come potrebbe altrimenti un pulcino - uscito dall'uovo covato artificialmente - cercare subito il nutrimento adatto, se non ci fosse in lui l'esperienza di milioni d'anni? - La presenza dell'istinto discopre quella degli antenati nei corpi e nelle anime. - Ma perdoni: io non volevo interromperla.
Arrivai fino alla fine. Gli dissi tutto. Anche le parole di Mirjam sull'"ermafrodito".
Quand'ebbi terminato e lo guardai, vidi che Laponder s'era fatto bianco come un cencio lavato e che il pianto gli rigava le guancie.
M'alzai subito, feci finta di non essermene accorto, e mi misi a passeggiar su e gi per la cella aspettando che si fosse calmato.
Sedutomi quindi di fronte a lui, feci sfoggio di tutta la mia eloquenza per convincerlo della impellente necessit di richiamar l'attenzione dei giudici sullo stato morboso in cui si trovava il suo spirito.
- Se almeno non avesse confessato l'assassinio! - esclamai concludendo.
- Ma ho dovuto farlo, io! M'hanno chiesto di parlare in coscienza - disse ingenuamente.
- Crede Lei che dire una bugia sia peggio che - che - stuprare? - domandai sbalordito.
- In generale no, ma nel caso mio certamente. - Veda: quando il giudice istruttore mi domand se confessassi, ebbi la forza di dire la verit. Potevo scegliere dunque tra mentire o non mentire. - Quando uccisi per stuprare - non mi domandi particolari, La prego:  stata una cosa talmente orribile che desidero assolutamente non rinnovarne il ricordo - quando commisi lo stupro, non avevo scelta possibile. Per quanto agissi in piena coscienza non avevo alcuna libert di scelta. Qualcosa, che non avrei mai supposto che esistesse in me, si dest pi forte di me stesso. Crede che se avessi potuto scegliere, avrei ucciso? - Non ho ammazzato mai - nemmeno una mosca - ed ora meno che meno sarei in grado di farlo.
Ammetta che una legge umana imponesse d'uccidere e che la morte fosse la punizione dei trasgressori - proprio come  il caso in guerra. Ebbene, io mi sarei senz'altro meritata la morte. - Perch non mi resterebbe da scegliere. Non potrei uccidere: ecco tutto. Quando commisi lo stupro, la questione era nettamente capovolta.
- Ragion di pi, adesso che si sente quasi un altro, per far di tutto onde sottrarsi alla condanna del Tribunale - ribattei.
Laponder fece con la mano un gesto di diniego: - Lei s'inganna. I giudici hanno, dal loro punto di vista, perfettamente ragione. Che forse possono permettere che un mio pari se ne vada in giro cos, come niente fosse? Perch domani o dopodomani torni a farne qualcun'altra delle sue?
- No. Ma sarebbe il caso invece d'internarla in una casa di salute per malattie mentali. Questa  la mia idea. - esclamai.
- Se io fossi pazzo, Lei avrebbe ragione - replic Laponder con pacatezza. - Ma io non sono pazzo. Sono qualcosa d'assolutamente diverso - che, pur avendo somiglianza grande con la pazzia,  precisamente il contrario di essa. - Stia a sentire, La prego. -Mi capir subito. Quello che dianzi Lei mi raccontava del fantasma senza testa - che non  poi altro che un simbolo, la cui chiave, se ci penso su, non le sar difficile trovare -  capitato anche a me, nella stessa precisa maniera. Con la differenza che io i grani li ho accettati. Io cammino dunque sulla "via della morte"! E per me la cosa pi sacra ch'io possa pensare  di lasciar che guida ai miei passi sia lo spirito. Guida a cui m'affido ciecamente fiducioso, senza chiedermi dove la via mi condurr: se alla forca o al trono, se verso la povert o la ricchezza. Quando la scelta dipendeva da me, non ho esitato mai.
E perci non ho mai mentito, quando scegliere era in mia facolt.
Conosce le parole del profeta Micha:
"Ti  stato detto, o uomo, che sia bene e ci che il Signore da te richiede?"
Se avessi mentito, avrei - la scelta dipendendo da me - creata una causa. - Quando commisi il delitto non creai cause. Si attu invece liberamente l'effetto di una causa che in me da lungo tempo potenzialmente dormiva, e sulla quale non avevo pi alcun potere.
Dunque ho le mani nette.
Lo spirito, che form in me l'assassinio, e mi costrinse a delinquere, ha eseguito su di me una condanna a morte; gli uomini, consegnandomi al boia, fanno s che il mio destino si disgiunga dal loro: - io acquisto la mia libert".
 un santo, pensai, mentre i capelli mi si rizzavano in capo per l'orrore che mi dava la mia piccolezza.
- Lei m'ha detto d'aver per un lungo periodo smarrito il ricordo della sua giovent in conseguenza dell'intervento ipnotico d'un medico nella sua coscienza - continu -, Questo non  altro che il segno - la stimmata - di tutti coloro che sono stati morsi dalla "serpe del regno spirituale" - Sembra quasi che due vite debbano innestarsi in noi - come s'innesta un pollone su di una pianta selvatica - avanti che il miracolo del risveglio possa compiersi. Quel che di solito  disciolto dalla morte, avviene in questo caso per lo svanire dei ricordi - talora unicamente per un improvviso interno capovolgimento.
Per quel che mi riguarda accadde che, a ventun'anni compiuti, mi destassi una mattina cambiato del tutto, e senza motivo apparente. Quel che fino a quel momento m'era stato caro, m'apparve d'un tratto indifferente. La vita mi sembr stupida come un libro d'avventure e perdette ogni realt; i sogni diventarono certezza - certezza apodittica piena di forza dimostrativa, capisce: reale, inoppugnabile certezza. E la vita quotidiana divent sogno.
Gli uomini tutti potrebbero arrivare a questo, purch avessero la chiave. E la chiave la si trova puramente e semplicemente nel rendersi conto della "forma del proprio io", della propria pelle, vorrei dire, immersi che si sia nel sonno, nel discoprire la stretta fessura traverso la quale la coscienza si fa strada tra lo stato di veglia e quello del sonno pi profondo.
Perci dicevo dianzi: "io cammino" e non "io sogno".
La lotta per l'immortalit  una battaglia per il dominio sui suoni e fantasmi che hanno in noi la loro dimora; e l'attesa del nostro "io" di diventare re,  quanto aspettare il Messia.
L'Habal Garmin spettrale, che Lei ha veduto, il - soffio delle ossa - della cabala, era il re. Quand'egli sar cinto della sua corona.... - si spezzer la corda che lega Lei, per mezzo dei sensi esteriori e del fumaiolo del raziocinio, a questo mondo....
Lei mi domander come mai, lontano come sono dalla vita, io abbia potuto diventare da un momento all'altro stupratore ed assassino. L'uomo  come un tubo di vetro in cui scorrano palle variopinte. Nella vita di quasi tutti, la palla  una sola. Se  rossa, si dice che l'uomo  "cattivo". Se  gialla si dice che  "buono", se due palle - una rossa ed una gialla - si susseguono, abbiamo un carattere "instabile". Noi "morsi dalla serpe" viviamo nella nostra vita quel che di solito accade a tutta la razza in un evo intero: le palle variopinte attraversano il tubo di vetro in corsa folle, una dietro l'altra, e finite che sieno - noi siamo diventati profeti - imagini della divinit".
Laponder tacque.
Per un pezzo me ne stetti muto, incapace d'articolar parola. Quel suo discorso m'aveva mezzo intontito.
- Perch mi domandava dianzi la storia della mia vita, se Lei sta di tanto e tanto pi in alto di me? - ripresi finalmente a dire.
- Lei si sbaglia - disse Laponder - io sto molto al disotto di Lei. - Le ho fatto quelle domande perch sentivo che Lei possiede la chiave che a me finora mancava.
- Io, una chiave? Per l'amor di Dio!
- S. Proprio Lei. Lei me l'ha data. - Credo che non ci sia oggi sulla terra uomo pi felice di me.
Fuori si sentirono dei rumori; qualcuno fece scorrere il paletto. - Ma Laponder ci fece appena caso:
- Quel che m'ha detto dell'ermafrodito  la chiave. Ora sono sicuro. E mi rallegro che mi vengano a prendere per il solo fatto che non tarder molto a giungere alla mta.
Le lacrime m'impedirono di distinguere pi oltre il viso di Laponder, non potei altro che sentire il sorriso che c'era nella sua voce.
- Ed ora stia bene, signor Pernath, e pensi che ci che s'impiccher domani non  pi dei miei vestiti. Lei m'ha svelato il segreto pi bello - l'unico che ancora non sapessi. Adesso vado a nozze.... - egli si alz e segu il carceriere - "stanno in collegamento strettissimo con lo stupro" furono le ultime parole che afferrai e solo oscuramente compresi.
... 
Da quella notte, ogni qualvolta in cielo saliva la luna piena io credevo di rivedere il volto dormente di Laponder in risalto sulla grigia fodera del letto.
Un sordo martellare, un continuo tramesto di assi che veniva dal cortile dei supplizi, e che talora durava fino all'alba, s'era sentito nei giorni immediatamente successivi a quello in cui l'avevano portato via.
Io sapevo la ragione di quei preparativi e per ore ed ore mi tenevo per disperazione le orecchie tappate.
Passarono mesi e mesi. M'accorgevo del declinar dell'estate dall'appassire malato dello stento fogliame nel cortile, me lo diceva il soffio ovattato spirante dai muri.
Quando avveniva che nei giri in cortile posassi lo sguardo sull'albero agonizzante e sul quadretto della Vergine incapsulato nella sua corteccia, non potevo far a meno di pensare per associazione al viso di Laponder che cos vivamente s'era fissato nella mia memoria. Lo portavo sempre con me quel viso di Budda dalla pelle senza rughe e dallo strano, stereotipato sorriso.
Una sola altra volta - in settembre - il giudice istruttore m'aveva fatto chiamare per domandarmi incredulo, le ragioni che mi potessero avere indotto a dire allo sportello della banca che dovevo partire d'urgenza, e come mai nelle ore precedenti il mio arresto avessi dato tanti segni d'inquietudine e perch portassi in dosso tutte le gemme che avevo.
Alla mia risposta che allora avevo intenzione di suicidarmi, s'era nuovamente sentita dietro allo scrittoio lo sghigno belante.
Fino a quel giorno ero rimasto solo in cella e potevo pensare indisturbato a Charousek, che piangevo imaginandolo gi morto da tempo, e a Laponder e a Mirjam tanto sospirata.
Poi carcerati nuovi; commessi ladri dal volto consumato dagli stravizi, obesi cassieri di banca, - "orfani", come Vssatka il nero li avrebbe chiamati, vennero ad appestarmi l'aria ed il sangue.
Un giorno ad uno di codesti galantuomini salt il ticchio di raccontare, pieno d'indignazione, la storia d'un assassinio con stupro commesso in citt qualche mese prima. Per fortuna, aggiunse, s'era riusciti ad acchiapparne l'autore e a tirargli il collo senza tante cerimonie.
- Si chiamava Laponder, quel mascalzone, quel miserabile, - url, interrompendo, un figuro dal muso di belva, che, per aver seviziato dei bambini, era stato condannato a.... 14 giorni di carcere. - L'hanno colto sul fatto. Successe l'inferno, volarono in pezzi i lumi e la stanza prese fuoco. E cos il cadavere della ragazza  stato investito dalle fiamme e carbonizzato, e neppur oggi si  riusciti a sapere chi veramente fosse. Aveva capelli neri e volto esile, quest' quanto. Laponder s' rifiutato di svelarne il nome. Non sono stati capaci di farlo cantare. - Se avessero lasciato fare a me, l'avrei scorticato per benino e l'avrei condito col sale e col pepe. - Eccoli come son fatti i signori borghesi! - Assassini, assassini tutti quanti. - Come se non ci fossero altri mezzi per uno che voglia levarsi di torno una ragazza! - soggiunse con un sorriso cinico.
Cocevo di rabbia e avrei voluto prender per il collo quell'individuo e buttarlo per terra.
E dovevo ogni notte sentirlo russare nello stesso letto occupato gi da Laponder! Respirai sollevato quando finalmente si decisero a scarcerarlo.
Ma solo per poco. Ch subito m'accorsi di non essermene per niente liberato: quel che l'avevo sentito dire mi si era fitto in mente come una freccia uncinata.
Quasi di continuo, e specie nell'oscurit, mi sentivo rodere dall'orribile sospetto - che Mirjam, lei, potesse esser stata la vittima di Laponder.
E pi lottavo contro questo pensiero, pi esso andava aggrovigliandomisi nel cervello, fino a diventare quasi un'idea fissa.
Talvolta, specie quando i raggi lunari s'infiltravano abbacinanti traverso l'inferriata, sentivo la preoccupazione mitigarsi: ero in grado allora di rievocare le ore passate insieme a Laponder, e quel dolce ricordo mi liberava a tratti dall'intollerabile assillo. - Ma i momenti atroci in cui mi pareva di scorgere Mirjam uccisa e carbonizzata non ritornavan che con troppa frequenza, s da farmi temere di perdere, per il dolore, la ragione.
I deboli punti d'appoggio che legittimavano il mio sospetto andavano in quegli istanti moltiplicandosi, formavano un insieme ben collegato - un quadro, ricco d'indescrivibili particolari terrorizzanti.
Una sera sul principio di novembre (potevano esser le 10; dentro la cella era buio pesto e la mia disperazione era arrivata al punto che, per non urlare, ero costretto a morder, come una belva sitibonda, il pagliericcio) - una sera, dunque, il carceriere apr la cella e m'impose di seguirlo dal giudice istruttore. Mi sentivo talmente debole che, anzich camminare, barcollavo.
Speranze di lasciar un giorno l'orribile dimora non ne nutrivo pi da gran tempo.
Ero quindi disposto a sorbirmi in santa pace le solite gelide domande - a sentir dietro lo scrittoio la solita risatina stereotipa e ad essere infine ricondotto al buio.
Il signor barone Leisetreter doveva esser andato a pranzo perch nella stanza non c'era che un vecchio scrivano gobbo dalle dita adunche.
Aspettai, annoiato, di sentir ci che volessero da me.
Certo avevo notato che il carceriere era entrato insieme a me e che mi strizzava l'occhio bonariamente, ma ero troppo gi col morale per cercar di capire il significato di tanta novit.
"Dall'inchiesta  risultato - incominci lo scrivano, bel, mont sulla sedia e prima di riattaccare and cercando a lungo degli atti al sommo d'uno scaffale -  risultato che prima della sua morte lo Zottmann Carlo in questione fu attirato in luogo recondito, a loschi scopi e col pretesto d'un appuntamento, dall'ex-prostituta nubile Rosina Metzeles, soprannominata allora "Rosina la rossa", svincolata in seguito dalla bettola "Kautsky" contro una somma versata dal sordomuto - ora vigilato speciale - Jaromir Kwsnitska di mestiere siluettaro, la quale ora vive con S. E. il principe Ferri Athenstdt in qualit di amante mantenuta. Il quale Zottmann fu quindi spinto verso la cantina sotterranea e disabitata della casa nella Hahnpassgasse segnata col numero 7 gi numero 21873 fratto III romano ed ivi rinchiuso e abbandonato rispettivamente alla morte per fame o per assiderazione. - Il predetto Zottmann infatti.... specific lo scrivano con uno sguardo al di sopra delle lenti e volt due o tre pagine.
"Dall'inchiesta  risultato inoltre essere stato il predetto Zottmann derubato molto probabilmente - a morte avvenuta - della totalit dei beni da lui portati indosso e specialmente dell'orologio a doppia cassa accluso nel fascicolo P fratto per bi - lo scrivano alz l'orologio tenendolo per la catena - e che resta a disposizione del Tribunale. Alla testimonianza del siluettaro Iaromir Kwsnitschka, debitamente accompagnata da giuramento, figlio orfano dell'omonimo cialdinaio morto 17 anni fa, e secondo la quale il nominato Kwsnitschka avrebbe trovato l'orologio nel letto del di lui fratello, frattanto evaso, consegnandolo quindi, contro una somma in contanti, al rigattiere e generi affini Aronne Wassertrum di condizione possidente, passato nel frattempo a miglior vita, non si pot, perch poco verosimile, prestare fede o attribuire importanza.
"Dall'inchiesta  risultato inoltre che la salma del predetto Carlo Zottmann portava con s, al momento della scoperta, nella tasca posteriore dei pantaloni un taccuino in cui essa aveva appuntato - come pare, parecchi giorni prima dell'avvenuto decesso - notizie che hanno illuminato parecchie circostanze del reato e hanno facilitato alle Imperiali e Regie Autorit la ricerca e l'arresto del colpevole.
"L'attenzione dell'Inclita Imperiale e Regia Procura di Stato venne di conseguenza richiamata, grazie alle ultime notizie di Zottmann, sul nominato Loisa Kwsnitschka a carico del quale pesavano indizi gravi, e il quale in questo momento  latitante, nonch indotta a sospendere ogni ulteriore procedimento a carico di Atanasio Pernath intagliatore di gemme finora impregiudicato.
Praga, luglio.
firmato
Il Barone dottor von LEISETRETER"
... 
Il terreno mi manc sotto i piedi e perdetti, per un istante, i sensi.
Riaprendo gli occhi mi trovai seduto su di una seggiola con accanto il carceriere che mi batteva amichevolmente la mano sulla spalla.
Lo scrivano, rimasto imperturbabile, sternut, si soffi il naso e mi disse:
"La lettura di quanto  stato disposto si  protratta fino ad oggi per la ragione che il suo nome incomincia col Pi e alfabeticamente, com' naturale, non s'incontra che verso la fine". - Poi riprese la lettura.
"Oltreci si dovr render noto ad Atanasio Pernath, intagliatore di gemme che, per disposizione testamentaria dello studente in medicina Innocenzo Charousek, morto il maggio scorso, egli  stato proclamato erede di un terzo dei beni del defunto. E con questo egli  tenuto ad apporre la sua firma in calce al presente protocollo".
Detta l'ultima parola lo scrivano tuff la penna nel calamaio e incominci a scarabocchiare.
Io m'aspettavo che, come di consueto, ridacchiasse. Invece non ridacchi.
- Innocenzo Charousek - bisbigliai anch'io come sperduto.
Il carceriere si pieg verso di me e mi sussurr all'orecchio:
- Poco prima di morire, il signor dottor Charousek venne a chiedermi notizie di Lei. Mi preg di salutarLa tanto e poi tanto. Allora, Lei mi capisce, non ho potuto farlo.  proibito severamente, come sa. Ma che fine orribile ha fatto del resto quel povero dottor Charousek! Ha voluto darsi la morte, il poveretto! L'hanno trovato esanime, supino sulla fossa d'Aronne Wassertrum. - Aveva scavato nella terra smossa di fresco due profonde buche, s'era reciso le vene de' polsi e poi aveva cacciato le braccia nelle buche. E cos si dissangu. A quanto sembra era pazzo il signor dottor Char.... -
Lo scrivano scost con molto rumore la seggiola e mi porse la penna perch firmassi.
Si drizz quindi gonfiandosi come un tacchino e disse con lo stesso preciso tono di voce del signor barone, suo superiore diretto:
"Carceriere, porti fuori costui".
... 
... 
L'uomo in mutande e con la sciabola alla cintola s'era tolto come tanto, tanto tempo fa, il maccinino da caff di tra le ginocchia, ma non per perquisirmi stavolta, sebbene per restituirmi le gemme, il portamonete con dieci fiorini, il mantello e tutto il resto.
... 
... 
Poi mi trovai in istrada.
- Mirjam! Mirjam! S'avvicina finalmente il momento di rivederci! - Soffocai un urlo di tripudio selvaggio.
Poteva esser mezzanotte. La luna piena oscillava diafana, come un disco di pallido ottone, dietro una cortina di vapori.
Il marciapiede era coperto d'uno strato di poltiglia appiccicosa.
Mi diressi verso una vettura che pareva, di tra la nebbia, la carogna d'un mostro antidiluviano. Le gambe si rifiutavam quasi di funzionare, non sapevo pi come si facesse a camminare, barcollavo sulle piante de' piedi divenute insensibili, come un colpito da tabe spinale.
- Vetturino, portatemi pi presto che potete alla Hahnpassgasse numero 7. - Avete capito? Hahnpassgasse numero 7.

19. FUORI.
Fatti pochi metri il legno si ferm.
- Hahnpassgasse, signore?
- S, s, fate presto.
La vettura prosegu un altro poco. Poi di nuovo s'arrest.
- Ma che succede, perdio?!
- Hahnpassgasse, signore?
- Ma s, perdio, s!
- Ma per la Hahnpassgasse non ci si pu passare.
- Come no?
- Il lastrico  tutto sottosopra. Si sta per l'appunto abbattendo il quartiere ebraico.
- E allora proseguite fin dove s'arriva. Ma sbrigatevi ora, vi prego.
La carrozza fece un unico balzo galoppante in avanti, poi si rimise al passo di lumaca, beatamente.
Abbassai i finestrini sconquassati ed aspirai l'aria notturna a pieni polmoni.
Trovavo tutto cos strano, cos incomprensibile, cos nuovo: le case, le strade, i negozi chiusi.
Un cane bianco randagio e di cattivo umore pass trotterellando sul marciapiede asciutto. Lo seguii con lo sguardo. - Strana cosa!! Un cane! Avevo dimenticato totalmente l'esistenza di quella specie d'animali. - Pieno di giocondit infantile gli gridai dietro: - Oh via! Come si pu esser cos tristi?
Cosa avrebbe detto Hillel? - E Mirjam?
Pochi minuti ancora e sarei stato da loro. - Non l'avrei smessa davvero di bussare finch non si fosser decisi a lasciar le molli piume per venirmi ad aprire.
Avrei voluto vedere che cos non fosse, ora, ora che tutto era tornato ad andar bene - ora ch'eran passati i guai di quest'annata terribile!
Sarebbe stato un Natale coi fiocchi questo!
Non l'avrei passato dormendo stavolta come l'anno scorso. No, in fede mia!
Per un istante l'ansia antica venne a turbare il corso de' miei pensieri: mi rammentai le parole del recluso dal muso di belva: - Il viso bruciato - l'assassinio con stupro.... - Ma no, ma no! mi dissi fugando con uno sforzo quelle imagini del malaugurio, no, no, non poteva, non poteva essere assolutamente cos. Mirjam viveva. Ne avevo pur sentito la voce dalla bocca di Laponder!
Un minuto - mezzo minuto ancora.... e poi....
La vettura s'arrest davanti a un cumulo di calcinacci. Barricate di ciottoli ovunque!
E su di esse lanterne rosse che ardevano.
Al lume delle fiaccole un esercito di operai stava lavorando di piccone.
Mucchi di macerie e di calcinacci sbarravano la strada. Scesi, cercai di oltreppassarli: v'affondavo fino alle ginocchia.
Ecco, questa doveva pur essere la Hahnpassgasse.
M'orientavo a mala pena. Intorno non altro che rovine.
Ma quella non era la casa dove abitavo?
La facciata non esisteva pi.
Montai sopra un mucchio di terriccio. - Sotto, ai miei piedi, fondissimo, correva, lungo l'antica strada, un camminamento nero e murato. Guardai in su: le stanze delle dimore, messe a nudo, parevano, sospese com'erano in aria, le celle di un immenso alveare, illuminato per met dal riflesso delle fiaccole e per met dalla torbida luce della luna.
Quella lass, doveva bene essere la mia stanza - la riconoscevo dalla pittura delle pareti.
Unico resto: un frammento di muro....
E immediatamente accanto lo studio - di Savioli.
Sentii d'un tratto svuotarmisi il cuore. Oh strano! - Lo studio! - Angelina! - Come tutto, tutto ci era lontano, infinitamente lontano.
Mi voltai: della casa, gi abitata da Wassertrum, non restava pi pietra su pietra. Tutto raso al suolo: la bottega da rigattiere, la cantina dove stava Charousek - tutto, tutto.
- L'uomo passa come un'ombra -: mi sovvenne una frase letta non so quando n dove.
Domandai a un operaio se sapesse dove alloggiassero quelli che avevan dovuto sgombrare e se per caso conoscesse l'archivista Scema'j Hillel.
Fece finta di non capire.
Gli allungai un fiorino: si svelt subito, ma non seppe tuttavia dirmi niente.
N lui, n i suoi compagni.
Che si potesse almeno sapere qualcosa da "Loisitschek"?
Il "Loisitschek" l'hanno chiuso, mi risposero - chiuso per restauri.
Ma non c'era nessuno nel vicinato da potere svegliare? - Nessuno?
- Non c' anima viva che abiti da queste parti - disse l'operaio. - L'autorit l'ha proibito. Per via del tifo.
- E l'Alter Ungelt? Quello sar aperto, imagino.
- L'Ungelt  chiuso.
- Certo?
- Certo.
Feci a casaccio il nome di qualche negozietto e di qualche rivenditore di tabacchi della contrada, poi i nomi di Zwakh, di Vrieslander, di Procopio.
L'uomo non faceva che scuoter la testa.
- Forse conoscer Jaromir Kwasnitschka?
L'operaio aggrott le ciglia.
- Jaromir?  forse sordomuto?
Credetti di morir dalla gioia. Dio sia lodato! Ce n'era uno almeno dei conoscenti.
- S  sordomuto. Dove sta di casa?
- Ritaglia delle figurine? In carta nera?
- S.  proprio lui. Dove posso trovarlo?
L'uomo fece il nome di un piccolo caff notturno nell'interno della citt, mi dette un monte di minute indicazioni sull'itinerario; poi riprese subito a zappare alacremente.
Per pi d'un'ora andai sguazzando dentro paludi di macerie fangose, passando con prodigi d'equilibrio su assi malsicure, strisciando sotto i murali posti a sbarramento delle strade. Tutto il quartiere ebraico era ridotto a un deserto di pietra quasicch il terremoto avesse distrutto la citt.
Sovreccitato, senza respiro, coperto di fango sudicio e con le scarpe rotte, trovai modo finalmente d'uscir dal labirinto.
Due o tre strade, ed eccomi davanti alla spelonca che cercavo.
"Caff Chaos" stava scritto sull'insegna.
Un bugigattolo deserto dove quasi mancava lo spazio per quel paio di tavoli accostati alle pareti.
In mezzo, su di un bigliardo a tre gambe, dormiva russando un cameriere.
Una donnaccola, con una cesta di legumi davanti, stava seduta in un angolo affondando il naso in un bicchiere di zozza.
Finamente il cameriere si degn d'alzarsi e di chiedermi cosa volevo. E fu appena per lo sguardo sfacciato con cui mi misur da capo a piedi che mi capacitai dello stato miserevole in cui dovevo trovarmi.
Mi guardai un momento nello specchio e rimasi allibito: una faccia estranea, esangue, rugosa, color cenere, dalla barba incolta e dai capelli lunghi e arruffati mi stava dinanzi.
Domandai se fosse gi passato Jaromir, quello delle siluette, e ordinai un caff.
- Non so come mai non si faccia ancora vivo - mi rispose il cameriere sbadigliando.
Poi torn a sdraiarsi sul bigliardo e continu a dormire.
Staccai dal muro il "Prager Tagblatt" e mi misi - ad aspettare.
Le lettere mi ballavano sotto gli occhi come un esercito di formiche e non riuscivo a capire una parola di quel che leggevo.
Passavano le ore e oltre i vetri appariva quel sospetto colore azzurro cupo che annuncia, nei locali illuminati a gas, i primi albori del mattino.
Di quando in quando qualche pizzardone faceva capolino alla porta e poi se n'andava a passo lento e pesante.
Entrarono tre soldati con in volto i segni d'una notte bianca.
Uno spazzino ordin il cicchetto.
E finalmente, finalmente: Jaromir.
Era cambiato tanto che l per l non lo riconobbi nemmeno: aveva uno sguardo spento, gli eran caduti i denti anteriori e molti capelli; dietro le orecchie la pelle gli si era infossata profondamente.
Ero cos felice di veder dopo tanto tempo un viso noto che m'alzai di scatto, gli corsi incontro e gli afferrai la mano.
Egli si spavent. Evitava di guardarmi e teneva d'occhio la porta, pavidamente. Cercai di fargli capire con ogni sorta di gesti ch'ero lietissimo d'averlo incontrato. - Mi parve che stentasse molto a persuadersene.
E intanto a qualunque domanda gli rivolgessi, lui non sapeva rispondere che accennando con un debole gesto della mano che non capiva.
Come, come farmi intendere?!
Ci siamo. Un'idea!
Mi feci dare una matita e disegnai, uno dopo l'altro, i visi di Zwakh, di Vrieslander e di Procopio.
- Come? Nessuno a Praga?
Egli incominci a smanacciare con foga, fece il gesto di chi conta danaro, mise in marcia le dita sul tavolo, e batt una mano sul dorso dell'altra. Indovinai: tutti e tre avevano avuto parte dell'eredit di Charousek ed ora giravano il mondo costituiti in societ commerciale e con il teatro di burattini ingrandito.
"E Hillel? Dov' che abita adesso?" Ne disegnai il viso con accanto una casa e un segno di domanda.
Jaromir non cap cosa volesse dire quel punto interrogativo - non sapeva leggere - comprese per quel che volevo - e prendendo un cerino lo gett in alto e lo fece sparire abilmente al modo dei prestigiatori.
Cosa voleva dire? Che Hillel fosse partito anche lui?
Feci lo schizzo del municipio ebraico.
Il sordomuto scosse la testa con violenza.
- Hillel allora non  pi l?
- No - (cenno negativo del capo).
- E dov' dunque?
Nuova manovra col cerino.
- Vuol dire infine che quel signore non c' pi e che nessuno sa dove se ne sia andato. - Interloqu, con l'aria di chi vuol dare una lezione, lo spazzino che per tutto il tempo aveva assistito con molto interesse al nostro muto colloquio.
Ebbi, dallo spavento un crampo, al cuore: Hillel se n'era andato! - Ero dunque solo al mondo -. Gli oggetti della stanza cominciarono a ballarmi intorno.
- E Mirjam?
La mano mi tremava cos forte che per molto tempo non mi riusc di disegnar un viso che le somigliasse.
- E Mirjam  sparita anche lei?
- S.  sparita. Senza traccie.
Ebbi un singhiozzo disperato, mi misi a correre su e gi per la stanza, tanto che i tre soldati si guardarono in faccia come per interrogarsi a vicenda.
Jaromir cerc di calmarmi e si sforz di farmi capire delle altre cose che probabilmente aveva sapute: egli appoggi la testa sul braccio, come uno che dorma.
Mi ressi alla lastra del tavolo: - Per l'amor del cielo, Mirjam  morta?
Cenno negativo del capo. - Jaromir torn a far la mossa di chi dorme.
- Mirjam  stata forse ammalata? - Disegnai una boccetta di medicinali.
Cenno negativo del capo. - Jaromir appoggi di nuovo la fronte sul braccio. La luce del giorno si confuse con quella delle lampade; uno dopo l'altro si spensero tutti i lumi. Io cercavo ancora invano di capire quel che volesse dire con quel gesto.
Ci rinunziai. Mi misi a riflettere.
L'unica cosa che mi restava da fare era di recarmi senz'altro al municipio ebraico per informarmi dove fossero andati Hillel e Mirjam.
Io dovevo assolutamente raggiungerlo....
Stavo seduto accanto a Jaromir senza parlare. Muto e sordo come lui.
Quando, dopo molto tempo, sollevai lo sguardo, lo vidi intento a lavorar di forbici intorno ad una siluetta.
Riconobbi il profilo di Rosina. Egli mi allung la figurina oltre il tavolo, si mise una mano sugli occhi - e pianse in silenzio.
Poi d'improvviso s'alz e, senza salutare, usc, barcollando, in istrada.
... 
... 
Al municipio ebraico mi dissero che Scemma'j Hillel, dopo un giorno d'assenza non motivata, non s'era pi fatto vedere. Sua figlia doveva essersela in ogni modo portata dietro, dato che da allora nessuno aveva pi visto nemmeno lei. Questo  quanto mi riusc di sapere.
Sulla direzione che avessero potuto prendere, mistero assoluto.
Alla banca m'informarono che l'autorit giudiziaria teneva ancora il mio danaro sotto sequestro, ma che si aspettava da un giorno all'altro l'autorizzazione al prelevamento.
Cosicch anche per riscuotere l'eredit di Charousek avrei dovuto attendere il consenso legale. E intanto bruciavo dall'impazienza di aver in mano quel denaro per impiegarlo, magari fino all'ultimo centesimo, a ritrovare le traccie di Hillel e di Mirjam.
... 
Vendetti le gemme che avevo in tasca e presi in affitto due piccole camere ammobiliate nella soffitta d'una casa dell'Altschulgasse - l'unica strada che si fosse salvata dallo sventramento del quartiere ebraico.
Strana combinazione: era precisamente la famosa casa in cui la leggenda vuole che un giorno sia scomparso il Golem.
Avevo domandato agli inquilini - negozianti al minuto od operai la maggior parte - cosa ci fosse di vero nelle voci che correvano a proposito della "stanza senza ingresso" - S'erano divertiti alle mie spalle. - Come si poteva prestar fede a panzane di quella specie?
Gli stessi fatti della mia vita che vi si riferivano avevano assunto in carcere il colore sbiadito d'una antica reminiscenza di sogno; non vedevo pi in essi se non simboli privi di senso e di forza - li cancellavo dalla mia memoria.
Le parole di Laponder che sentivo talvolta nel mio interno cos chiare che mi pareva di esser ancora in cella seduto di fronte a lui a sentirlo parlare, mi convincevano sempre pi a ritenere d'aver visto solo con gli occhi dello spirito quel che allora m'era parso concreta realt.
Non era forse scomparso, sparito, tutto quel che un giorno era stato mio? Il libro Ibbur, il fantastico gioco dei tarocchi, Angelina e perfino Zwakh, Vrieslander, Procopio, i miei vecchi amici! ... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Notte di Natale. M'ero portato a casa un alberello tutto fiorito di candele rosse. Volevo sentirmi giovane un'altra volta e vedere intorno a me dei lumi accesi e aspirare il profumo di pino e di cera che si discioglie.
Prima che l'anno volgesse alla fine sarei stato forse gi in viaggio per citt e villaggi, o dove l'istinto m'avesse guidato: alla ricerca d'Hillel e di Mirjam.
L'impazienza, le attese febbrili, la paura che Mirjam potesse esser stata uccisa m'avevano a poco a poco abbandonato, e il cuore mi diceva che li avrei ritrovati entrambi.
C'era in me come un continuo sorriso felice e, quando mettevo la mano su qualcosa, mi pareva che da essa si partisse alcunch di salutifero. Ero pervaso in modo singolarissimo dalla contentezza d'uno che torni da un lungo viaggio e riveda da lungi, scintillanti, le guglie della citt nata.
Ero tornato a passare da quel piccolo caff per veder se mi riuscisse di indurre Jaromir a far Natale con me. - Non si  pi fatto vivo - mi risposero, e gi stavo per andarmene rattristato, quando entr un merciaiolo ambulante a offrire certe sue bagattelle fruste ed inutili.
Mi misi a frugare nella sua cassetta tra il guazzabuglio di ciondoli da orologio, di minuscoli crocifissi, di forcine e di spilli. E d'un tratto mi trovai tra le mani un cuore di corallo appeso a un nastro sbiadito e subito lo riconobbi trasecolando per quello donatomi per ricordo da Angelina bimba, l, presso la fontana del suo castello.
Di colpo riabbracciai la mia giovinezza tutta quanta com'uno che guardando dentro una camera oscura veda lontan lontano - un disegno tracciato da mano infantile.
Per molto, molto tempo restai sconcertato a fissare il piccolo cuore rosso che tenevo in mano.
... 
... 
Ero nella mia stanza sotto i tetti intento al crepitar che facevano le fini frangie d'abete, quando la fiamma delle candele lambiva lingueggiando un piccolo ramo.
- Forse a quest'ora, in qualche parte del mondo, Zwakh dar coi suoi burattini la "serata natalizia" mi figurai, e declamer con voce di mistero la strofe del suo poeta preferito, Oscar Wiener:
Dov' il cuore di corallo,
vezzo che tenevo al collo?
O mia bella non donarlo
non lo cedere quel cuore:
io sett'anni buon vassallo
l'ho servito, ed ho languito
per amor.
... 
Un singolare senso di solennit invase d'un tratto l'anima mia.
Tutte le candele s'eran consumate. Una sola ancora ardeva. Nugoli di fumo s'addensavano nella stanza.
Come se una mano m'avesse tirato, mi volsi d'improvviso e ecco, vidi:
La mia stessa imagine star sulla porta: il mio sosia. Con un manto candido indosso. Con in capo una corona.
Per un istante solo.
Poi traverso il legno della porta lingueggiaron fiamme. Irruppe nella stanza calda ed asfissiante una densa nuvola di fumo:
La casa brucia! Al fuoco, al fuoco!
... 
Spalanco la finestra. M'arrampico sul tetto.
Da lungi si sente il rotolare e lo scampano pazzo del carro dei vigili.
Elmi rutilanti e secchi comandi.
Poi l'ansito soffocato, ritmico, spettrale delle pompe che come dmoni acquatici si raggomitolano per saltar addosso al loro nemico mortale: il fuoco.
Vetri si spezzan tintinnando, fiamme lingueggiano da tutte le finestre.
Vengon buttati gi dei materassi, ne  piena tutta la strada; gente vi salta dietro e vien raccolta sanguinante.
In me per c' qualcosa che grida, che giubila in un'estasi selvaggia. Non so perch. Mi si rizzano i capelli.
Corro verso il camino per non venir trascinato gi ch gi le fiamme s'allungano per afferrarmi.
Una corda da spazzacamino v' avvolta intorno.
La svolgo, me l'avvinco al polso e alla gamba, come ho appreso a scuola facendo ginnastica e mi lascio andar gi lungo la facciata della casa.
Passo davanti una finestra. Vi guardo dentro:
Nell'interno c' una luce che abbacina.
Ed ivi vedo.... - vedo.... - tutto il corpo diventa un unico assordante grido di gioia:
- Hillel! Mirjam! Hillel!
Voglio saltare verso l'inferriata.
Sto per afferrarmici. La corda mi sfugge. L'equilibrio mi manca.
Sto ancora un istante sospeso, con la testa all'ingi e le gambe incrociate, tra cielo e terra.
La corda per lo strappo cigola. Le fibre si stirano scricchiolando.
Precipito.
La mia coscienza si spegne.
Cadendo cerco ancora d'afferrarmi al davanzale, ma scivolo. Senza riparo. La pietra  liscia.
Liscia come un pezzo di grasso.
... 
... 
20. FINE.
- ....come un pezzo di grasso!
Quest' la pietra che assomiglia a un pezzo di grasso.
Le parole m'echeggiano ancora all'orecchio. Poi m'alzo e mi sforzo di capire dove sono.
Sto a letto ed abito all'albergo.
Non mi chiamo affatto Pernath.
Che tutto non sia stato che un sogno?
Ma no! Ch non si sogna mica cos!
Guardo l'orologio: ho dormito appena appena un'ora. Sono le due e mezza.
Ed eccolo l sull'attaccapanni quel cappello non mio che ho preso per errore oggi in Duomo sul Hradschin mentre stavo seduto su di una panca a sentir la messa cantata.
Che dentro sia segnato un nome?
Lo prendo e leggo, a lettere d'oro sulla fodera di seta bianca, quel nome ignoto e pur tanto noto:
ATANASIO PERNATH
Adesso poi non so pi resistere, mi vesto in fretta e scendo a precipizio le scale:
- Portiere! Apra! Vado a spasso un'oretta.
- Dove, signore, se  lecito?
- Al quartiere ebraico. Nella Hahnpassgasse. Dica un po', ma c' veramente una strada che si chiami cos?
- Certo, certo - il portiere sorride maliziosamente - per Le faccio osservare che del quartiere ebraico poco resta pi in piedi. Tutte nuove costruzioni, signore.
- Fa niente. Da che parte sta la Hahnpassgasse?
Il grosso dito del portiere s'appunta sulla carta topografica: - Qui, signore, per servirla.
- E l'osteria "Loisitschek"?
- Eccola, signore, per servirla.
- Mi dia un pezzo di carta, grande.
- Eccolo, signore, per servirla.
Incarto il cappello di Pernath. Strana cosa:  quasi nuovo, pulitissimo, eppure sembra l l per andar in polvere come se fosse secolare.
Per istrada penso:
Tutto ci che ha vissuto codesto Atanasio Pernath io l'ho rivissuto in sogno, vedendo, udendo, provando i suoi stessi sentimenti quasicch io fossi lui. Ma com' che non so ci ch'egli ha visto dietro l'inferriata quando si spezz la corda e lui si mise a gridare: Hillel! Hillel?
In quell'istante - intuisco - egli dev'essersi distaccato da me.
Ma insomma ho da scovarlo fuori questo Atanasio Pernath e dovessi correre per tre giorni e tre notti di seguito!
... 
Dunque questa  la Hahnpassgasse?
Non somiglia neppur lontanamente a quella che ho visto in sogno.
Tutte case nuove.
Un minuto dopo siedo al caff Loisitschek. Un locale comunissimo, ma abbastanza pulito.
Nello sfondo c' difatti una tribuna con la ringhiera di legno e non si potrebbe negare che ci sia una certa somiglianza col vecchio "Loisitschek" sognato.
- Cosa comanda il signore? - mi domanda la cameriera, che indossa un attillatissimo frak di velluto rosso.
- Cognac, signorina. - Grazie. Basta cos.
... 
- Signorina!
- Dica.
- A chi appartiene questo Caff?
- Al commendator Loisitschek. - Anche la casa  sua. Un signore distinto, ricchissimo, sa.
- Ah! ecco:  quell'individuo l con le zanne di porco alla catena dell'orologio! - mi ricordo.
Ho un'ottima idea che m'aiuter ad orientarmi
- Signorina!
- Dica.
- Quand' ch' crollato il ponte?
- Trentatre anni fa.
- Uhm. Trentatre anni fa! - Allora, penso, dopo aver riflettuto un poco, l'intagliatore di gemme Pernath deve avere adesso quasi novant'anni.
- Signorina!
- Dica.
- Fra gli avventori non c' nessuno che si ricordi com'era fatto allora il quartiere ebraico? Io sono scrittore e me ne interesso.
La cameriera riflette un po': - Fra gli avventori ha detto? No, nessuno. Ossia.... aspetti, aspetti: lo vede il marcatore del bigliardo che adesso sta giocando a carambola con quello studente? Quello col naso gobbo, quel vecchio....? Lui  vissuto sempre da queste parti e potr dirle tutto ci che Lei desidera. Vuol che gli dica di venir qui appena  lesto?
Seguo lo sguardo della ragazza.
Un uomo in et, snello, canuto sta con le spalle contro lo specchio  d creta alla stecca.
Un viso debosciato, ma distintissimo. Ma chi  che mi ricorda mai?
- Signorina, com' che si chiama il marcatore?
La cameriera, in piedi accanto al tavolo v'appoggia un gomito, lecca la punta della matita e scrive infinite volte rapidissimamente il suo nome sulla lastra di marmo cancellandolo ogni volta col dito bagnato di saliva. E tra una firma e l'altra mi butta occhiate pi o meno assassine - a seconda di come le riescono. N manca naturalmente d'alzar le sopracciglia accrescendo ci, come si sa, la magia dello sguardo.
- Signorina, com' che si chiama il marcatore - le domando una seconda volta.
Comprendo guardandola che avrebbe preferito sentirsi chiedere: - Signorina, perch non porta il frak e nient'altro? - o qualche cosa di simile. Ma non glielo domando: sono troppo occupato a pensare al mio sogno.
- Toh! come vuole che si chiami? - dice lei facendo il broncio, - si chiama Ferri Athenstdt, ecco. Ferri Athenstdt.
- (Oh bella! Ferri Athenstdt! -  sbalorditivo! Ecco un'altra persona che gi conosco).
- Signorina, signorina, mi racconti tutto, tutto quel che sa di lui - sviolino, ma devo subito ristorarmi con un cognac. - Mi piace tanto sentirla chiacchierare! - (Ho schifo di me stesso).
Lei si china misteriosamente verso di me per solleticarmi il viso coi capelli, e sussurra:
- Il Ferri quand'era giovane  stato proprio uno schifosino. - Dicono che sia di famiglia nobile - dicono, sa, ma forse non  vero, e la gente ci crede perch ha il viso rasato - e perch pare che sia stato ricco a milioni. Poi un'ebrea rossa di pelo che fin da ragazza era "una di quelle" - (ella scrisse di nuovo svelta svelta due o tre volte il suo nome) - gli ha succhiato anche le midolla. - Voglio dire il danaro, mi spiego? Ebbene, finiti i baiocchi di lui, lei prese il volo e si fece sposare da un signorone - da.... - mi sussurra all'orecchio un nome che non capisco) - Naturalmente questo signorone ha dovuto rinunziare cos a tutti gli onori e farsi chiamare soltanto: cavaliere von Dmmerich. S, s. Ma intanto lei era ed  restata "una di quelle" e neanche lui  riuscito a farla diventare una santa. - Ma se lo dico sempre io....
- Cecchina! il conto - grida qualcuno dalla tribuna.
E mentre giro lo sguardo torno, torno, ecco che d'un tratto avverto alle mie spalle un sommesso frinire metallico - simile a quello d'un grillo.
Mi volgo incuriosito. Non credo ai miei occhi.
Col viso volto alla parete, vecchio come Matusalemme e con una tabacchiera con soneria tra le paralitiche mani da scheletro, chi  che vedo seduto tutto rannicchiato in un canto? - Il vecchio e cieco Nephtali Schaftraneek che suona girando la minuscola manovella.
L'avvicino.
Egli canta tra s in tono sommesso, confusamente:
Sora Pick
Sora Hock,
E rosse, azzurre stelle
di cianciar non la smettono pi.
... 
- Sa come si chiami quel vecchio? - domando a un cameriere che passa di corsa.
- Nossignore, nessuno lo conosce e nessuno sa il suo nome. Lui stesso se l' dimenticato.  solo, solo al mondo. Si figuri: ha 110 anni. Noi gli passiamo ogni notte il cosidetto caff di misericordia.
Mi chino sul vecchio - gli grido una parola all'orecchio: - Schaffraneck!
Ha un sussulto come per un'improvvisa scarica elettrica. Borbotta qualche cosa, si passa, come se ricordasse, una mano sulla fronte.
- Mi sente, signor Schaffraneck?
Annuisce.
- Stia bene attento. Vorrei farle qualche domanda sui tempi andati. Se mi risponde a dovere, le regaler questo fiorino che metto qui sul tavolo.
- Fiorino - ripet il vecchio e comincia subito a girar come un pazzo furioso la manovella dell'organino sfiatato.
Gli fermo la mano: - Cerchi di ricordarsi. - Non ha conosciuto circa 33 anni fa un intagliatore di gemme che si chiamava Pernath?
- Hadrbolletz! Sarto di fino! - balbetta asmaticamente e ride, ride credendo ch'io gli abbia raccontato qualcosa di molto spassoso.
- Ma no, non Hadrbolletz: - Pernath!
- Pereles? - egli, letteralmente, tripudia.
- Ma no, neppure Pereles. - Per-nath!
- Pascheles?! - egli gracchia dalla gioia.
Abbandono disilluso il mio tentativo.
... 
- Il signore desiderava parlarmi? - Ferri Athenstdt, il marcatore, s' avvicinato al mio tavolo e s'inchina con gelida compassatezza.
- Per l'appunto, signore. - E se non Le dispiace potremmo fare contemporaneamente una partita a bigliardo.
- Lei gioca per danaro, signore? Le d un vantaggio di novanta punti su cento.
- Ci sto e punto un fiorino. Vuol cominciare Lei, marcatore?
Sua Eccellenza prende la stecca, mira, sballa, fa una faccia indispettita. Conosco il trucco egli mi lascia arrivare fino a 99 e poi con un tiro solo mi liquida.
Tutta questa faccenda m'impressiona sempre pi vivamente. Cerco d'arrivare, senza tanti preamboli, al mio scopo.
- Dica un po', signor marcatore, ricorda Lei d'aver conosciuto molti anni fa, press'a poco quando croll il ponte di pietra, e nel quartiere ebraico d'allora un certo Atanasio Pernath?
Un uomo con la giubba di tela a righe rosse e bianche, strabico, con de' cerchietti d'oro ai lobi siede su di una panca accanto al muro, immerso nella lettura d'un giornale. Alle mie ultime parole scatta, mi guarda fisso e si fa il segno della croce.
- Pernath? Pernath? - ripete il marcatore, sforzandosi come pu di ricordare - Pernath? Era forse un uomo alto, snello? Capelli scuri, baffi tagliati corti?
- S, s. Precisamente.
- In quell'epoca press'a poco quarantenne? Quello che intendo io somigliava al.... - Sua Eccellenza mi pianta addosso d'un tratto uno sguardo sbalordito. - Dica un po',  mica un suo parente Lei?
Lo strabico si fa il segno della croce.
- Io? Suo parente? - Che buffa idea! - No, no. M'interesso di lui. Ecco tutto. Si rammenta qualche altro particolare? - domando pacatamente, ma sento il cuore farmisi di gelo.
Ferri Athenstdt torna a riflettere.
- Se non erro a quei tempi passava per pazzo. - Una volta s'era fitto in mente di chiamarsi, di chiamarsi - aspetti, aspetti - ah s! Laponder! E un'altra andava invece spacciandosi per un certo.... Charousek.
- Tutte balle! - interloquisce lo strabico - Charousek  veramente esistito. Tanto  vero che mio padre eredit da lui parecchie migliaia di fiorini.
- Ma chi  quell'uomo? - domando sottovoce al marcatore.
-  un barcaiolo e si chiama Tschmarda. - Quanto a Pernath rammento - o almeno credo di ricordarmi - che sposasse pi tardi una ebrea bellissima dalla pelle olivastra.
- Mirjam - dico tra me e me, e sento un'inquietudine tale che le mani mi tremano e non mi fido pi di continuare la partita.
Il barcaiolo si fa il segno della croce.
- O signor Tschmarda, che accidente le piglia, oggi? - domanda, stupito il marcatore.
- Pernath non  mai esistito - urla lo strabico. - Non ci credo e non ci credo.
Io, per farlo diventar pi loquace, gli verso subito un altro bicchierino di cognac.
- Perch c' della gente che dice che Pernath viva tuttora - sbott finalmente il barcaiolo. - A quanto mi dicono dovrebbe fare il pettinaro e star di casa sul Hradschin.
Il barcaiolo si fa il segno della croce.
- E lo strano  questo: che abita proprio dove nessun uomo vivo potrebbe abitare: presso il muro all'ultima lanterna.
- Sa qual' la sua casa, signor - signor Tschmarda?
- Per tutto l'oro del mondo non andrei lass - protesta lo strabico. - Per chi mi prende? Padre, Figliolo e Spirito Santo!
- Ma la via che vi conduce non potrebbe almeno indicarmela da lontano, signor Tschmarda?
- Questo s - borbotta il barcaiolo - Se aspetta fino alle 6, io scendo alla Moldava. Ma la sconsiglio dall'andar lass. Lei precipiterebbe nella "Fossa dei cervi" rompendosi l'osso del collo. Madonna santissima!
... 
Ci avviammo insieme di prima mattina; dal fiume spira un venticello fresco. Nell'attesa quasi non sento pi la terra sotto i piedi.
D'improvviso la casa dell'Altschulgasse mi balena dinanzi.
Riconosco ogni finestra: e la grondaia e l'inferriata e i cornicioni di pietra grassa e lucente - tutto, tutto.
- Quand' che questa casa s' incendiata? - domando allo strabico. Dall'emozione mi fischiano le orecchie.
- Incendiata? Che dice mai?
- Ma s. Ne sono certissimo.
- Che!
- Ma glielo dico io! Vuol che scommettiamo?
- Quanto?
- Un fiorino.
- Ci sto! - E Tschmarda chiama fuori il portinaio. - Ci sono stati mai incendi in questa casa?
- E quando, e come!? - replica quello ridendo.
Io non posso, non posso credergli.
- Ma se abito qui da settant'anni, assicura il portinaio. - Non ho da saperlo, perbacco?!
 strano!  strano!
...
Il barcaiolo mi traghetta sulla Moldava nel suo guscio che consiste di sette tavole nocchiute e s'avanza di sbieco e con successivi buffissimi sobbalzi. L'acqua giallastra schiumeggia contro il legno. I comignoli dello Hradschin splendon rossi nel sole mattutino. Un incomprensibile senso di solennit s'impadronisce di me. Un non so ch che pian piano, lieve lieve si desta quasi a rammentarmi una mia esistenza anteriore e nelle cui vibrazioni ci che mi circonda m'appare fatato - una vera rivelazione di sogno. Come se in molti luoghi diversi io vivessi, contemporaneamente.
Sbarco sulla banchina.
- Quanto le devo, signor Tschamarda?
- Un soldo. - Se Lei m'avesse aiutato a remare - sarebbero stati due.
... 
Ora salgo per la stessa via stanotte percorsa in sogno:  la piccola solitaria scala del castello. Mi batte il cuore e so perch:
Perch adesso viene l'albero nudo dai rami sporgenti di qua dal muro.
Invece:  cosparso tutto di fiori candidi.
L'aria  pervasa d'un dolce profumo di lill.
Ai miei piedi la citt si stende nelle prime luci come una visione di terra promessa.
Non un fiato di vento. Profumo e splendore non altro.
Ad occhi chiusi potrei ritrovare la piccola strana via degli alchimisti, tanto familiare mi diventa d'un tratto ogni passo.
Ma dove stanotte c'era il cancello di legno davanti la bianca casa splendente, sbarrata  adesso la via da un cancello maraviglioso tutto rigonfi e dorature.
Due alberi di tasso sormontano le basse siepi d'arbusti in fiore e fanno ala ai lati del portone che s'apre nel muro dietro al cancello.
Mi sporgo per vedere quel che c' oltre la siepe e nuovi splendori m'abbacinano.
Il muro del giardino  tutto rivestito in mosaico. Turchesi e pietruzze d'oro, stranamente disposte in forma di conchiglia, rappresentano scene del culto del Dio egiziano. Il portale a due battenti  lo stesso Dio: un ermafrodito diviso in due come la porta - femminile il destro lato - maschile il sinistro. Siede egli su di un prezioso trono basso di madreperla - a met rilevato - ed  la sua testa d'oro quella d'una lepre. Ritte le orecchie e accostate cos da parer le pagine d'un libro aperto.
Spira odor di rugiada, una bava di vento porta dal di l del muro un profumo di giacinti....
Resto a lungo, come pietrificato, ad ammirare.  come se un mondo ignoto mi si rivelasse. Ed ecco un giardiniere, un servo forse - scarpe a fibbia d'argento, gala e livrea di stranissima foggia - venir da sinistra dietro il cancello, dirigersi verso di me e domandarmi cosa desidero.
Io gli porgo in silenzio l'involto col cappello d'Atanasio Pernath.
Egli lo prende e rientra dal portale.
Ma come i battenti si dischiudono vedo apparir nello sfondo una marmorea casa simile a un tempio e sui gradini:
ATANASIO PERNATH
e appoggiata a lui
MIRJAM
ed entrambi guardano la citt alle falde del colle.
Per un solo istante Mirjam si volge, mi scorge, sorride e sussurra qualcosa ad Atanasio Pernath.
Resto ammaliato dalla sua bellezza.
Ell' giovane cos come in sogno l'ho veduta stanotte.
Volgesi Atanasio Pernath a sua volta, lentamente, e mi guarda. S'arresta il mio cuore.
 come se mi vedessi riflesso da uno specchio, tanto il suo viso somiglia al mio ... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Poi i battenti del portale si chiudono e pi non vedo che il folgorante ermafrodito.
E il vecchio servo mi porge il mio cappello e dice - sento la sua voce come se venisse su dal cuor della terra:
"Il signor Atanasio Pernath m'incarica di ringraziarLa sentitamente e La prega di non volerlo tener per poco cortese se non pu invitarLa a favorire in giardino, ma una severa legge di questa casa fin dai tempi pi antichi lo vieta.
"Del suo cappello - egli mi mise a cuore di dirLe che non ha fatto uso essendosi subito accorto dello scambio.
"Spera egli altres che quello di lui non Le abbia cagionato dolori di testa stanotte".
...
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...
FINE.
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NOTE.
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(1) D. CASTELLI, Gli Ebrei - Firenze, G. Barbera edit., 1899. - Sono tratti da questo libro tutti i passi che, nel presente capoverso si trovano tra virgolette. (Vedasi op. cit., pag. 425 e segg.).
(2) FRIEDRICH VON DER LEYEN, Deutsche Dichtung in neuer Zeit - Diederich, Jena, 1922.
(3) La storia del Golem (o Gojlem che in yddisch - nel gergo ebraico parlato dalle comunit di Salinc, di Polonia e della Russia meridionale - vale quanto mostro o genio malefico) fa parte del patrimonio di leggende dell'antica citt di Praga.
Il rabbino di cui parla l'A.  il famoso Gran Rabbino Lw, la cui tomba  tuttora visibile nel Bet-Chajm (casa di vita, o cimitero ebraico) della Josefstadt in Praga ed  fatta segno ai pellegrinaggi e ai voti superstiziosi dei religiosissimi ebrei polacchi. Si narra che Rabbi Lw s'occupasse di maga nera insieme a Rodolfo di Boemia.
Il biglietto, insinuato dal rabbino sotto la lingua del Golem,  il tetragramma, le quattro consonanti del nome impronunziabile di Geova. Il Golem sarebbe fuggito dalla Belelesgasse (oggi Rabbinergasse) la sera d'un venerd, all'inizio delle preghiere della vigilia. E perch la sua lotta col Golem non fosse considerata violazione del sabato - in cui agli ebrei  proibito lavorare - Rabbi Lw fece cantare una seconda volta dai fedeli il salmo del sabato, consuetudine che oggi ancora si conserva nella sinagoga d'Altneu in suffragio dell'anima del Gran Rabbino.
Lo strano nome della sinagoga (Altneu = vecchio-nuova) deriva dal fatto che mentre la parte inferiore del tempio risale agli anni 1260-70, il cornicione e il tetto sono opera d'un tempo posteriore.  una delle pi antiche sinagoghe d'Europa. (Nota dal traduttore)
(4) chomez (yddisch) = il pane lievitato e in genere tutti gli alimenti proibiti nella settimana pasquale in cui agli ebrei  prescritto il pane azzimo. - Borchu vale quanto Barchess = pane a treccia che si consuma di sabato e ne' d di festa e che porta impresse due Broches o formule di benedizione - Qui chomezige Borchu vale ironicamente per pane lievitato e benedetto. I due aggettivi, applicati a un pane proibito di Pasqua, e mortifero, sono in contrasto tra loro e cogli effetti che avrebber dovuto produrre. (Nota del traduttore)
(5) scabbes hagodel = il sabato che precede la festa di Pasqua. [in ebraico puro: sciabat agadl].
(6) lamdonim (yddisch) = i dotti (sing. lamed; lomed = imparare).
(7) bocherles (yddisch) - pl. da bachur - giovinetto; discepoli dei rabbini talmudisti. Nel gergo ladresco vale ladro novellino. (Nota del traduttore)
(8) L'A. allude al Maghn David (scudo di Davide), una stella a sei punte che sormonta il portale dei templi ebraici.
(9)  l'unico edificio che, con l'Altneusynagoge, resti in piedi dal risanamento compiuto nel 1897 di tutto il ghetto e di parte della citt vecchia. L'orologio sulla torretta mostra sul quadrante cifre ebraiche e le sfere girano da sinistra a destra. Costruzione fatta fare da Mordechai Meisel (1528-1561) all'italiano Pancratius. La costruzione della torretta fu concessa dall'Imperatore come riconoscimento del prezioso servizio prestato dagli ebrei durante l'assedio cui nel 1698 gli svedesi sottoposero Praga. Da ci ha pure origine il casco svedese nell'insegna. Rinnovato, dopo var incendi, nel 1765 in istile barocco. (Nota del traduttore)
(10) Scritto apparso nella seconda met del secolo decimo terzo cui fu data dagli Ebrei somma importanza, tanto da venerarlo poco meno della Bibbia. Il titolo splendore sta ad indicar la luce che il libro porterebbe nella religione, laddove in realt  tutto tenebre fitte.  composto in forma di commento al Pentateuco. Gli errori d'interpretazione sono abbondanti. Il libro  stato attribuito all'antico dottore Simeone, figlio di Johai e contiene moltissimi dialoghi supposti di questo dottore col figlio Eleazar e co' suoi discepoli. Ma  ormai dimostrato che esso  fabbricazione di Mos di Leon, vissuto in Ispagna tra il 1250 e il 1305. Dette il nome alla setta degli Zoharisti, detti anche Frankisti dal loro fondatore Jacob Frank (1720-1791). Per la loro opposizione al Talmud furono accusati dai rabbini come eretici e costretti a difendersi davanti a vescovi e ministri cattolici. La loro professione di fede li manifest pi vicini al Cristianesimo che all'Ebraismo. La loro dottrina , come in genere la cabala, molto poco intelligibile. Per ulteriori notizie vedi DAVID CASTELLI, Gli Ebrei - Firenze, ed. Barbera, 1893, pagg. 156, 427-28, 433, 439. (Nota del traduttore)
(11) Un rabbi (maestro) seguace dello Pseudo-Messia, Bar-Cochaba, sorto sotto l'Impero d'Adriano. Arricch di succose sentenze i Capitoli o Detti dei Padri (Pirch Aboth, o Perek) lasci le prime raccolte di commenti orali sulla Bibbia incorporate poi nella Mishn (ripetizione, seconda legge) - La leggenda cui allude l'A. risale al tempo dei gheonim, Dottori babilonesi, l'et dei quali va dal 700 all'anno mille. Il regno delle tenebre  il Pardes (paradiso, giardino). Il primo dei dottori talmudici sovrammenzionati  il figlio di Zom, il secondo, figlio di Azzai, trova, secondo la leggenda, la morte, e un terzo, Elish, diviene eretico ed empio. Rabbi Akib v'acquista la tranquillit dell'animo. I misteri simboleggiati nel Pardes sono le gerarchie celesti e i misteri dell'atto creativo. (Nota del traduttore)
(12) La Teynkirche  una grande chiesa di Praga (Citt vecchia) costruita dai mercanti tedeschi negli anni dal 1340-1350, uno dei pi splendidi monumenti dell'arte gotica carolina. Vi  sepolto Tycho de Brache e vi predicarono hussiti e utraquisti. (Nota del trad.)
(13) Midrashim (ebr., plur. di Midrash) sono commenti alla Bibbia compilati ne' primi tempi della dispersione degli ebrei. Il metodo interpretativo dei M.  quanto mai capzioso e serv di pretesto al sorgere nell'ebraismo d'eresie come quella dei Karaiti (VIII secolo d. C.) Ma non mancano in essi buone regole d'interpretazione come le sette insegnate da Rabb Hillel. I Midrashim, intorno a cui lavorarono specialmente i dottori di Babilonia furono una delle fonti da cui nel duodecimo secolo si svilupp la cabala. (Nota del trad.)
(14) La trattoria di questo nome esiste ancora a Praga tra la Teynkirche e il Teynhof. Il Teynhof, ritenuto spesso ed erroneamente la sede dei duchi boemi, fu dal IX al XVIII secolo l'ufficio centrale daziario. Hof vale quanto cortile, albergo. Quivi infatti dovevano trattenersi per passar la visita daziaria alle merci i mercanti tedeschi. Teyn viene dal ecco tyniti: cintare. E siccome dalla cinta non s'usciva senza aver pagato forti tasse, i mercanti chiamarono quel sito vecchio Ungelt (Ungeld = somma favolosa, sproporzionata). Gli italiani avrebbero chiamato la trattoria "Allo strozzinaggio di Stato" o pi semplicemente "Al Governo ladro". (Nota del traduttore)
(15)  la cosidetta Alte Schlosstiege che portava gi nel IX secolo al Castello di San Venceslao e che ancor oggi porta alla nuova Burg. Si sale dal Karlsplatz. La scala ha 98 gradini. (Nota del traduttore)
(16) La Daliborka guarda sulla Fossa dei Cervi (Hirschgraben) ed  una torre rotonda costruita sotto Premysl Ottocario II. Era il carcere della nobilt e risponde il suo nome dal primo cavaliere che vi fu rinchiuso nel 1498, Dalibor di Kozojed, capo d'una rivolta di villici. La Fossa dei cervi  un salto molto profondo che divide il giardino del castello dal Kaisergarten. Si dice che Rodolfo II vi tenesse delle belve.  dal Hirschgraben che lo Schiller ha tratto ispirazione per la ballata "Il guanto". (Nota del traduttore)
(17) Il vicolo dell'oro o degli Alchimisti ha per ali tante casettine da bambola a un solo piano che guardano sul Hirschgraben. Si dice che v'abitassero al tempo di Rodolfo II gli alchimisti. Intorno a questa via son fiorite numerose leggende. (Nota del traduttore)
(18) Pan o pane = in ceco, signore. (Nota del trad.)
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FINE.